L’ospedale di Maggiano

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Immerso tra i colli lucchesi, e avvolto da un’atmosfera surreale, si erge vicino alla città di Lucca, in zona Fregionaia l’ex manicomio di Maggiano. La psichiatria lucchese è legata alla storia dell’ospedale psichiatrico di Maggiano, che è stato anche uno dei centri mentali più importanti di Italia. È qui che Tobino a vissuto gran parte dei suoi anni, abitando li insieme ai suoi malati.
Non sempre però la struttura è stata adibita a manicomio, infatti nel passato apparteneva a un monastero dei Canonici Lateranensi di Santa Maria di Fregionaia . Nel 1769 il Senato della Repubblica lucchese formulò al Pontefice Clemente XIV (Lorenzo Ganganelli) una richiesta per ottenere la soppressione del Monastero dei Canonici Lateranensi. L’anno seguente, il Papa, con breve «Bonus ille pastor aeternus», sancì la soppressione del Monastero, a condizione di utilizzare gli utili in opere di assistenza nello Spedale lucchese di San Luca della Misericordia. Fu così deciso di destinare la struttura al ricovero e alla custodia dei folli. Ancora oggi all’interno della manicomio, è possibile scorgere alcuni segni del monastero, il chiostro, la cappella, gli affreschi sacri. Il 20 aprile 1773, con l’insediamento del personale, fu ufficialmente aperto lo Spedale de’ Pazzi di Fregionaia come dipendenza dallo Spedale cittadino di San Luca della Misericordia e il giorno seguente arrivarono i primi undici malati, provenienti dal Carcere cittadino della Torre. Inizialmente sui pazienti venne applicato il metodo di Philippe Pinel, grande psicanalista francese e del suo Traitement moral. Successivamente, fu adottata una terapia riabilitativa facendo lavorare i malati. Così mentre gli uomini erano occupati prevalentemente nei lavori agricoli, le donne erano impiegate in lavori di pulizie e di riassetto. Tra le terapie più significative è da segnalare, nel 1860, l’acquisto di un organo a tastiera e cilindro e l’apertura di una sala da ballo, metodi quasi precursori della moderna musicoterapia.
La vita dentro il manicomio era piuttosto tranquilla, ma fatta anche di sofferenza, di momenti difficili, di pazienti che sfogavano il loro malessere in grida acute, messe a tacere spesso con metodi violenti, terapie purtroppo comuni a tutti gli ospedali psichiatrici di quel tempo. Il manicomio era diviso in due reparti: quello delle «tranquille» e quello delle «agitate». Il primo è costituito da camerate, l’altro da piccole celle. Vi operavano, insieme con i medici e con lo stesso Tobino (che, quando scrive il libro, vi lavora da dieci anni), duecento infermieri e diciannove suore della congregazione di San Vincenzo de’ Paoli. Del disagio provato dagli internati, ci sono le testimonianze dirette dagli stessi malati, che sul giornale interno del manicomi, "la pantera", scrivevano in versi di poesia le loro giornate spesso infernali. Ma c’erano anche momenti, quando la malattia si addormentava, dove le loro menti si aprivano e davano sfogo a dipinti, sculture e oggetti in legno.
Dopo il la proposta del referendum radicale per l’abolizione dei Manicomi, la Legge 180, poi recepita nella Legge 833 di Riforma Sanitaria del 1978, si avviò la fase terminale dell’Ospedale e la attivazione dei nuovi Servizi di diagnosi e cura con purtroppo deficit di strutture nuove e alternative che molti problemi ha creato all’assistenza medesima, fino alla chiusura definitiva dell’O.P. nel 1999.

Per alcuni un manicomio è un luogo per certi versi muto, isolato, emarginato. In realtà non è così, un manicomio è una struttura viva, fatta di storie, di mondi paralleli, ed è parte integrante di una società. Quando un paziente veniva messo in manicomio, veniva dimenticato dal mondo, spesso anche dalla famiglia. Chi entrava in un manicomi non faceva più ritorno, e anche se un giorno sarebbe uscito portava in sopra di se quel marchio indelebile, indicato da tutti come il pazzo del paese. Il manicomio di Maggiano come gli altri erano luoghi scomodi, ma necessari per quelle persone sfortunate che non riuscivano a controllare gli scherzi della mente. Tobino lo aveva capito molto bene, lui che stava tutti i giorni insieme a loro, che gli ascoltava, che dava loro quell’umanità necessaria per sentirsi vivi e amati.
Gli ultimi anni di vita, oltre alla scrittura, Tobino continuò a dedicarli agli ammalati dell’ex psichiatrico di Maggiano, uomini e donne. I primi dovevano essere guardati a vista dagli infermieri: erano imprevedibili e violenti; le seconde vivevano in uno stato di ipocondria, silenziose e malinconiche. Ma lui riusciva a conversarvi. Lo straordinario rapporto che i malati riservavano nel loro amico Tobino andava oltre al rapporto medico paziente, non appena lo vedevano mostravano, infatti, attenzione e grande gioia. Ed è giusto rievidenziare il suo rammarico per la legge Basaglia. Diceva che gli ammalati di mente avrebbero avuto bisogno di strutture alternative ai manicomi, altrimenti sarebbe stata una catastrofe. E purtroppo come ci ha raccontato la nipote fu proprio così. Liberi, molti ammalati di mente, in tutto oltre tremila, morirono in maniera tragica. Era il suo dolore, insieme a quello di essere stato equivocato e deriso da coloro che volevano sostituire la politica alla scienza, scriverà poi maggio 1978 sulla Nazione «Anche loro sono creature umane, si lascino tranquilli, questa è la loro casa», purtroppo non fu ascoltato.
L’ospedale psichiatrico di Maggiano oggi sembra abbandonato, ma non è così, una parte di esso verrà restaurato e ridato alla città di Lucca sotto forma di Museo, dove le persone potranno vedere oggetti, libri, fotografie e le opere dei malati. Non solo verranno riportati alla luce i libri e gli appunti del medico Tobino che potranno essere consultati, in quanto patrimonio importate della letteratura e della psicoanalisi del nostro paese e non solo.
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