Bosnia: ancora nessun processo contro i soldati italiani Eufor

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Un’operazione di arresto di un presunto criminale di guerra serbo-bosniaco è terminata con uno scontro a fuoco che ha portato alla morte di Rada Abazovic

I carabinieri italiani, della missione di pace in Bosnia Erzegovina Eufor, aprono il fuoco nel tentativo di arrestare un ricercato e uccidono sua moglie e feriscono suo figlio, giustificando l’intervento armato come una risposta di autodifesa. 
Subito dopo la strage, il portavoce delle truppe dell’Eurfor, spiega in un comunicato ufficiale che i soldati hanno reagito ad una sparatoria aperta sulle truppe internazionali di pace in Bosnia, da parte di Rada e Dragoljub nel tentativo di consentire la fuga del ricercato. Secondo la versione dei militari, Dragomir, dopo aver sparato sui soldati e visto che non aveva altre vie di fuga, ha diretto la pistola verso di sé, tentando il suicidio colpendosi alla testa. 
La Procura di Sarajevo Est ha aperto un’indagine, rilevando che, in base alle prove e alle testimonianze acquisite, la versione diffusa da parte dell’Eufor era assolutamente contraddittoria. La polizia della Republika Srpska e la Sipa (State Information and Protection Agency ) – Agenzia di sicurezza sorta in occasione della Guerra balcanica con il compito di investigare contro i crimini di guerra – hanno smentito di aver partecipato all’azione, mentre la stampa locale, raccogliendo le testimonianze dei vicini, che hanno visto fuggire Dragomir mentre la donna era già stata colpita.
La donna uccisa e il ragazzo non avevano impugnato alcuna arma, né sparato, non essendo state rilevate tracce di polvere da sparo; allo stesso modo l’uomo è stato ferito dai proiettili sparati dai fucili in dotazione dell’esercito Eufor. 
Il direttore della Clinica a Foca, Veljko Maric, che aveva assistito alla morte in clinica della donna raggiunta dai proiettili, conferma che era stata portata in ospedale solo due ore e mezza dopo il ferimento, quando ormai aveva perso troppo sangue per poterla salvare. L’Avvocato della famiglia Abazovic, ha dichiarato che, in base alle indagini, il marito Dragomir è stato colpito dalle armi dei soldati, e non ha certo tentato il suicidio sparandosi da solo alla testa. "Se si fosse ferito da solo, avrebbe avuto un’arma lunga più di tre metri", ha confermato l’Avvocato, dato oggettivo comprovato dal ritrovamento di colpi provenienti dalle armi dei soldati e non della vittima. 
Allo stesso modo, la pattuglia EUFOR, diretta dal comandante Gianfranco Chiarini, ha agito sotto ordine del Tribunale cantonale di Sarajevo che non aveva il potere di inviare le truppe in una zona abitata da serbi. Per tale motivo, le Istituzioni della BiH non possono al momento agire contro i soldati EUFOR, e hanno così inviato le prove e i documenti relative ai fatti contro i soldati italiani inviando il fascicolo attraverso il Ministero degli Esteri sino alla Procura in Italia. Nulla tuttavia è stato fatto sino ad oggi, da oltre due anni. "Non si può non reagire dinanzi alla scomparsa di nostra madre che è stata uccisa in maniera crudele, contro il ferimento di nostro padre che ha subito dei gravi danni, con un’invalidità totale, e di nostro fratello, ferito all’età di 13 anni – dichiara la figlia Snezana Abazovic-Stavnjak . La nostra unica soddisfazione potrà essere la condanna delle persone che hanno commesso questo atto criminale e violento alla nostra famiglia. Ci sentiamo abbandonati e soli in questa tragedia familiare. La cosa peggiore è quella che tutti sanno la verità e nessuno fa niente per sottoporre ad un giusto processo".

Biljana Vukicevic-

foto:europa.eu