I ragazzi di via Panisperna con una breve intervista a Roberto Alajmo amico di Sciascia

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Il gruppo piu’famoso di fisica Italiana del ‘900 è senza dubbio quello formato dai ragazzi di via Panisperna a Roma diretti da grande fisico Enrico Fermi. Fermi era già noto per i suoi brillanti studi già da studente della Scuola Normale di Pisa, dove presentava studi avanzati sconosciuti ai professori che attingevano spesso nozioni dal giovane Fermi.
Già prima della laurea Fermi pubblicò alcuni notevoli lavori riguardanti la relatività. Laureatosi nel luglio del 1922, discutendo una tesi, necessariamente sperimentale, sulla formazione di immagini con i raggi X, Fermi, rientrato in famiglia a Roma, chiese consiglio sulla strada da intraprendere a O.M. Corbino, direttore dell’Istituto di Fisica dell’Università di Roma. Corbino riuscì a istituire presso l’Università di Roma una cattedra di fisica teorica, la prima in Italia, alla quale fu chiamato Fermi. Così, nell’autunno del 1926, Fermi si trasferì a Roma nell’Istituto di Via Panisperna, dove iniziò il periodo più fecondo della sua vita scientifica e dove ben presto, grazie al pieno appoggio di Corbino, creò un gruppo di collaboratori: il primo fu Rasetti, al quale si aggiunsero E. Segré, E. Amaldi, B. Pontecorvo. Saltuariamente, e solo per quanto riguardava i problemi teorici, partecipava ai lavori del gruppo anche E. Majorana.
*Nel l926 Majorana stava studiando ingegneria, frequentava l’ultimo anno del Politecnico a Roma, quando I’amico e collega di studi Emilio Segrè, che dal Politecnico era passato alla Facoltà di Fisica, cercò di trascinare in Fisica anche Ettore: « Vieni » gli disse un certo giorno « ti faccio conoscere Enrico Fermi. Ti entusiasmerà ».
Andarono. Fermi studiò a lungo e in silenzio Ettore, più giovane di lui di qualche anno, gli parlò delle più recenti teorie della fisica e gli mostrò una complicata tabella di valori calcolata durante un ciclo di studi e di esperimenti. (…)
L’incontro tra Fermi e Majorana segnò l’inizio della collaborazione del giovane matematico siciliano alle affascinanti ricerche che, con povertà di mezzi pari alla ricchezza d’ingegno e di entusiasmo, -avrebbero portato alle più importanti e rivoluzionarie scoperte della fisica-.
Con gli anni quei « ragazzi », Fermi, Segrè, Amaldi, Rasetti, Pontecorvo, si sarebbero rivelati formidabili pensatori e ricercatori tenendo a battesimo le prime utilizzazioni dell’energia nucleare.
Nel laboratorio di fisica di via Panisperna, Majorana è l’unico capace di tener testa a Fermi. Un giorno si sfidano a trovare la soluzione di un difficile problema. Fermi ha carta, matita e un regolo calcolatore, Majorana nulla: arrivano alla soluzione nello stesso tempo.(…) In quel periodo Majorana pensava sempre, ovunque: in tram, per la strada. Il suo cervello era un vulcano, gli venivano in mente ogni momento nuove idee, soluzioni di problemi prima insoluti o spiegazioni di risultati provati, sperimentalmente, in laboratorio: allora si fermava di colpo, si frugava in tasca alla ricerca di un involucro di sigarette, di una scatola di cerini, di un biglietto di tram su cui scarabocchiare formule complicate. Ma invano Enrico Fermi lo spinge a pubblicare i suoi risultati. « Perché dovrei farlo » è solito ripetere Majorana « è tutta roba da bambini ». Poi, fumata l’ultima sigaretta o consumato l’ultimo cerino, accartoccia il pacchetto o la scatola e li getta via. Nel l934 muore infatti il padre di Ettore, che risentì il luttuoso evento forse più degli altri fratelli, perché con la morte del padre venne a mancargli il più sincero e affettuoso interlocutore. Per sottrarlo ad un isolamento che rischia di precipitarlo nella pazzia, gli amici di via Panisperna cercano di fargli ottenere una cattedra. In quei giorni anche Emilio Segrè ha vinto la cattedra di Fisica all’Università di Palermo. Così, nel novembre del l937, Ettore Majorana, a soli trentun anni, diventa professore di fisica teorica all’Università di Napoli, senza concorso, per « chiara fama ». Quattro mesi più tardi scompare per sempre. (*)

Ho fatto alcune domande al giornalista-scrittore Roberto Alajmo amico di Sciascia, e che in passato si è occupato del caso Majorana.

Quando e perché si è interessato a Majorana?
Mi sono interessato a Majorana per la prima volta quando mia madre mi ha messo in mano il libro di Sciascia: Einaudi, bianco copertina morbida, con una immagine bellissima di Fabrizio Clerici al centro. E’ stato il mio esordio nella letteratura da grandi.
Che idea si è fatta del caso?
L’idea che mi sono fatta e’ che verosimilmente Majorana abbia deciso di uccidersi.
Ma che la ricostruzione di Sciascia e’ letterariamente affascinante e persino giornalisticamente affidabile, perchè non pretende di rivelare verità, ma si limita a ragionare su una serie di ipotesi.
Crede davvero che Majorana si sia ritirato in un convento? Quella del convento e’ un’idea molto suggestiva, ma che lo stesso Sciascia segue fino a trovarsi di fronte a un vicolo cieco.
La traccia di una crisi improvvisa può essere credibile?
L’ipotesi della crisi di coscienza che porta Majorna a sparire e’, ripeto, verosimile. Immagino che sia stata la causa scatenante di una forma di crescente angoscia personale. Da qui il desiderio di autoannullamento. E a questo punto forse non e’ neppure importante che si tratti di suicidio o di sparizione in stile Fu Mattia Pascal.
la ringrazio

* A Napoli Majorana svolse alcune lezioni, una dozzina o poca più, tra il disinteresse dei sei o sette studenti del corso (ma « quelle Lezioni del l938 » ha dichiarato qualche tempo fa il fisico Bernardini « potrebbero essere svolte ancor oggi. Sono attualissime. La fisica ufficiale se n’è accorta soltanto nel l955*.

* tratto, dall’articolo "Il caso Majorana" apparso sulla rivista STORIA ILLUSTRATA n. 173 dell’aprile 1972 e scritto da Leandro Castellani.

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