La “caduta” del confine con la Slovenia

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Montréal – È difficile condividere il trionfalismo italiano per un avvenimento che, in gran parte, è di natura burocratica. Infatti, la cosiddetta “caduta” del confine tra l’Italia e la Slovenia non è che abolizione dei controlli doganali. Un tale evento, per me, originario dell’Istria, ha un vago sapore di beffa. Cosa è cambiato in fondo? Per la massa degli italiani i confini della penisola non hanno mai contato più di tanto. D’ora in poi conteranno ancora di meno. Il nostro popolo, infatti, non è dotato di un sano, normale senso di amore per il “suolo patrio” nella sua totalità; sentimento di appartenenza e di fedeltà guerriera che invece i popoli dell’ex Jugoslavia avevano, hanno e continueranno ad avere in dosi massicce; e ciò nonostante la scomparsa dei controlli doganali in Gorizia, e nonostante l’adozione dell’Euro. Il depennamento nella “Gazzetta Ufficiale” – la nostra “Magna Carta” – del confine italiano, ma non del senso altrui dei confini, non diminuirà nell’animo dei nostri vicini dell’est l’attaccamento spasmodico al suolo patrio, né tampoco disturberà retroattivamente la loro digestione per la grande abbuffata avvenuta a danno delle nostre terre. Stimolerà anzi in loro un ulteriore rutto di soddisfazione.
Grande è la differenza tra il senso italiota “dei rapporti di buon vicinato” e il sentimento spasmodico del territorio e dell’identità nazionale che hanno i popoli dei Balcani. Per capirlo basta vedere l’attuale contenzioso sulla linea di confine tra Slovenia e Croazia. O basta ascoltare le dichiarazioni napoleoniche dei governanti sloveni che rimpiangono di non aver trangugiato una fetta ancora più grande delle nostre terre, Trieste e Gorizia incluse. Queste dichiarazioni revansciste vanno poi messe a confronto con quelle del “nostro”
Roberto Antonaz (assessore regionale del Friuli-Venezia Giulia), per il quale “I confini sono insopportabili, sono frutto di divisioni, di decisioni prese dall’alto. Le nostre regioni sono particolari proprio perché vedono la presenza di una risorsa così importante come quella delle minoranze” Ebbene, il nostro San Francesco può rallegrarsi, perché certamente il Friuli-Venezia Giulia si arricchirà di un’ulteriore dose di minoranze.
Ad ogni epoca i suoi festeggiamenti. Nei giorni scorsi, molti festeggiavano, anche in Italia, il titoismo e i suoi equivalenti, accusando d’involuzioni guerrafondaie e di nazifascismo chiunque provasse nella penisola un normale senso di dignità nazionale. Oggi si celebra l’abbattimento di ciò che è soprattutto una porta d’entrata in Italia. Cosa cambierà? Le menzogne sul passato delle nostre terre continueranno. Gli italiani chiameranno, più di prima, la nostra Pola “Pula” e la nostra Pisino “Pazin”. Lo faranno probabilmente con accento slavo migliorato.
Continueranno imperterriti a celebrare la sconfitta della patria. Continuerà, vitalissimo, l’antipatriottismo cialtrone dietro un mondialismo di facciata che è in gran parte esterofilia, adesione alle mode, servilismo, opportunismo, mancanza di dignità nazionale. Lo spirito settario dei Guelfi e Ghibellini continuerà più vigoroso di prima. Gli italiani continueranno a portare avanti il discorso, a pieni polmoni, di fronte ai microfoni e in TV, su un immancabile sfondo di tette e di chiappe, parlando tutti insieme.
Le comunità di civiltà italiana d’Istria, Fiume, Dalmazia, composte di gente rimasta fedele ai padri e al loro sogno di “redenzione”, sono state travolte e spezzate per sempre. Occorre andare in Australia, in Canada, in Argentina, in capo al mondo, per ritrovare i barlumi di questo mondo annientato e misurare l’entità di quella perdita. Mio zio Oliviero Bresciani è morto a Buenos Aires.
Mio cugino Bruno Gherbetti è morto ad Edmonton. I miei genitori sono morti a Montréal; in esilio. E uso la parola esilio con imbarazzo, perché cosciente che per le orecchie italiane termini come questi sono inficiati dalla retorica, dal momento che io non sto parlando di calcio: unico campo, un campo da gioco, dove per gli italiani contano le bandiere e il desiderio di vincere e dove trionfano sdegno e passione.
Che mi si permetta un commento sugli esuli che hanno perso beni, sequestrati o distrutti, e sull’atteso indennizzo finale. Nel calcolo del numero di persone che ancora attendono l’indennizzo, si dimentica che vi è gente che vive lontana dall’Italia; gente che non saprebbe dove trovare i documenti necessari; e anche gente che, per amarezza, non è più interessata alla cosa. Sono passati tanti anni. Molti di quelli che sapevano, che si ricordavano, sono morti. I superstiti sono stati spesso inghiottiti da altri universi. Le memorie si spengono. Mia cugina Luisa Gherbetti (Gherbetz), il cui padre, poi infoibato, era proprietario della locanda “L’Aquila Nera” di Pisino, e di altri beni, ricorda ancora bene quel passato. Ma ha messo da tempo una pietra sopra i possibili indennizzi. Io stesso forse avrei dei diritti per quanto riguarda certi beni di mia nonna. Ma chi della mia famiglia sapeva è morto.
Sono quasi tutti morti. Avevano tanto aspettato un segno di solidarietà, la comprensione, il riconoscimento della loro fedeltà alla patria… Che sono infine arrivati, grazie ai Menia, ai Tremaglia, ai Gasparri, persone meravigliose che meritano una perenne riconoscenza. Ma per molti di loro ciò è giunto troppo tardi.
Ci dicono che il confine è caduto. E certamente d’ora in poi le frontiere per gli italiani conteranno ancora meno. Ma solo quelle esterne, non quelle interne – intoccabili – del campanilismo, dell’antagonismo regionale, della divisione tra Nord e Sud, delle varie mafie legate al territorio, e del settarismo viscerale dei partiti. Nell’Italia nata dalla resistenza, ossia nata dalla guerra civile, un certo confine straniero non ha fatto che estendersi all’interno della patria. Noi vorremmo che cadessero i numerosi confini tra italiani. No, non in uno spirito revanscista, ma di solidarietà, di amore e di riconquistata dignità nazionale.

Claudio Antonelli/News  PRESS(italoeuropeo)