Intervista esclusiva di Roberto Rasia dal Polo per l’Italoeuropeo a Corrado d’Elia

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ESCLUSIVA Corrado d’Elia, direttore del Teatro Libero di Milano: Il futuro del teatro
Il futuro del teatro

Il Teatro è morto. Anzi, no, è risorto. No, meglio ancora, è nel pieno della crisi finale.
Quante volte abbiamo sentito ripetere queste inutili frasi? Che il teatro non se la passi bene, è vero ormai da decenni. Lo dimostra la chiusura di numerose sale di spettacolo a beneficio di garage, supermercati e multisala. Che non tutto sia perduto, però, ce lo suggeriscono alcune esperienze di giovani e talentuosi uomini di palcoscenico. Fra questi, ho avuto il desiderio e il piacere di intervistare colui che è considerato oggi l’attore-regista emergente più promettente del panorama italiano: Corrado d’Elia.
Milanese, classe 1967, Corrado d’Elia oggi è il direttore del Teatro Libero di Milano, autore, regista e inteprete di decine di spettacoli di grande successo. Uno su tutti, il suo "Cyrano", che è giunto al decimo anno consecutivo di messe in scena, sempre applauditissime.

Corrado d’Elia, secondo lei il Teatro è davvero morto?
No, non è morto. Diciamo che è nel bel mezzo di una pericolosa crisi. E’ un’epoca di mezzo questa che viviamo, in cui la cosiddetta nuova generazione, come la mia, soffre le regole del sistema-teatro, perché in realtà imposte dalla generazione precedente. Per intenderci, i soldi dei sovvenzionamenti vanno sempre alle stesse istituzioni e ogni anno il Ministero riconosce pochissime nuove formazioni teatrali, mentre la realtà ci indica l’urgenza dell’arte drammatica di emergere in moltissimi luoghi del paese.

Il proliferare di nuovi linguaggi multimediatici e di nuovi tipi di entertainment  non rischia di collassare il sistema teatro?
Certamente. Chi è impallato per i videogiochi on line è capace di svegliarsi alle 5 di mattina per sferrare un attacco al nemico virtuale. Quanti andrebbero a teatro all’alba? Chi ama il cinema spesso si allontana dal teatro. La tv, infine, fagocita tutto quello che rimane. Però, il teatro è lento a morire per il semplice, ma profondo fatto che è spettacolo dal vivo. E’ più vero delle altre forme di intrattenimento. Quando vai a teatro, vedi uno spettacolo dal vivo, ogni sera diverso, ogni sera sincero. In questo il teatro ha molto meno da perdere del cinema e della tv. Ma ha molti punti deboli. Uno su tutti quello economico.

Funzionano le sovvenzioni ministeriali?
La stagione del Teatro Libero costa 250 mila euro. Il Comune ci dà 30 mila euro. Oggi il teatro Libero fa parte di un progetto che si chiama ‘Teatri Possibili’, divenuto recentemente un consorzio, presente in 16 città italiane. Il progetto Teatro Possibili costa 1,5 milioni di euro l’anno. E le sovvenzioni coprono il 5% di questo costo. Tutto il resto deriva dalla vendita dei nostri spettacoli. La realtà è che noi viviamo grazie al pubblico.

Eppure il Teatro Libero di Milano può contare solo su 100 posti a sedere. Il vostro successo indica che il valore degli spettacoli è altissimo.
Evidentemente sì. Ho cercato da subito di costruire una casa, non un teatro. Un teatro funziona se il pubblico ritorna, non se ci viene una volta sola. Per 4 anni consecutivi, il Libero è stato il primo teatro italiano nella classifica degli spettatori presenti, fra le sale con meno di 200 posti. E noi ne abbiamo solo 100!

Lei riesce ad abbinare una vena artistica solida ad una organizzativa altrettanto efficace. A cosa si deve questa duplice inclinazione?
Ad una madre milanese che mi ha donato la laboriosità, la voglia di lavorare e di arrivare. E ad un padre napoletano, che mi ha insegnato in concetto della riflessione artistica, del guizzo, del genio italico. Alla Paolo Grassi, poi, ho imparato molto, fino a perfezionarmi grazie alle esperienze vissute e volute da solo.

L’anno scorso le è stato conferito un premio davvero prestigioso, il Franco Enriquez. Se lo aspettava?
No, ma la soddisfazione più grande è dovuta al fatto che il premio è stato dato al Libero come migliore stagione teatrale italiana. Non ho vinto io singolarmente. Ha vinto il nostro progetto, la mia squadra, gli uomini che mi stanno intorno e tutti gli spettacoli che hanno fatto parte della
stagione.

E’ reduce dall’incredibile successo di"Novecento", un monologo tratto da Baricco. Cos abolle in pentola ora?
"Novecento" è stato in scena per tutto dicembre e 20 giorni di gennaio. E tutto esaurito! Io stesso non me lo aspettavo. E’ stato un regalo che mi sono fatto per i miei 40 anni: un monologo! Per chi ama stare sul palco non é male. Io ero da solo in scena. Però, alla fine, mi mancava la mia compagnia. Mi mancavano gli attori e la mia squadra. Ora, continuerò la mia ricerca artistica: incontrerò Juri Ferrini, un regista giovane e molto interessante. Con
lui porterò in scena Otello. Io sarò Jago. E prima ancora sarà la volta di "Vero West", straordinario testo di Shepard, diretto da Sergio Maifredi, regista brillante, ex Teatro della Tosse di Genova e ora in forza a Tetri Possibili. Poi, si chiuderà la stagione con Brecht e
terminerà, come sempre, un ciclo di vita.

E’ cambiata la sua concezione del teatro dopo 15 anni di attività?
Sì, perché cambiamo tutti e incessantemente. Anche quando non lo vogliamo. Quando iniziai a studiare, sapevo perfettamente cosa fosse il teatro. Poi, anno dopo anno, ho iniziato ad avere dei dubbi. Si inizia credendo in mille cose sbagliate e poi le si supera. Gli stessi maestri-riferimenti che si hanno da giovani sono fondamentali. Poi, un giorno, ti accorgi che li hai uccisi, cioè superati.

Chi sono stati i suoi riferimenti?
Beh, imprescindibili i grandi maestri europei, da Brook a Stein, dalla francese Ariane Mnouchkine, che dirige il Théâtre du Soleil e che adoravo, fino al polacco Kantor. Ora, è difficile riconoscere dei riferimenti. Sono tutti morti dentro di me. Superati.

Lei si sente un riferimento?
No, un riferimento no! Sono troppo giovane, nonostante la lunga esperienza accumulata. Noto degli innamoramenti artistici nei miei confronti, che mi divertono, ma non sono pronto a fare il padre artistico. Diciamo che mi sento talvolta un fratello maggiore.

Da chi vorresti essere diretto?
Da Gabriele Lavia. Lo trovo completo. Incarna in sé tutto il concetto di teatro. Ha anche costruito una vera famiglia
teatrale.

E un’attrice che stimi?
Mi piaceva tantissimo Marianglea Melato. L’ho trovata grandiosa negli anni. Ora un po’ meno, ma la stimo ancora moltissimo. Apprezzo l’impegno politico e sociale di Ottavia Piccolo e vorrei lavorare con Elisabetta Pozzi.

<L’ultimo libro letto?
Sono assolutamente innamorato della scrittura di Salvatore Niffoi. Secondo me è il più grande scrittore che abbiamo in Italia. Se vivessi in Sardegna, dove lui risiede, credo che metterei in scena i suoi romanzi, perché in realtà Niffoi non scrive, ma dipinge con le parole. E’ un visionario e mi piace moltissimo.

foto: delteatro.it/