Bloccare la fuga di cervelli, più fondi alla ricerca

0
1344

Il Parlamento esorta gli Stati membri a spendere il 3% del PIL a favore della ricerca, anche per impedire un’ulteriore fuga di cervelli dall’UE. Occorre poi promuovere, anche finanziariamente, una maggiore mobilità dei ricercatori

Se è importante favorire la condivisione della conoscenza, va però istituito un brevetto comunitario che stimoli la ricerca nel settore privato.

Il Consiglio europeo di Lisbona del 23 e 24 marzo 2000 ha confermato l’obiettivo di creare uno Spazio europeo della ricerca (SER) che comprenda un mercato interno per la ricerca, in cui possano circolare liberamente i ricercatori, la tecnologia e le conoscenze. Lo Spazio comune deve anche portare a un effettivo coordinamento a livello UE di attività, programmi e politiche nazionali e regionali di ricerca e il finanziamento e l’attuazione di iniziative a livello UE. Il Consiglio europeo ha inoltre fissato l’obiettivo di portare la spesa globale per la R&S, entro il 2010, al 3% del PIL dell’UE (2/3 del quale dovrebbero provenire dal settore privato).

Approvando con 502 voti favorevoli, 18 contrari e 6 astensioni la relazione di Umberto GUIDONI (GUE/NGL, IT), il Parlamento deplora anzitutto che il finanziamento della R&S nell’UE «è ancora molto lungi dall’obiettivo di Lisbona pari al 3% del PIL». Osserva infatti che la spesa media UE «è di appena l’1,84% del PIL rispetto al 2,68% negli USA e al 3,18% in Giappone». Notando che le spese variano dallo 0,39% in Romania al 3,86% in Svezia, sottolinea l’importanza di incrementare la spesa media nonché il volume della spesa in taluni Stati membri, focalizzando meglio la ricerca diversificata e gli sforzi di sviluppo in tutta l’Unione, in particolare allo scopo di facilitare la transizione verso l’economia digitale.

Ritenendo inoltre «essenziale» creare un mercato unico del lavoro per i ricercatori, il Parlamento sottolinea l’importanza di «impedire ulteriori deflussi di ricercatori europei competenti». Chiede quindi l’adozione di idonee misure per trattenere e far rientrare i ricercatori nell’UE, «in particolare assicurando ampie prospettive di carriera e condizioni di lavoro attraenti». Nell’appoggiare vivamente la Carta europea dei ricercatori e il Codice di condotta per la loro selezione (quali strumenti atti ad accrescere l’attrattiva del SER per i ricercatori), sottolinea la necessità di definire ed introdurre un unico modello europeo di carriera nell’ambito della ricerca e di instaurare un sistema integrato di informazione sulle offerte di posti di lavoro e sui contratti di formazione in materia di ricerca in Europa.

I deputati si dicono inoltre favorevoli all’aumento della mobilità geografica dei ricercatori «allo scopo di realizzare la condivisione delle conoscenze e promuovere il trasferimento di tecnologia». A tal fine, chiedono di arricchire i programmi post-laurea e di dottorato e di considerare il lancio di borse e di programmi di formazione post-dottorato basandosi sul programma Erasmus.


Sollecitano poi l’eliminazione di tutte le restrizioni transitorie alla libera circolazione e delle barriere nazionali, «come uno scarso riconoscimento e portabilità dei diritti sociali acquisiti, svantaggi fiscali e difficoltà nel trasferire le famiglie». Nel proporre di ricorrere a un sistema di buoni in materia di ricerca che assicuri risorse finanziarie supplementari, ritengono anche necessario accordare sostegno ai giovani ricercatori, in modo da garantire che continuino a ricevere borse di studio quando cambiano sede di lavoro all’interno dell’UE. Occorre anche agevolare l’ingresso nell’UE dei ricercatori dei paesi terzi.

Il Parlamento si compiace dei progressi compiuti in materia di sviluppo di infrastrutture di ricerca mediante l’adozione della "Roadmap" per il Foro strategico europeo per le infrastrutture di ricerca (FSEIR). Ritiene tuttavia che occorra prevedere l’inserimento di nuovi strumenti e infrastrutture attualmente sviluppati dagli Stati membri, unitamente alle infrastrutture identificate dall’FSEIR. Vanno anche agevolati la creazione e il funzionamento di grandi organizzazioni e infrastrutture comunitarie di ricerca. Ma i finanziamenti alle nuove infrastrutture di ricerca paneuropee devono essere concessi «soltanto qualora non esistano infrastrutture nazionali di pari valore che forniscano analoghe opportunità di accesso ai ricercatori di altri Stati membri». I deputati, d’altra parte, riconoscono che l’EIT «rappresenterà un importante fattore per rafforzare l’infrastruttura di ricerca dell’UE».

I deputati ritengono che lo sviluppo di cluster regionali sia un importante strumento per conseguire una massa critica, riunendo università, enti di ricerca e l’industria e creando centri europei di eccellenza. Invitano poi la Commissione a stabilire un Forum europeo con la missione di identificare, sviluppare e sostenere le principali iniziative di ricerca paneuropee, come pure un sistema comune di revisione scientifica e tecnica per sfruttare meglio i risultati dei programmi europei. La Commissione dovrebbe anche garantire «la piena complementarità» tra le reti di eccellenza e le comunità virtuali di ricerca, «specificandone obiettivi, norme di funzionamento e di finanziamento». Nel ricordare il ruolo delle piccole e medie imprese come enti di ricerca, la relazione chiede di rafforzare, a livello europeo, la loro partecipazione alle attività di R&S, destinando loro almeno il 15% del bilancio del Settimo Programma Quadro (PQ7).

La Dichiarazione di Berlino sul libero accesso alla conoscenza delle discipline scientifiche e umanistiche, per il Parlamento, è «un esempio di come Internet abbia creato opportunità di sperimentazione con i nuovi modelli». Al contempo, sottolinea l’importanza di rispettare la libertà di scelta e i diritti di proprietà intellettuale degli autori (DPI). E, in proposito, condivide il concetto di "innovazione aperta", secondo il quale i settori pubblico e privato diventano partner a pieno titolo e condividono le conoscenze. Ma ritiene che «dovrebbe essere ufficialmente riconosciuta la regola di un compenso finanziario corretto ed equo per l’uso della conoscenza pubblica da parte dell’industria». D’altro canto, occorre ampliare gli incentivi concessi al settore privato per investire e partecipare alla ricerca.

I deputati si dicono poi convinti che l’incertezza giuridica e i costi eccessivi attualmente imposti nell’ambito dei diritti di proprietà intellettuale «contribuiscano alla frammentazione degli sforzi di ricerca in Europa». Rilevano, peraltro, che la legislazione sulla protezione dei DPI, compreso il diritto europeo in materia di brevetti, «non può costituire un ostacolo alla condivisione delle conoscenze». Richiamano poi l’attenzione sull’importanza di istituire un brevetto comunitario nonché un sistema giudiziario per i brevetti europei di alta qualità, che fornisca migliori incentivi per il coinvolgimento delle imprese private nella ricerca e rafforzi la posizione degli innovatori europei a livello internazionale. Anche perché gli obiettivi della strategia di Lisbona «non possono essere raggiunti senza un notevole aumento del coinvolgimento del settore privato nelle attività di ricerca».

Convinto che il minore interesse manifestato dalle giovani generazioni per gli studi scientifici e tecnologici sia strettamente legato all’assenza di cooperazione tra il settore privato e quello accademico, il Parlamento chiede di intensificare gli sforzi per promuovere regimi di collaborazione tra questi due settori e di migliorare l’insegnamento delle materie scientifiche a tutti i livelli dell’istruzione. Rammaricandosi poi per la mancanza di risorse umane nella ricerca in numerosi Stati membri, propone il lancio di iniziative volte a familiarizzare gli allievi ai lavori di ricerca in laboratorio e sul terreno nonché la promozione di metodi attivi ed investigativi di insegnamento che ricorrano all’osservazione e alla sperimentazione. Per promuovere e sostenere il dialogo tra gli scienziati e la società, infine, i primi dovrebbero rendere i risultati della propria ricerca «comprensibili a tutti e alla portata di tutti».