Il revisionismo storico: un metodo ortodosso o un subdolo strumento politico?

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Le esperienze vissute ci insegnano che solo l’amore costruisce, mentre l’odio produce solo devastazione e rovina. Tuttavia, le acque del fiume Lete, quelle che dissolvono definitivamente il ricordo, sembrano sommergere ogni memoria fino a lambire minacciosamente anche le rive del dolore

E ciò che scampa all’inondazione rischia comunque di restare invischiato nelle trappole dei revisionisti. Essi sono in grado di riscrivere ogni giorno una Storia nuova ed esteticamente mirabile se questa risulta gradita ai detentori del potere. Revisionisti incensati, saccheggiatori del tempo subdolamente condizionati dalle diverse congiunture politiche, lavorano alacremente per dimostrare che i morti non sono morti, che la storia dell’Occidente non è l’affollato cimitero che abbiamo dinnanzi e che la sopraffazione  violenta non è stata la norma indiscussa operante in questi secoli, soprattutto in quello appena trascorso.

        Sul piano della trasmissione del sapere storico e nella costruzione del comune senso storiografico, la spinta revisionista si rivela più efficace della storiografia accademica perchè viene affidata, a volte, ai media che non discriminano i fatti con la dovuta oculatezza. Condizionando l’opinione pubblica, il revisionismo “da edicola di giornali” ha trovato sempre maggiore spazio in questi ultimi anni nell’ambito della intellighenzia italiana. È oggi con questo tipo di storico usa e getta che la corretta metodologia storiografica è chiamata a competere nell’ambito dell’uso pubblico della Storia. Essa deve percorrere una strada obbligata per riaffermare la propria diversità se non la propria superiorità culturale: si può imporre soltanto con il ritorno alle fonti, valorizzando il ruolo strategico delle prove utilizzate nel suo discorso e ribadendo il nocciolo razionale della narrazione storica, la complessità e il dinamismo delle conoscenze e delle interpretazioni, nonché il legame che intercorre tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà in un domani che ci auguriamo migliore. È questo il versante lungo il quale il passato non deve passare. Non più il rifiuto dello stalinismo o del fascismo in quanto tali, ma una riscrittura del tempo trascorso che disdegna le prove o che le mistifica a suo uso e consumo è diventato oggi il nemico numero uno contro cui è obbligata a combattere la storiografia, intesa come la vera fonte a cui deve attingere chi si vuole confrontare correttamente con il passato.

       Lo storico revisionista non deve confondere la responsabilità con la colpa, imbrattare il patriottismo con il nazionalismo, riscrivere la Storia per compiacere la curiosità degli impertinenti di nicchia o di margine, confondere la tolleranza con la resa, rinnegare senza spiegare, fare un uso smaccatamente scandalistico e filologicamente scorretto delle carte d’archivio e interpretare le vicende storiche unicamente in termini fattuali ed empirici, senza tenere conto delle loro implicazioni e dei loro significati simbolici e metastorici. Non deve teorizzare la regola secondo la quale storicizzare vuol dire dividere equamente i torti e le ragioni tra Mussolini e Togliatti e degradare la metodologia storica a tecnologia della ricerca intorno a temi suggeriti da considerazioni di banale opportunismo. Non può esaurire i suoi sforzi nella ricerca di un funambolico Vate, ma piuttosto avvalersi di testimoni affidabili e di prove inconfutabili. Se interpreta la Storia come se fosse un patrimonio stantio o come una oasi indulgente che millanta nuovi orizzonti, se si discosta dall’oggetto della discussione per attaccarsi a ciò che ha detto l’avversario e se cerca verità immutabili da subordinare agli artifici dei programmi che traducono il pensiero di una classe politica dominante, il revisionista fa un improprio uso politico della Storia, non rispettando il precetto del filosofo greco Luciano: “Lo storico sia come il Giove di Omero che or getta lo sguardo sulla Tracia altrice di cavalli, or  sulla Mesia”.

       A stretto giro di logica, tutti gli storici sono dei revisionisti perché è implicitamente connesso con l’agire storiografico il comparare, lo stabilire scale di comprensione, l’identificare similitudini, alterità e così via. Si tratta di puntualizzare ricorrenze o differenze di vita vissuta in quanto proprio nella loro discontinuità o prosecuzione si cela il rinnovarsi di antiche categorie comportamentali, come pure il mutamento di certi paradigmi etico-politici. Da ciò derivano scarti e motivazioni nel giudizio relativo a nuovi avvenimenti o addirittura a nuovi significati che una costellazione di sequenze, fino ad un dato momento sconosciute o sottovalutate, riordina nella valutazione in modo tale da fornire una visuale diversa da quella che si aveva precedentemente. Tali manifestazioni richiamano la responsabilità, unita alla consapevolezza, di cui l’operatore culturale deve dotarsi nel momento in cui fa la Storia, descrivendola e socializzandola. Il cronista storico dispone e ordina sensatamente i dati, facendoli parlare. Il suo operato deve conformarsi all’uso di una appropriata metodologia, alla correttezza nel trattare le fonti di cui dispone e all’apertura mentale richiesta da un tale tipo di analisi. Gli Storici hanno il dovere di verificare la veridicità dei fatti, sottraendoli alla versione dei vincitori se necessario, nonchè a quella dei vinti, perché ogni generazione ha il diritto di interpretare gli stessi in modo diverso da quella antecedente. Devono studiare il passato e salvarlo, memorizzandolo e ricostruendolo secondo le loro capacità e la loro coscienza, senza farsi influenzare dalle mode e dalle necessità dell’oggi e senza prestare ascolto alle suggestioni dell’ora.   

        Bisogna trovare il coraggio di uscire dalla palude dei significati e delle semplici interpretazioni evocate dal termine revisionismo o ad esso impropriamente attribuite, perché revisionare vuol dire vedere di nuovo, riguardare incessantemente, riadattare di continuo le proprie posizioni e i propri studi e assumere, con coerenza, nuovi punti di vista che in passato non erano stati presi in considerazione o erano stati inopportunamente trascurati. Il tutto senza il timore di fare scandalo alcuno o di suscitare delle perplessità che possono anche essere giustificate soprattutto quando la revisione scalza dei paradigmi inveterati dall’uso, dall’abitudine e dal perbenismo storiografico ritenuto ortodosso.

         La Storia, si sa, si cura ben poco dell’etica, della morale, delle ideologie, delle intenzioni, delle contraddizioni e dei drammi intimi. Essa, guidata dal naso di Cleopatra, dalle speculazioni di Niccolò Machiavelli o dai sillogismi di Giambattista Vico, “ha una funzione catartica”, oltre a quella di “liberarci dalla necessità di ripetere” (come amano dire gli Storici). Nasce quando il passato vuole legarsi all’avvenire ed è come un guanto: il rovescio mostra un volto che, per quanto diverso, non è meno vero di quello del dritto. È concepita come una successione di eventi naturali, vincolata da clausole non soggette a costrizioni e sottoposta ad una revisione permanente. È più forte degli uomini, in quanto le preordinazioni di cui è intessuta danno forza di legge alle loro inevitabili conseguenze. Spiega le ragioni per le quali tra due soluzioni contingenti una viene scelta a discapito dell’altra, ha l’obbligo di fare i conti con sé stessa, si scontra sia con gli apriorismi che con i neologismi e si svolge, sempre, fra l’urto di due contrapposizioni tra le quali il popolo non può fare altro che alternare l’evviva con l’abbasso.

         Di fronte al suo tribunale, perfino i più sistematici tentativi di falsare la verità finiscono inevitabilmente con il trovare la loro immancabile condanna. Essa è una maestra in attesa di discepoli che può insegnarci molto perché la sua luce non è esclusivamente quella di una lanterna a poppa che illumina solo le onde sciabordanti dietro la barca sospinta da quel vento impetuoso che è l’ineluttabile destino. Essendo rigorosamente neutrale, nelle pagine immutabili da lei vergate, dove è segnato il dare e l’avere e dove raramente manca l’elemento sorpresa, la Storia, seguendo il suo corso, cammina necessariamente in avanti, registra solo i fatti certi ed essenziali, li classifica per somme sintesi, trascurando le ipotesi che sono motivo di controversie o di ambiguità, e premia la discussione epistemologica quando questa nasce dal superamento dello scientismo positivista che nega la concretezza non empirica, l’antiretorica, un pacato scetticismo e la monacale sobrietà della ricerca storica. I giudizi che emette, senza indulgenze, rendono merito alle ragioni di coloro che non possono farsi valere nell’immediato a causa di nocivi preconcetti o di immotivate illazioni che possono incrinarne la reputazione.

        Al giorno d’oggi, invece, tutto viene parificato, livellato e giustificato. Nel tempo della modernità “liquida”, per usare un termine caro al sociologo Zygmunt Bauman, i punti di riferimento si sciolgono in un indistinto “reale”. In esso la memoria di ciò che è stato perde la sua “solidità” e diventa per così dire incolore, insignificante e priva di pregnanti contenuti. Non è vero, come ha detto qualcuno, che “scrivere la Storia è solo un modo per sbarazzarsi del proprio passato”.