Shoptown

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Questo povero, ricchissimo Natale fa un buco nella vecchia cintura e poi la getta via. Ne indossa una nuova, magari firmata. Le feste più austere dell’ultimo secolo vedono sciami di single e famigliole, nonnini e adolescenti rincorrersi fra urgenze di pacchi e fiocchetti, borsate di utilissime inutilità, eppure secondo gli opinionisti siamo un popolo in bolletta. Questo povero, ricchissimo Natale fa un buco nella vecchia cintura e poi la getta via. Ne indossa una nuova, magari firmata. Le feste più austere dell’ultimo secolo vedono sciami di single e famigliole, nonnini e adolescenti rincorrersi fra urgenze di pacchi e fiocchetti, borsate di utilissime inutilità, eppure secondo gli opinionisti siamo un popolo in bolletta. Sarà che i pareri divergono sempre con facilità, sarà che le tredicesime sono state più generose di quanto previsto, ma è un fatto: gli italiani, nell’ultima settimana, hanno trascorso più tempo dietro le vetrine che a letto. Da Palermo a Merano, nessuno si è risparmiato, salvo piangere miseria per il gioco dei saldi, appena dopo le feste. Tutti pronti per un nuovo assalto. Non è cambiata la quantità di spesa, piuttosto sono aumentati i negozi, nonché l’orientamento dei compratori; la dinamica resta sempre la stessa. L’eco di tacchi puntuti che inseguono una scia – neanche troppo immaginaria – fra le vie chic delle città (senza citare i soliti centri di Roma e Milano), le spallate e i “fuori pista”, i fuori orario con la fretta di farsi attivi, celeri, prestanti e fantasiosi nell’indovinare il regalo, senza sfigurare coi destinatari al momento della consegna, né sul lavoro, causa assenteismi da psicosi babbonatalizia e battute di caccia-al-dono ingiustificate. Qualcuno ricorda la storiella dei benestanti travestiti da pezzenti, altri si limitano a censire la fetta di individui a loro comodi, per trarre vantaggio dalle rispettive fotografie della società; ognuno fa il suo compitino senza interferire con la controparte, ma soprattutto senza rispecchiare la realtà nella sua autentica dimensione. La voce di chi soffre in silenzio e si impegna a chiudere i conti di fine mese con un misero, costante pareggio, è un vessillo che sventola all’occorrenza, perché le bollette sono più care, le tasse in aumento continuo, le rate e l’usura bancaria pressano da vicino, il caro-carburanti è ormai una piaga globale. Però al Natale nessuno rinuncia. Non lo chiamano più nemmeno Santo, quale dovrebbe essere, in onore della ricorrenza e della soavità che dovrebbe rappresentare. L’unico, degno di tal nome, rimane quel povero Santa Claus appeso ai balconi come un ladro o un impiccato, e il sogno dei bimbi andato in frantumi. Loro hanno sempre saputo che non esiste, ma un tempo non lo vedevano. Oggi sono minati dalla sua immagine e gli scrivono letterine formato email, convinti che l’indirizzo corrisponda a quello di un ipotetico magnate, col volto dei genitori. Sempre più poveri?