Date del viaggio fino a Torino

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Per la nostra inchiesta sulla sindone il dott.Guido Pagliarino ci ha concesso del materiale molto interesante sul Sacro Lino… Guido Pagliarinowww.pagliarino.com/poems/biography.htm
LE TAPPE DELLA SINDONE:

7 aprile del 30, venerdì
Crocifissione e morte di Cristo
8 aprile del 30, sabato, Pasqua ebraica
Gesù nel sepolcro, dal tramonto del giorno precedente.
9 aprile del 30, domenica (diverrà la Pasqua cristiana)
Pietro e Giovanni trovano la tomba di Gesù aperta con dentro i suoi lini sepolcrali. Dopo poche ore, Cristo apparirà risorto.
Dal 30 al 524
Diverse leggende sulla Sindone, nessun documento. Certo è che per le norme di purità ebraiche, e i primi cristiani sono giudei, i lini sepolcrali sono impuri e non possono essere detenuti e men che mai esposti. Dunque, se i due apostoli hanno raccolto la Sindone – secondo una tradizione, lo fece invece il proprietario della tomba, Giuseppe d’Arimatea – essa viene tenuta ben nascosta. Oltretutto, come la croce, è simbolo di una morte violenta e vergognosa, i cristiani se ne vergognano fino al V/VI secolo, quando la croce comincia ad essere simbolo cristiano: prima c’erano il pesce, l’ancora, la barca e l’anagramma XP (in lettere greche; leggi CR in lettere latine) che stava per Cristòs, Cristus, Cristo.
525
La chiesa di Santa Sofia in Edessa viene restaurata e si ritrova, aprendo una nicchia murata, l’immagine di un volto di Cristo su tela definito dai contemporanei "non fatto da mano umana: acheropita") Viene esposto incorniciato ed è oggetto di venerazione. È definito popolarmente il Fazzoletto (il Mandilion). Nasce l’iconografia bizantina del Santo Volto. I tratti di queste icone sono assai simili a quelli del Volto del Mandilion: secondo studi effettuati recentemente su opere da quel periodo all’XI secolo, vi sono oltre 100 punti di convergenza, assai più di quanto si richieda in tribunale per stabilire che si tratta della stessa persona. Sì, direte, ma cosa c’entra con la Sindone?! C’entra.
944
L’impero bizantino espugna Edessa, che era caduta in mano ai Turchi, e chiede d’avere il Mandilion. Gli sconfitti cedono, anche se pure per i maomettani Gesù è figura importantissima in quanto, per loro, è il profeta che immediatamente precede e annuncia Maometto – in realtà, parlando di chi sarebbe venuto dopo di lui, Cristo si riferiva allo Spirito Santo della Pentecoste) -. Il Mandilion è portato a Costantinopoli. Si scopre che non è un fazzoletto ma una sindone: veniva esposta ad Edessa ripiegata in otto parti, così che rimanesse visibile solo il Volto. Era infatti ritenuto del tutto sconveniente, dai cristiani e poi dai maomettani, esporre l’immagine del corpo di Cristo nudo e con tutte quelle ferite e tumefazioni che si trovano sulla Sindone. Il Mandilion è dunque la Sindone, di cui fino al 944 si era resa pubblica la sola parte del Volto. Da allora viene ostensa sovente a Costantinopoli.
1204
Durante la Quarta Crociata, i cavalieri al comando di Ottone de la Roche, poi nominato governatore e duca di Atene, conquistano Costantinopoli e, sebbene il papa ne avesse posto anticipatamente il divieto, la depredano di molte immagini sacre. Lo riferisce in una sua relazione di quell’anno il crociato Robert de Clary. L’anno successivo, in una lettera a papa Innocenzo IV, Teodoro Angelo Comneno afferma che la Sindone è stata rubata proprio da Ottone de la Roche e che il duca la detiene in Atene. Il bizantino mittente chiede al papa che lo obblighi a restituirla, tanto più che, a suo tempo, aveva dato il comando di non depredare. Non si sa se il pontefice creda alla missiva e intervenga, certo è che la Sindone non ritorna. Nemmeno però è esposta dai de La Roche, perché il furto di reliquie è punito con la morte e la famiglia ha dunque pieno interesse a celarla e, semmai, a venerarla di nascosto a casa propria.
1292/95
La si ritrova indirettamente, richiamata in una miniatura sul Codice Pray composto in questo periodo da un autore che scrive d’aver visto la Sindone e ne disegna, sulla miniatura, bruciature d’un incendio, non si sa quando divampato, che sono ancor oggi sulla Sindone di Torino (vedi pagina in sintesi).
1314
Processo ai cavalieri-monaci Templari con l’accusa di eresia, stregoneria e sodomia. Il re di Francia Filippo detto Il Bello, con tal falsa imputazione, desidera incamerare (rubare) i loro immensi tesori e distruggere un ordine cavalleresco che è divenuto troppo potente. Il Gran Maestro de Molay e altri, fra cui un Geoffroy de Charny (o de Charney? Così in uno dei verbali del processo) sono condannati e bruciati sul rogo. Li si è accusati, tra l’altro, di possedere l’immagine d’un uomo con baffi e barba che, secondo gli accusatori, sarebbe la rappresentazione del demonio Bafomet che i Templari adorerebbero. Si potrebbe ipotizzare trattarsi della Sindone. Ci sono storici (l’inglese Jan Wilson per primo, nel 1976 durante il pre-congresso sulla Sindone tenuto ad Albuquerque) che hanno supposto che questa fosse stata rubata a Costantinopoli direttamente dai Templari, non dal de La Roche, e poi, dopo essere stata sequestrata al templare de Charny (Charney?), fosse stata donata da Filippo il Bello, verso il 1350, all’omonimo (nipote o estraneo?) Geoffroy de Charny. Peraltro, non c’è documentazione che l’Ordine avesse partecipato alla Quarta Crociata, per cui preferisco seguire l’ipotesi che i Templari non abbiano avuto a che fare con la Sindone. È curioso sapere che, anni dopo, nel 1418, tra i parenti "d’acquisto" dei de Charny c’è un de La Roche, precisamente il conte Umbert de La Roche marito di Margherite de Charny, ultima erede del casato e proprietaria della Sindone, il quale, per evitare al Telo pericoli connessi con la "Guerra dei cent’anni" che in quell’anno passa per la zona, porta temporaneamente la Sindone in Borgogna, nella cappella di Buessard; ma torniamo un po’ indietro.
1353/6
Geoffreoy conte di Charny, forse nipote del precedente omonimo, o quasi omonimo, nel 1353 possiede, come attestano documenti, la Sindone, nel suo castello entro i propri domini in Lirey. Fa voto di darla in custodia ai canonici di Lirey se la Francia vincerà la guerra. La guerra è vinta, lui è morto in battaglia, la vedova, una Vergy, tiene fede all’impegno: anno 1356 e verbale di consegna ai canonici, che iniziano ad ostenderla con frequenza. Diviene celebre.
1356/1452
Ometto molte delle vicende sindoniche di questo periodo di quasi un secolo, piuttosto noiose. Dico solo che Pietro d’Arcis, vescovo della diocesi di Troyes in cui si trova Lirey, è accanito avversario della Sindone che, senz’averla vista, considera senz’altro un semplice dipinto volto a ingannare la buona fede dei credenti (in realtà, non ci sono tracce di pigmenti sul Lenzuolo: v. in sintesi); che ci sono liti tra i canonici e i de Charny a proposito del suo possesso e che la Sindone torna infine definitivamente ai proprietari. Tutti i passaggi del Lenzuolo dai canonici alla famiglia e viceversa sono documentati.
1453
L’ultima erede del casato, Margherita di Charny, vedova e in condizioni economiche non floride, dona (o vende?) la Sindone ad Anna di Lusignano, moglie del duca di Savoia Ludovico. Da questo momento, il lenzuolo risiede nel capoluogo savoiardo, Chambery. Viene costruita un’apposita cappella per onorarla e custodirla.
1532
Proprio lì, nella notte fra il 3 e il 4 dicembre, scoppia un terribile incendio. La Sindone è salvata a prezzo di gravi scottature di chierici. Riposta in un cofano, ne è tolta due anni dopo, alla presenza di notai e di coloro che ben la conoscevano, che attestano, con verbale, che il lenzuolo danneggiato che hanno innanzi è senz’altro lo stesso. Si trascrivono i danni che ha subito, i principali dei quali sono due linee parallele bruciate per tutta la lunghezza ed otto fori simmetrici:
(Schema: linea di bruciatura ———- foro O ______________________________________

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È bastata una goccia di metallo fuso, secondo un esperto, il sindonologo Mario Cappi, dello stagno che saldava lastre d’argento che rivestivano l’esterno della teca lignea che custodiva, piegato in otto strati, il Lenzuolo, per trapassarli tutti e procurare quegli otto simmetrici fori. Le Clarisse del convento di Chambery sono incaricate dei rattoppi, che si vedono ancor oggi sulla Sindone. Per rinforzare il Telo, cuciono sul retro, per tutta la sua ampiezza, un telo d’Olanda che c’è ancora
[P.S. Così era al momento della stesura di questa pagina nell’estate 2000: tuttavia, tra il 20 giugno e il 22 luglio del 2002, sia il telo sia le toppe sono state rimosse – Nota aggiunta il 10 agosto 2002 -].
1572
La capitale del Ducato di Savoia diviene Torino, dove la Corte dei duchi si trasferisce.
1578
Il duca Emanuele Filiberto "Testa di Ferro" vuole portare a Torino anche la Sindone, ma gli abitanti di Chambery la venerano e vogliono che resti nella loro città. L’occasione è data al duca da un voto dell’arcivescovo di Milano, poi canonizzato, Carlo Borromeo: aveva promesso solennemente di recarsi a piedi a venerare l’immagine della Sindone se la peste (una delle tante) che ammorbava Milano fosse cessata in fretta. Così era avvenuto. Il duca dichiara di voler abbreviare il tragitto di monsignore, che non gode buona salute, e, con quella scusa, fa portare provvisoriamente il Telo a Torino. La Sindone è accolta nell’attuale chiesa torinese (guariniana, un capolavoro successivo, barocco) di San Lorenzo, allora non ancora dedicata a questo santo, più piccola (oggi ne è la cappella) e chiamata Santa Maria "ad Presepe", in piazza Castello, vicinissima al Duomo. Poco dopo, in ottobre, giunge l’arcivescovo. Alla sua partenza, la Sindone rimane a Torino e non tornerà mai più a Chambery.
1694
Già custodita nel palazzo ducale, la Sindone viene trasferita in una grandiosa cappella appositamente progettata da Guarino Guarini, adiacente al palazzo ducale da una parte e al Duomo dall’altra.
1706
Assedio di Torino da parte francese. La Sindone segue i duchi a Genova. Dopo la guerra, alla fine dello stesso anno, è riportata a Torino. Nel 1713 il ducato diviene regno, occasione per una delle tante Ostensioni fatte dai Savoia in quei tempi: nel 1717 ne faranno un’altra per celebrare i primi quattro anni del reame.
1898
In occasione dell’Ostensione per celebrare il matrimonio di Vittorio Emanuele figlio del re Umberto I ed erede al trono, l’avvocato torinese Secondo Pia, ottimo dilettante, realizza, col beneplacito regio, le prime fotografie della Sindone. Dichiara poi che, per poco, la lastra negativa appena sviluppata non gli era caduta di mano per l’emozione: aveva scoperto che quel negativo era in realtà un positivo per quanto riguardava l’immagine dell’Uomo; e che invece tutto il resto, sangue, rattoppi, bruciature, sulla lastra era normalmente negativo. Siamo in pieno clima positivista ateo, per cui molti l’accusano d’aver ingannato con trucchi fotografici. In realtà, ogni fotografia scattata successivamente porterà allo stesso risultato.
1931
Ostensione per il matrimonio dell’erede al trono Umberto. Nuove fotografie della Sindone (le più note), questa volta da parte di Giuseppe Enrie, professionista.
1939
Primo Congresso di Studi sulla Sindone, a Torino.
1939/46
Per la II guerra mondiale, nel 1939 la Sindone è messa al riparo nel santuario di Montevergine (Avellino). Torna a Torino nel 1946.
1969
Prime foto a colori, di Giovanni Battista Judica Cordiglia.
1973
Ostensione della Sindone per televisione. Con l’occasione, si preleva un campione di tessuto che sarà analizzato, per la prima volta, col metodo di radiotatazione carbonio 14, dal carbonologo Raes: delusione dello scienziato, una parte del campione risulta del 200 e un’altra del 1000. Max Frey dell’Università di Zurigo, criminologo e botanico, preleva con nastri adesivi micropolveri sulla Sindone. Scopre al microscopio che vi sono pollini fossili di piante della Palestina, dell’Anatolia, di zone alpine (sintesi).
1978
Ostensione per celebrare i 400 anni del trasferimento a Torino. Dall’8 al 14 ottobre molti esperti, in maggior parte statunitensi, analizzano la Sindone per 120 ore di séguito per un’indagine multidisciplinare.
1983
Muore in esilio l’ex re d’Italia Umberto II, proprietario della Sindone, che per testamento la lascia al Papa. Giovanni Paolo II dispone che resti a Torino e ne siano, nel tempo, custodi gli arcivescovi che si succederanno sulla cattedra della Chiesa torinese.
1988
Esperimenti ufficiali di radiodatazione.
1997
Incendio della cappella del Guarini. La Sindone è assente, custodita in Duomo, perché la cappella sta subendo restauri. Il vigile del fuoco Mario Trematore, mentre le fiamme si stanno estendo entro il Duomo stesso, spacca con forza sovrumana la teca antiproiettile che custodisce il Lenzuolo e, coi suoi colleghi, lo pone in salvo. Nessun danno alla Sindone.
1998
Ostensione dal 18 aprile al 14 giugno per celebrare i 100 anni dalla prima fotografia della Sindone.
2000
Ostensione dal 12 agosto al 22 ottobre in occasione dell’Anno Santo.
2002
Tra il 20 giugno e il 22 luglio 2002, sono stati tolti alla Sindone i rattoppi e il telo d’Olanda.