Lettera a un Filo d’Erba

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Da piccolo, mi piaceva annusare l’odore dell’erba tagliata, quello pastoso degli steli bagnati dalla pioggia in primavera, quello della terra profonda, profumata di fungo e di essenze muschiose. Adoravo anche i vapori che l’asfalto caldo e umido emanava dopo un temporale. Giocavo a perdermi nella città vecchia, passando vicino alle botole di sfogo delle cantine, da cui saliva insistente l’aroma del salnitro, tatuaggio del passato.

Non erano profumi eccezionali, ma la loro cortesia riusciva a tenere in equilibrio il presente col sapore della storia. È semplice ricostruire le fattezze di un posto, i suoi angoli, le sfumature, i mattoni, le sinuose viuzze e le voci più care, più difficile è conservarne l’odore. In città, poi, è impossibile. Un pomeriggio ormai arancio, mentre il sole prendeva la mira per tuffarsi nell’orizzonte senza spanciare, vidi levarsi da un cantiere vapori di calce e tonfi sordi, rituali antichi. Curioso, mi avvicinai per annusare, ma i prefabbricati non lasciavano traspirare emozioni, la plastica non raccontava capitoli di mondo come i sassi, i coppi rossi e le travi tarlate. Chi avrebbe abitato quel luogo sterile, quadrato, privo di fantasia? Una famiglia capace di sentire la fragranza di rose e orchidee finte, stordita dal dolby stereo della televisione; o magari un single astuto e rampante, col telecomando della vita ben stretto fra le mani. Ventilatore a settemila giri al minuto per la cucina, camera da letto insonorizzata, studio ipertecnologico (rigorosamente bianco) con riproduzione dell’Acquerello Astratto di Kandinskij dietro la scrivania, appaiata a qualche losco e ambiguo murales postmoderno, schizoide. Salone essenzialista: il minimo e il massimo in nome dell’optional, rigore e sobrietà per il doppio bagno, tappezzeria in finto legno, letto componibile e armadio a sedici ante per la stanza degli ospiti. Megastereo con casse da 220Watt a muro, tv 44 pollici a schermo piatto con DVD incorporato e lampade a regolazione di luce invisibili a un primo sguardo, a un secondo, e se possibile anche a molti altri. Riscaldamento centralizzato e niente camini, caminetti o stufe, per carità.

"Resta il problema dei fiori di plastica: dove metterli? Stonano col resto della casa, ma si vedrà" pensavo, quasi immerso nella parte del futuro proprietario. Già, quella macchia di rosso/verde/giallo/marrone era difficile da piazzare. L’avrei nascosta volentieri in una delle cassapanche che giocavo a forzare, anni fa, alla ricerca di chissà quali tesori. Camminavo, e preso dalle fantasticherie percorsi quasi dieci chilometri. Attraversai il centro, mi inquinai con gli scarichi delle auto e degli autobus: dio mio quanti ce n’erano! Tutti in fila uno dietro l’altro, più lenti che i pedoni. Ricordavo sani e discreti filobus che arrivavano dovunque, tram di legno verdi e marroni, ma forse era un’altra vita. Forse, proprio perché erano illusioni destinate a svanire, ho conservato uno scatolone in un angolo della stanza da letto: è una cripta nella quale vado a infilare il naso quando sono in debito d’ossigeno, e le polveri antiche tornano a farmi visita attraverso la memoria, attraverso visi segnati dagli anni che ricordavo più bianchi, giovani e lisci. Mi guardo allo specchio e vedo le rughe ancora tenere, gli occhi curiosi e la voglia di aver voglia di vivere. Sono nato in un’epoca sbagliata, sono uscito da una stringa di fumetti che al cospetto dei manga, contengono storie da ritardati mentali. Hanno il profumo di muffa, del giorno in cui mi addormentai e dimenticai di svegliarmi.

La strada, fuori, era bagnata e calda, aveva appena terminato di piovere.

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