Benazir Bhutto: una ferita sul callo della Verità

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L’uccisione durante un comizio di Benazir Bhutto non lascia il circostanziale amaro in bocca, bensì una voragine di sconcerto. Non solo per la grave perdita sotto il profilo umano (è stata una delle poche donne del ventesimo secolo capace di guidare una nazione islamica a soli 35 anni), ma soprattutto per lo squarcio che apre nello scenario disarmante e precostituito dei palazzi del potere. Scopriamo qualche carta importante. Si presupponga che il Pakistan, nazione di giovane e faticosa indipendenza, sia guidato da un uomo che di libertario ha il solo arbitrio personale; si presupponga ancora che quest’uomo abbia commesso l’errore di autorizzare il rientro in patria della Bhutto, vero e proprio simbolo di pace e di opposizione alla dittatura (per meno lenire definita “governo autoritario”); a tutto ciò si assommino la paura di un popolo stanco e vessato, la sua prontezza nello scendere in piazza – historia docet! – e si otterrà un’equazione di facile soluto. Nulla incute più timore di una belva ferita. La storia succitata ha parole limpide e scomode: gli Stati Uniti hanno “usato” il Pakistan del generale Khan per riavvicinarsi alla Cina, nel 1971, mentre infuriava il terzo conflitto con l’India, per la contesa sulla nascita del Bangladesh. Per ripagare l’aiuto, l’Amministrazione Nixon, in realtà Kissinger, fornì supporto economico-militare al Pakistan, che tutt’ora figura tra gli alleati più fedeli. L’atomica in possesso degli scienziati pakistani è una primizia di mercato statunitense. Come scordarsi, poi, del quadro in cui s’inserisce il tutto? Al confine con l’Afghanistan, ossia dove infuria la guerra al terrore, e dove gli alleati perdono terreno ogni giorno, tanto sul piano militare quanto su quello della credibilità internazionale. Ecco dunque il fulcro su cui ruota Benazir Bhutto. Una mina vagante sino a due settimane dalle elezioni, pericolosa per la reggenza, ma eccellente pretesto per spostare l’attenzione dal vicino Afganistan al giardino perduto di Musharraf, nonché tramite di nuove accuse ai talebani, sessantottina invenzione del Grande Alleato che nessuno più ricorda. Tranne Micheal Moore e pochi storici studiosi del conflitto contro l’Unione Sovietica. La soluzione ideale? Un plateale sacrificio. Per eventuali connivenze, fra settant’anni ci si potrà rivolgere alla declassificazione del materiale CIA.