Romano Prodi: fiducia alla Camera, ma al Senato è un’altra storia

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Ottenuta con 326 voti a favore (e 275 contrari) la fiducia a Montecitorio, ma l’esistenza del Governo si gioca a Palazzo Madama

Romano Prodi incassa la fiducia al Montecitorio con 326 voti a favore (e 275 contrari), ma la scontata vittoria alla Camera non è che l’inizio delle ventiquattro ore di passione per la fiducia al Senato, dove i numeri non ci sono: Domenico Fisichella ("Ho detto a Prodi che non sono disponibile, al Senato voterò no”) e i Liberaldemocratici di Lamberto Dini (escluso Natale D’Amico) voteranno contro l’esecutivo, come anche l’Udeur.

Facendo un semplice calcolo, l’opposizione, e Silvio Berlusconi in particolare, chiedono le immediate dimissioni e, sorvolando sulle discutibili dichiarazioni di Bossi ("o si va al voto oppure facciamo la lotta di liberazione. Ci mancano un po’ di armi, ma prima o poi quelle le troviamo"), ci si trova in una situazione che possiamo definire di stallo.

Correttamente Romano Prodi ha scelto la via istituzionale per la crisi (o la fiducia): il Parlamento è sovrano e quindi fiducia o sfiducia devono uscire dagli organi costituzionali; la televisione, i media, i confronti permettono un libero dibattito, ma non sono il terreno dove si decide se si hanno i numeri per governare, oppure no. Il problema ora non è solo sostanziale, ma anche di facciata: ci si può presentare in un’aula dove già si sa di essere sconfitti?

Romano Prodi ha quindi due possibilità: chiedere la fiducia al Senato, oppure salire al Quirinale e rimettere il mandato al Presidente della Repubblica.

La prima possibilità è quella istituzionale, ma si rischia di perdere la faccia e il prestigio; la seconda è quella che comunque permette un (minimo) margine di manovra.

Ci si trova paradossalmente in una palude: il governo è morto, le vecchie alleanze non ci sono più, ma la attuale legge elettorale favorisce aggregazioni improponibili.

Non so cosa succederebbe se si votasse con l’attuale legge elettorale, ma non so neppure quale sia la via per avere in tempi brevi una nuova legge elettorale.

Attualmente formazioni politiche minuscole riescono a condizionare (per non dire ricattare) partiti che sono almeno venti-trenta volte più grandi.

Al di fuori dei giochi politici, l’immagine della politica italiana è squallida: una volta ci si batteva per un ideale, per un progetto, ora per una poltrona.

Oggi al Senato si faranno i conti sui senatori a vita (ma si può governare affidandosi ai senatori a vita? non è questa una manifestazione di inferiorità, di voler comunque rimanere a galla?) e su quelli che non si sa ancora come voteranno; di fatto il governo non ha maggioranza, ma per averla deve chiedere, e quando si chiede, si deve dare, o sottostare ad alcune richieste.

Romano Prodi in tutto questo "casino" sembra un cavaliere che, vestito di bianco con armatura e corazza, va incontro al suo nemico, ma di fatto è abbandonato dai suoi, nel senso che stanno a vedere quello che succede.