La storia che non tutti conoscono, quella del popolo falasha.

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Nello studio della storia risulta impossibile non avvicinarsi alla lettura delle riviste tecniche.

Studiando gli avvenimenti sui manuali e sui testi monografici sembra sempre che a queste pietanze manchi qualcosa, per l’appunto le spezie e il sale che sono contenuti negli articoli delle riviste storiche. Ma ovviamente, come per la lettura dei giornali, è bene che la lettura delle riviste venga valutata nel pieno dell’obiettività, magari con l’accostamento e il confronto fra riviste orientate diversamente. Detto questo la lettura è sempre ricchezza e leggendo un lavoro didattico di Lucia Monda, pubblicato sulla rivista Nova Historica, n°21 anno 6 2007, capita di riscoprire una vicenda che non tutti conoscono, quella del popolo falasha.

Semplicemente, con il termine falasha, dispregiativo o no, vengono indicate delle popolazioni nere dell’Etiopia settentrionale e di religione giudaica. Forse ebrei fuggiti in Egitto dopo la distruzione del primo tempio nel 586 a.C., o discendenti di Salomone e della Regina di Saba, questi figli d’Israele hanno dovuto subire per secoli le pressioni di altre popolazioni africane che li hanno costretti, in parte, alla conversione al cristianesimo. Ma la storia che vogliamo raccontare è quella che, passando per il Sudan, arriva fino in Israele.

Il Sudan, che come tutti sanno è il più esteso stato del continente africano e la cui storia è interessante, sia per comprendere le dinamiche del colonialismo, sia per le successive fasi della decolonizzazione e del neocolonialismo (il Sudan, che dalla coltivazione del sorgo riusciva a coprire le richieste del mercato interno, oggi, in seguito ad accordi commerciali con l’Inghilterra, impegna una parte consistente della propria agricoltura per la coltivazione del cotone e, dai ricavati della vendita di questo, non riesce a soddisfare la richiesta cerealicola interna) è, anche, il Paese africano dove, dopo scontri e carestie che stavano travagliando l’Etiopia, sono emigrati molti falasha.

Tra il 1984 e il 1985, attraverso l’operazione Mosè, furono trasferiti in Israele, con dei ponti aerei, circa 8000 individui su un totale di 25000. Poi, il 24 maggio 1991, con un’altra operazione, Salomone, e in collaborazione con gli Stati Uniti, nell’arco di trentasei ore venne trasferita in Israele, quasi completamente, la restante popolazione degli ebrei etiopici, 14000 persone, non convertita al cristianesimo.

Ma in realtà, dal 1984, e quasi senza soluzione di continuità, è continuato l’esodo di molti falasha, ebrei o cristiani, che non sono stati trasportati con i ponti aerei. Dal 2003 le autorità israeliane decisero che nell’arco di quattro anni sarebbero stati trasferiti in Israele tutti i falasha rimasti in Africa. Però attraverso queste “operazioni umanitarie” venivano trasferite in Israele decine di migliaia di ebrei che, indipendentemente dal colore della pelle, avevano usanze, lingua e tradizioni differenti, anche per molti punti riguardanti la religione, incontrando tutti quei problemi dell’integrazione tipici degli emigrati contemporanei, se non anche l’odio legato al razzismo.

Oggi, in Israele ci sono circa 105000 falasha, molti di questi vivono le difficoltà dell’integrazione e il 60 per cento vive sotto i livelli di povertà. Altri falasha, ebrei o cristiani che rivendicano un antico legame con l’ebraismo, dall’Africa sognano quel viaggio della speranza verso una patria ebraica che forse è diventata dubbiosa.