INCHIESTA:Il declino del Rock e del Pop tradizionali

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La musica contemporanea internazionale Rock e Pop è in una crisi. Possiamo dire con certezza che i grandi momenti creativi che hanno caratterizzato gli anni ’60-‘70’ ’80 sono definitivamente tramontati. L’inchiesta condotta dal nostro direttore porta alla luce verità nascoste…

Nel bene e nel male di quanto e di come quella musica abbia condizionato la formazione, il costume, il carattere di intere generazioni. Spesso quelle colonne sonore che anche in Italia hanno accompagnato e segnato gli anni migliori della nostra vita (parafrasando una nota e famosa canzone di Renato Zero), hanno condizionato e hanno contribuito alla formazione umana, esistenziale di milioni di giovani e sono state le compagne di battaglie, ideali, speranze, chimere, sogni, aneliti. Dai Movimenti pacifisti alle cadenze dei tempi più politicizzati, al “riflusso”, dall’era beat-pop-rock– alla fase psichedelica, rock-romantica-dance non è più il tempo di Beatles, Simon & Garfunkel; Bobn Dylan, Beach Boys, Mamas & Papas, Procol Harum, Crosby, Still, Nash & Young, Cat Stevens, Santana, Bee Gees, Genesi, Pink Floyd, Yes, solo per citare alcuni dei grandi nomi impressi nella storia della musica popolare internazionale. Così come in Italia ormai assistiamo al declino, fatta eccezione di due capisaldi: Francesco Guccini, Angelo Branduardi, in parte assieme a Francesco De Gregori, della più autentica e colta canzone d’autore (seppur tengano ancora duro i Dalla, i Vecchioni i Finardi, I Bennato, Gianna Nannini, i Battiato), perché gli Antonello Venditti, i Claudio Baglioni, i Renato Zero, seppur siano stati anche in passato più protagonisti della canzone popolare che di quella d’autore (Venditti rappresenta un po’ un’eccezione). Mentre la musica leggera langue in una sorta di languido empasse. Voci nuove ma soprattutto contenuti nuovi davvero interessanti, o fenomeni capaci di entrare fino a diventare protagonista o asse portante della cultura contemporanea, non ve ne sono.
Così come sembra davvero ormai passata alla storia l’epopea dei “complessi”, da quelli del beat: Equipe 84 (nonostante l’arduo tentativo di rimanere sulla cresta dell’onda da parte di Maurizio Vandelli); Dik Dik (molto segnati dal tempo); Shel Shapiro ex Rokes; Corvi. Uniche eccezioni: i Nomadi (privi di identità fin dai tempi della scomparsa del leader “carismatico” Augusto Daolio) e i Pooh, entrambi peraltro molto impegnati, oltre che sul fronte della musica anche su quello del volontariato e della beneficenza o della difesa dei diritti umani. Premiata Forneria Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Orme, e tutto quanto è ruotato intorno al cosiddetto rock progressivo, è ormai da tempo relegato a una piccola cerchia di irriducibili “appassionati”.
Non ricordo bene se quel freddo e nebbioso pomeriggio dell’inverno del 1966 pioveva o avesse piovuto. Ricordo una grande umidità nella Terni di quegli anni. Avevo 13 anni. Che però era una Natale tutto speciale, perché per la prima volta ricevevo un regalo la tanto sognata “fonovaligia” Geloso, in bachelite grigia, con un braccio pilotato da un braccetto e un altoparlante che si trovava nel coperchio. I primi 45 giri in vinile che inaugurarono una discoteca che completò la sua storia dopo oltre trent’anni furono: “C’è una strana espressione nei tuoi occhi” dei Rokes, “Ora puoi tornar dell’Equipe 84”; “Un ragazzo di strada” dei Corvi e “Dio è morto” dei Nomadi, “Tema” dei Giganti”. Solo un anno dopo fu la volta dei Dik Dik con “Sognando la California”. Iniziava così una luna, interminabile, immensa mole di suoni, testi, miti e ritmi, passioni e ideali, amori e delusioni, entusiasmi e clamorosi fallimenti. “M’innamoravo di tutto”, è il titolo di un Cd postumo di Fabrizio De Andrè. Ed era proprio così, ci innamoravamo di tutto. Di tutto quel mondo “magico” che ci circondava. Prima che arrivassero gli anni in cui anche la musica e le parole divennero pesanti come il piombo che tagliava l’aria divenuta irrespirabile negli anni buoi della Repubblica Italiana. Prima erano i fatui e falsi tempi dell’amore libero, del pacifismo convinto ma ingenuo strumentalizzato dagli abili manovratori di sempre. Di chi ha sempre “giocato” sulla pelle, sugli ideali dei giovani.
“It’s was magic”, disse pochi giorni di essere assassinato con tre colpi di pistola, da un “folle”, un certo David Chapman, a pochi metri dal lussuoso Palazzo Dakota a New York, John Lennon, a una settimana dalla pubblicazione di “Double Fantasy”, l’album che doveva segnare il ritorno dell’ex beatle dopo cinque anni di silenzio. Sì tutto sembrava “magico”, irreale “Nothing is real….” cantava proprio Lennon in Strawberry fields forever. Nulla è reale. Un concetto che verrà ripreso dai gruppi del rock progressivo italiano e internazionale dal Banco ai Jettrho Tull, tanto per citare due nomi. Senza parlare del mondo “incantato” e favolistica di Moody Blues e Yes.
Oggi, paradossalmente nel mondo della musica contemporanea “secolare”, suona come profetica una canzone abbastanza famosa dei Camaleonti, altro gruppo (“sempreverde”) del beat italiano: “Non c’è niente di nuovo”: “Non c’è niente di nuovo, sulle strade del mondo, le rose sono sempre rosse, e verdi i prati…” Languono anche le riviste specializzate del settore, cosa si può paragonare a “Ciao 2001”? Prima si chiamava “Ciao Amici”. A “Giovani”, “Big”, “Nuovo Sound”, “Blu”?
Le pareti delle cantine e dei garage si ricoprivano “rigorosamente” con cannucciole e manifesti
Con i volti degli idoli dei giovani di quell’epoca: I complessi già citati, ma anche Adriano Cementano, Caterina Caselli, Rita Pavone, Mina, Mal e i Primitives, I New Dada. E per le strade incontravi i variopinti “beatniks”, dalle chiome fluenti e i primi attillatissimi jeans, seguiti a ruota, qualche anno dopo dai “figli dei fiori”. Accanto ai cantanti, cantautori e compessi più popolari, compaiono in quel periodo anche nomi che durano una stagione, ma che sono in tema con tutto quel clima, quell’atmosfera “magica”: Mariolino Barberis con “Spiaggia d’argento”; “I Bisonti”, con “Crudele”; Mario Zelinotti, “Quando un ragazzo si trova nei guai”; Vasso Ovale “Un amore grande”; Edda Ollari: “….che tu mi baciassi”; Chad & Jeremy “Adesso sì”; “The Sorrows”: “Verde Rosso, Giallo e Blu” e “Mi si spezza il cuor”; Da Polenta: “Con le mie lacrime” (cantata anche dai Rolling Stones in italiano). Jonnhy Rendal e gli Heralds: “Hai promesso”; The Bushmen: “Pioggia”; Jonathan & Micelle: “Sei contento che finisca”; I Barabba: “Sono stufo di te”; Claus “Soldato universale”, versione italiana di Universal Soldier di Donovan; Davide e Sara “Facciamo l’amore non la guerra”, lo slogan (pieno di insidie) di quegli anni. E di questi. I Delfini:“C’è un posto migliore per noi”; I Casuals: “Il sole non tramonterà” I Motowns: “Prendi la chitarra e vai”.

E la storia continuerà e si “evolverà” negli anni successivi: i gruppi si chiameranno: “Banco”, “Pfm”, Orme”; Reale Accademia di musica, Perigeo, Area; Quella vecchia locanda”; Balletto di Bronzo, Delirium, quelli di Ivano Fossati, poi diventato uno dei maggiori esponenti della canzone d’autore italiana. Negli anni settanta esplode in Italia il fenomeno dei cantautori, già anticipato verso la metà degli anni sessanta da alcune pietre miliari: Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini, Gino Paoli, Luigi Tenco, ma che vedrà il massimo fulgore con Lucio Battisti, Francesco De Gregori, il primo Venditti, Lucio Dalla, anche lui proveniente dal “mondo beat”; Eugenio Finardi, Edoardo Bennato e il fratello Eugenio, il compianto Rino Gaetano, Roberto Vecchioni e via dicendo. Come Stg Pepper Lonely Hearth’s Club Band, del 1967 (si è celebrato il quarantennale in lungo e in largo e sotto qualsiasi forma), ha rappresentato la fine dell’epopea beat e l’inizio dell’era pop-rock, rivoluzionando il modo di fare e concepire la musica, ad opera dei Beatles (sotto l’effetto di allucinogeni come da loro più volte da loro stessi confermato), così quei tre colpi di pistola sparati sul petto di uno dei baronetti, i “fab four”, ha rappresentato di fatto l’inizio della fine di tutta la musica contemporanea nelle sue varie espressioni più creative. E non sempre quelle ispirazioni creative erano di segno positivo, anzi troppo spesso ricorreva l’equazione: sesso-droga-rockn’roll, titolo peraltro di un famoso brano di Jan Duri. La leggendaria copertina dei “Cuori solitari del sergente Pepe”, oltre a ritrarre John Lennon, Paul MaCcartney, Geroge Harrison e Ringo star, che indossavano divise da suonatori da banda, ritrae alcuni tra i più famosi personaggi del Novecento, da Marilyn Monroe a Stanlio e Onlio ai Beatles vecchia maniera (ora invece comparivano con barbe e baffi), anche il fondatore del satanismo moderno: Aleyster Crowley (1875-1947), che si defini’ “la grande bestia dell’Apocalisse”, capo della società esoterica “Ordo templi Orientis”, e John Lennon afferma che i Beatles sono più famosi di Gesù Cristo, intanto invece, già da tempo all’orizzonte si cominciava a stagliare una nuova era. Non quella della new-next age che peraltro ha imperversato in ogni dove con musiche, filosofie e “pratiche” pseudospirituali di ogni tipo. Ma quella della Musica cristiana contemporanea. I Beatles sono passati, Gesù Cristo no di certo, ma ora arriva la “sua” musica.

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