Senza Filtro

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La tragedia di Benazir Bhutto non ha fermato che il tempo striminzito di una riflessione. Ci vuole ben altro.

Squali e rapaci si sono gettati a capofitto nel magma della tregenda, titoloni e libri verranno scritti a breve, quasi fossero stati già pronti. Da più parti sono partite accuse, e grandi parole si sono levate come tuoni da questo e da quell’altro lato degli emisferi (cerebrali) del mondo. Nessuna assennata, fra quelle bellicose e di rappresaglia. Non è la vendetta che andava predicando la figlia del fu primo ministro Zulfikar Ali Bhutto, nonostante un passato fra sospetti e condanne per corruzione, arresti domiciliari e un volontario esilio di oltre otto anni tra Londra e Dubai. Non è con la demagogia che si trasforma un geyser in acqua cheta. Il Consiglio di Sicurezza ONU ha espresso un discorso molto fermo, che nel rigore delle righe esorta il popolo pakistano a non cedere alla violenza e a mantenere comunque la stabilità nel paese. Promessa da scout. Allo stato attuale è come chiedere a un bambino di salire sull’altalena e restare lì, senza dondolarsi, aspettando il via di un genitore che non si vede. Dal presidente in carica, l’ambasciatore Marcello Spatafora, al segretario generale Ban Ki-Moon, tutti hanno chiesto giustizia e trasmesso accorate condoglianze ai familiari della vittima. Il flagello degli attentati, per la dinastia Bhutto, non si placa nemmeno a distanza di 28 anni dalla prima tragedia, quella in cui fu coinvolto proprio il padre di Benazir. Condannato dal generale Muhammad Zia-Ul-Haq, fu impiccato nel 1979 con l’accusa di avere autorizzato l’omicidio di un oppositore politico. Il PPP (acronimo italianizzato del Partito del Popolo Pakistano) di cui la figlia era leader, è diventato all’improvviso un conglomerato di global politik, il contenitore preferito per i proclami di terrore da questa e da quell’altra parte. Un paese nucleare allo sbando, s’è detto; la peggior crisi negli ultimi sessant’anni, una brutta gatta da pelare per Islamabad. Eppure, proprio durante un comizio, la Bhutto aveva preceduto la sorte affermando che "si possono uccidere le persone, ma le loro idee sopravviveranno al terrore". Lei stessa sapeva di andare incontro alla morte, perchè il prezzo da pagare per la democrazia, a volte, è altissimo. La consapevolezza del rischio e del destino è quanto rende uomini e donne incrollabili icone della alla speranza, ma è soprattutto un monito a chi non ha il coraggio dei fatti dinanzi alle parole. Senza filtro. In nome di un sogno tangibile, non sia fatta la volontà dei kamikaze.