Ruanda: E la sua guerra, la sua miseria

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Scoppiano gli scontri in Kenia e molti ricordano che l’Africa è tutt’oggi un continente segnato dalle battaglie civili e miseria.

Purtroppo la realtà africana è quasi costantemente costellata da situazioni al limite, o situazioni che il limite lo superano, dove facilmete scoppia la caccia all’uomo, e in alcuni casi anche all’uomo bianco. Molte volte le informazioni vengono trasmesse esaurientemente, altre volte la notizia non è altrettanto puntuale.
Sono passati quasi quattordici anni, aprile 1994, da quando in un altro paese africano, in Rwanda, il paese più densamente abitato dell’Africa, gl’insanabili squilibri interni portarono la popolazione allo scoppio di una guerra civile, feroce quanto la persecuzione ebraica nazista e fondata sulla divisione etnica tra Hutu, la maggioranza della popolazione ruandese, e Tutsi, che vide, in tre mesi, l’uccisione di più di 800.000 persone (ma la vera cifra è tutt’ora contestata), tra donne, uomini, anziani e bambini.
Però, all’originaria separazione etnica tra le principali popolazioni di questo paese, si aggiunsero in seguito, dall’ultimo decennio del 19° secolo, gli squilibri creati dalle potenze europee, che, per la ricerca di un nuovo mercato libero e di ricchezze da sfruttare, si erano date alla colonizzazione di nuovi territori extraeuropei.
Inizialmente il Rwanda era abiato dalle popolazioni dei Batwa e degli Hutu, cui seguirono, dal 13° secolo, i Tutsi (Wa Tutsi). Originariamente questi tre gruppi umani convivevano, parlando la stessa lingua, attraverso una sorta di equilibrio in cui ad ogni gruppo umano, benchè criticabile, era assegnato un ruolo. La maggioranza Hutu rappresentava i contadini che avevano il compito di garantire il sostentamento dell’intera società. I Tutsi erano nobili e guerrieri proprietari di terre e dovevano difendere il paese dalle aggressioni esterne.
Nel 1899 il Rwanda divenne parte integrante dell’Africa orientale tedesca, passando, invece, sotto il controllo delle truppe anglo-belghe dal 1916. Nel 1919, dopo la Prima guerra mondiale, la Società delle Nazioni Unite assegnava questo paese africano al Belgio e, nel 1946, dopo la Seconda guerra mondiale, erano le Nazioni Unite a concedere l’amministrazione fiduciaria del Rwanda allo stesso Belgio, che controllò il “paese dalle mille colline”, con la complicità di molti Tutsi, fino al 1961. Dal 1959, infatti, dopo sanguinosi scontri, gli Hutu presero il potere, esiliando l’aristocrazia dominante e, coi referendum del 1961 e del 1962, abolendo la monarchia e proclamando l’indipendenza. In seguito alle violenze etniche, che appunto avevano la complicità delle intercessioni europee, decine di migliaia di Tutsi (si stimano circa 250.000 persone) fuggirono dal Paese, e si rifugiarono negli stati vicini, soprattutto in Uganda e in Burundi. Da allora fino quasi ai nostri giorni in Rwanda è stata seguita una politica di violenza nei confronti dei Tutsi, con l’introduzione di riforme tendenti alla normalizzazione solo verso la fine degli anni ottanta del Novecento.
Sicuramente la divisione ufficiale tra le principali popolazioni del paese, creata dal Belgio nel 1932 con l’introduzione delle carte d’identità etniche, la riserva dei privilegi e dei posti di comando ai Tutsi, con la conseguente reazione Hutu dal 1961, hanno contribuito all’aumento dell’odio etnico.
Dopo il 1990, in seguito al rientro in patria di migliaia di profughi, in maggioranza Tutsi, iniziò la guerra civile, con l’appoggio francese in favore del partito Hutu.
Il “Casus belli” del genocidio del 1994, fu l’attentato al presidente della repubblica ruandese, il 6 aprile di quello stesso anno, attraverso il quale vennero accusati i Tutsi. Così, dal 6 aprile alla metà del luglio del 1994, come detto, vennero massacrate sistematicamente più di 800.000 persone e nessuna potenza occidentale, compresa l’O.N.U., intervenne per arrestare il conflitto.
Solo con l’operazione militare "Opération Turquoise", tra il 22 giugno e il 21 agosto 1994, con un effettivo di oltre 3.000 soldati (2.550 dell’armata francese), al comando del generale francese Jean-Claude Lafourcade, "autorizzata" dalla risoluzione n°929 del Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U., le Nazioni Unite intervennero, mantenendo la neutralità rispetto alle divisioni etnico-politiche locali, per aiutare i civili e i rifugiati che si trovavano in situazione di pericolo.
Oggi il Rwanda è un Paese che dipende dai capitali provenienti dalla comunità europea UE , dall’ONU e da altri organismi internazionali che operano in favore dei paesi africani e i focolari d’odio non sono ancora spenti.