Osservazioni sul caso Majorana del prof Umberto Bartocci

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Sulla sparizione del grande scienziato siciliano si sono in passato intrecciate molte ricostruzioni letterarie e cinematografiche. Il film di Gianni Amelio ne è un esempio su tutti, che ripercorre l’intera storia dei ragazzi di via Panisperna evidenziando bene la figura enigmatica di Majorana. Il romanzo letterario che più di tutti avvolge per il modo coinvolgente con cui è stato scritto dall’autore è senza dubbio :” La scomparsa di Majorana” di Leonardo Sciascia. L’autore traduce il genio “mostruoso” del giovane Majorana come una bontà della Natura. Questo concetto viene evidenziato con la metafora che :“Ettore portava la scienza” , tra il gruppo “ tra i ragazzi di via panisperna” e lui c’era una profonda differenza: i ragazzi cercavano, lui trovava. Per gli altri la scienza era una fatto di volontà, per lui di natura. Inoltre Sciascia cerca di dare delle spiegazioni sulla la scomparsa pur non fornendo una risposta.
Ripercorrendo un’interpretazione personale o come dice l’autore stesso: “…qualche riserva logica …“ sul libro di Sciascia, fatta in un articolo dal professor Umberto Bartocci, con il quale ho avuto il piacere di interloquire, aggiungiamo ( grazie alla concessione dell’ autore) del materiale all’inchiesta, per vedere sotto un’altra prospettiva la figura e il periodo storico che avvolse la vita di Majorana .
"Malizia" interpretativa all’opera tratto da Leonardo Sciascia e il caso Majorana: siciliani scompaiono nel nulla, ma un’ipotesi tarda ad apparire… di(Umberto Bartocci)E’stato professore ordinario di Geometria II e Storia delle Matematiche presso il Dipartimento di Matematica e Informatica, Università degli Studi di Perugia.

(…) Partiamo dall’episodio del concorso che condusse Majorana alla cattedra universitaria, appena pochi mesi prima della sua morte (e già, è bene cominciare a introdurre subito l’avvenimento che farà da cornice alle presenti riflessioni). Sciascia, usando soltanto la propria esperienza, da profondo conoscitore di uomini ed ambienti, ne offre una spiegazione assolutamente realistica e credibile, che val la pena rileggere insieme tutta intera.
"Majorana dimostra invece di poter rientrare quando vuole in quella che Amaldi chiama la vita normale. E ci rientra, crediamo, per un ‘normale’ ripicco, per un risveglio di quel latente antagonismo nei riguardi di Fermi e dei ‘ragazzi di via Panisperna’, che non erano più ragazzi, ma professori ordinarî o incaricati – con tutto quel che comporta, sul piano delle strategie e tattiche interne, sul piano del costume, l’esser professori in Italia, il far parte in Italia della vita accademica (ma non soltanto in Italia). E dispiace dover dire che è un po’ una mistificazione la versione che da parte accademica si dà del rientro di Ettore Majorana nella ‘normalità’: che cioè furono Fermi e gli altri amici a convincerlo di partecipare al concorso per la cattedra di Fisica Teorica. In realtà i conti per l’attribuzione delle tre cattedre messe a concorso erano stati fatti sull’assenza e non sulla partecipazione di Majorana; e la decisione di concorrere crediamo sia scattata in Majorana dal gusto di guastare un giuoco preparato a sua insaputa ed a sua esclusione. Candidamente, Laura Fermi rompe quella specie di omertà che si è stabilita sull’episodio e racconta le cose per come effettivamente sono andate. La terna dei vincitori era stata già tranquillamente decisa, come d’uso, prima della espletazione del concorso; e in quest’ordine: Giancarlo Wick primo, Giulio Racah secondo, Giovanni Gentile junior terzo. ‘La commissione, di cui faceva parte anche Fermi, si riunì a esaminare i titoli dei candidati. A questo punto un avvenimento imprevisto rese vane le previsioni: Majorana decise improvvisamente di concorrere, senza consultarsi con nessuno. Le conseguenze della sua decisione erano evidenti: egli sarebbe riuscito primo e Giovannino Gentile non sarebbe entrato in terna’. Di fronte a questo pericolo, il filosofo Giovanni Gentile svegliò in sé le energie e gli accorgimenti del buon padre di famiglia dell’agro di Castelvetrano: dal ministro dell’Educazione Nazionale fece ordinare la sospensione del concorso; e fu ripreso dopo la graziosa eliminazione da concorrente di Ettore Majorana, nominato alla cattedra di Fisica Teorica dell’Università di Napoli per ‘chiara fama’, in base a una vecchia legge del ministro Casati rinvigorita dal fascismo nel 1935. Tutto tornò dunque nell’ordine. E a Majorana toccò di rientrare sul serio nella ‘normalità’: ché aveva partecipato al concorso soltanto per fare acre scherzo ai colleghi. Tra i quali più tardi, dopo la scomparsa, prese piede la convinzione che fosse fuggito per il panico, il trauma, di dover comunicare, di dover insegnare. Come a dire che ben gli stava." (p. 51; i numeri di pagina sono relativi alla prima edizione del libro).

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Naturalmente queste parole (e il complessivo impianto della ricostruzione sciasciana, che faceva riferimento alle scoperte di fisica che sarebbero sfociate di lì a poco nelle applicazioni dell’energia atomica a fini bellici, e alla sopravvenuta estraneità tra Majorana e gli altri "ragazzi di via Panisperna") non fecero piacere ai diretti interessati, e puntualmente Edoardo Amaldi replicò a Sciascia dalle pagine de L’Espresso6. "Fantasioso ed infondato" il ritenere che il fisico siciliano possa aver "previsto specificamente il pericolo delle armi atomiche incombente sull’umanità", in quel tempo non ci pensava nessuno; ma soprattutto falso supporre che esistesse "una forma di contrapposizione fra Ettore Majorana ed Enrico Fermi. I rapporti fra i due sono stati sempre più che buoni".
Soffermiamoci su quest’ultima affermazione: proviene da un testimone oculare, ed è in teoria9 degna di essere presa in maggiore considerazione delle deduzioni di chicchessia. Elemento fondante del ragionamento di Sciascia è la constatazione che, dopo la cessata frequentazione da parte di Majorana dell’Istituto di via Panisperna (ma non degli studi di fisica!10), Fermi non andasse mai a trovarlo, segno che "i loro rapporti non erano mai stati amichevoli o non lo erano più" (p. 48 – enfasi del presente autore). Ma senza pretendere di dirimere la questione teorica di quale delle due categorie di indizi sia più rilevante, ed invitando il lettore ad agire nella veste di vero e proprio giudice11, portiamo in scena un’altra testimonianza diretta, di solito ignorata da chi si è occupato finora del "mistero" in parola. Si tratta di quella che viene offerta da Oscar D’Agostino, uno dei primi attori delle ricerche che condussero infine alla bomba atomica12:
"[Majorana] Tornò più volte in via Panisperna per discutere con Fermi su tutte le questioni teoriche che erano state, per così dire, messe sul tappeto dalle stesse scoperte di Fermi e da quelle immediatamente precedenti dei coniugi Joliot-Curie. Un pomeriggio Amaldi ed io arrivammo all’Istituto di Fisica verso le due. Fatti pochi passi cominciammo a percepire grida ed esclamazioni assai vivaci. Riconoscemmo la voce di Fermi e ci stupimmo non poco. Non avevamo mai udito Fermi urlare. La porta dello studio era aperta: Fermi e Majorana, davanti a grosse lavagne piene di numeri e di strani segni più o meno cabalistici, si davano reciprocamente del cretino e dell’asino. La disputa era incominciata verso mezzogiorno. Nel calore della discussione nessuno dei due fisici aveva pensato di andare a pranzo. Fu quella l’ultima volta che vidi Majorana."
Non ce ne sarebbe ovviamente bisogno, ma sottolineiamo pure, per i "distratti", che, secondo le dichiarazioni di quest’altro testimone oculare, come già detto da tutti solitamente trascurato, Amaldi stesso fu presente all’episodio, e che quella sopra riferita non può essere considerata una naturale comune sfuriata, con successiva rappacificazione, perché dopo di allora D’Agostino non vide mai più Majorana in via Panisperna! (l’accaduto si riferisce alla tarda primavera del 1934, quindi a ben 4 anni prima della scomparsa del povero Ettore).