INCHIESTA: BENITO MUSSOLINI la politica della mano tesa: L’uomo più che lo statista

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INCHIESTA /RICERCA-PER IL CICLO LA GRANDE STORIA_APPROFONDIMENTI SULLA MORTE E SULLA VITA DI BENITO MUSSOLINI Dopo aver trascorso venti mesi a Gargnano, Mussolini, il 18 aprile del 1945, era giunto a Milano

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Non andare dove c’è già un sentiero tracciato, va invece dove non c’è orma e lascia sempre dietro di te un segno che non si possa cancellare”

 

(Dai discorsi fiumani di Gabriele D’Annunzio)

PRIMA PARTE_

Dopo aver trascorso venti mesi a Gargnano, una ridente cittadella gardesana trasformata in un oppido percorso da sotterranee e vibranti tensioni (in quel paese, nel silenzio odoroso delle rose rampicanti, aveva ripreso vita la dittatura fascista uscita spuria dal suo sepolcro scoperchiato dai tedeschi per esplicita volontà di Adolf Hitler), Mussolini, il 18 aprile del 1945, era giunto a Milano per intavolare delle trattative con gli esponenti della resistenza antifascista (comunisti esclusi) a cui voleva cedere i poteri nel modo più indolore possibile. Sperava che la lotta fratricida tra le camicie nere e i patrioti non si trasformasse in un bagno di sangue con le dimensioni di una indiscriminata carneficina. Le speranze di un allettante accomodamento si sarebbero, tuttavia, materializzate ed infrante nel giro di pochi giorni, affossate dal vorticoso accavallarsi degli avvenimenti dei quali era facile prevedere l’epilogo finale. Molto più facilmente, nel pregresso ventennio, il Duce era riuscito ad occupare la scena pubblica come incarnazione del potere e a dominare, con un fascino indiscusso, il paesaggio reale ed immaginario degli italiani che si dibattevano nel dubbio tra pulsioni ireniche e slanci guerrieri, non essendo ancora dominati dalla desolante prosa della sconfitta.

Poiché il dittatore aveva poca polvere per il suo acciarino e poiché intuiva che la sua era la regressione finale di un reietto circuito da fintaggini, faide, rivalità ed opportunismi, al calvario voleva almeno togliere il pathos, al dramma la passione, alla disgrazia la sofferenza e al velo delle convenzioni l’alone mortificante della tacita finzione. Arbitro egemonico di sé stesso, convinto di essere intangibile ed abituato a intarsiare ametiste e tormaline, alla fine ingloriosa di una irripetibile avventura aveva desiderato trasformare l’abito virile in gradimento e l’ascendente politico in seduzione galante nel tentativo di porre le ragione della forza sotto l’egida imparziale della giustizia (la politica della mano tesa). Un esperimento in parte ciecamente passionale, in parte consapevolmente ardito, espressione di una preferenza soggettiva anziché l’affermazione di una volontà condivisa da tutti i fascisti. Tale tentativo, coronamento assiologico di un atteggiamento populista e socializzante, è il lucente attributo con il quale l’istoriata catarsi dell’espiazione mussoliniana viene ad essere adornata e integrata.

Per alcuni storici antifascisti la socializzazione voluta dal capo del fascismo, aspramente osteggiata dagli industriali e dai nazisti che vedevano in essa un potenziale ostacolo alla produzione bellica delle imprese, era pura illusione, uno stato di cose inesistenti, una sorta di Fata Morgana, un sogno fiorito in spiriti poco illuminati framezzo alle macerie di un’Italia messa a ferro e fuoco da due eserciti stranieri che se ne contendevano i brani. Secondo loro, il leader fascista era solo un visionario isolato e disoccupato che trascorreva oziosamente le sue giornate giocando a fare il sanculotto o il Fouchè in camicia nera. La Repubblica Sociale Italiana (RSI), più che essere intenta a dialogare con le masse operaie e popolari, era, volendo dar credito ad una certa storiografia amante del rosso, assorta a ripercorrere con acredine le tappe della sconfitta del fascismo proletario e quelle del compromesso con la borghesia, con i Savoia, con lo Stato tradizionale e con le infide gerarchie militari. Un’analisi che faceva pendant con l’inquieta memoria del Duce, quanto mai umorale ed inafferrabile, quasi del tutto assorbito dall’ambizione di tornare al dialogo con le masse per soddisfare il suo bisogno di sentirsi acclamato e osannato.

A guardar da vicino la genesi ed il percorso del macchinoso disegno socializzatotre, certi politologhi di sinistra hanno individuato tra gli autori (siano essi protagonisti, comprimari o comparse) discrepanze ed obiettivi tutt’altro che coerenti con una visione socialista e rivoluzionaria. Prendono corpo piuttosto le tracce di un intima consonanza con tematiche più che gradite al mondo della dirigenza economica, dell’imprenditoria e del grande capitale, soprattutto di quella parte della cosmogonia finanziaria che nei venti anni precedenti aveva potuto apprezzare i vantaggi di una collaborazione di stampo corporativo con il potere politico gestito dai fascisti in modo non antitetico agli interessi preminenti del Gotha capitalista con tre narici.

Per gli agiografi del Borgomastro di Gargnano, viceversa, “la socializzzazione doveva essere uno dei capolavori politici di Mussolini, una sintesi di socialismo e di fascismo, in grado di gettere lo scompiglio tra le fila dei nemici, ingenerando divisioni che avrebbero fruttato anche dopo la fine della guerra. Le riforme erano state concepite dal dittatore come strumenti per tradurre in realtà l’agognato “ponte” tra fascismo repubblicano e forze socialiste nazionali non asservite a Mosca. Dovevano essere la base per la creazione di una nuova RSI, non più sociale ma socialista, imperniata sui consigli operai di fabbrica e sulla statalizzazione delle imprese. Avevano lo scopo di proiettare nel futuro la volontà elettiva del lavoro premiante e della giustizia interclassista, simboli della autentica civiltà latina. L’enunciazione di Mussolini “andare verso il popolo” si era trasformata in quella più radicale “stare con il popolo”. La dignità storica della ricomparsa mussoliniana sulla scena politica italiana avrebbe trovato una sacrosanta consacrazione solo se il Duce fosse riuscito a riportare il movimento fascista alle origini e a fare del nuovo Stato repubblicano lo strumento capace di realizzare quelle riforme socialmente all’avanguardia che vent’anni di compromessi con la Monarchia e con la classe dirigente liberalcapitalista gli avevano costantemente impedito di attuare. Tali riforme gli avrebbero anche consentito di superare le soluzioni sociali offerte dalla dottrina marxista-leninista professata dalla maggior parte della manovalanza industriale, convogliando sul repubblicanesimo nero il consenso della classe operaia, il bacino proletario la cui acqua avrebbe dovuto irrigare i fertili campi arati dall’ideologia littoria” (G. Pisanò).

I lavoratori si erano, tuttavia, dimostrati del tutto refrattari ai ritorni di fiamma socialisteggianti del vecchio demiurgo, confermando, ai suoi occhi, la loro natura di forza antinazionale appalesatasi fin dai tempi della grande guerra del 1915-1918. Per lui il proletariato era un tutt’uno compattato dall’ideologia comunista che lo dominava o una moltitudine frammentata di individui privi di ogni coscienza politica perché mossi esclusivamente dal puro tornaconto economico. Gli operai, in realtà, con la loro resistenza disarmata e carsica, avevano voltato le spalle alla RSI, attuando gli scioperi del 1943 e del 1944 e sabotando sistematicamente la produzione delle imprese: la richiesta del pane a buon mercato era sfociata in quella politica della pace.

Per Mussolini gli operai in sciopero erano dei traditori che avevano scelto di combattere a fianco dei nemici della Patria, erano cioè la quinta colonna degli alleati. Proclamando lo sciopero, i bolscevichi italiani avevano cercato di innescare un insurrezione generale il cui fulcro era il proletariato occupato in fabbrica. La propaganda di Salò insisteva su questo punto con l’evidente obiettivo di dividere il fronte avversario dove l’antifascismo andava a bracetto con il comunismo filomoscovita. Gli operai, eterodiretti e manipolabili, erano accusati di tradimento, di collaborazione con il nemico, nonché di rivoluzionarismo insurrezionalista. Nell’ottica della RSI, essi erano docili strumenti nelle mani del bolscevismo e della plutocrazia con i quali avevano stretto un’alleanza innaturale tenuta insieme unicamente dall’odio contro il fascismo impersonificato dalla figura del dittatore.

CONTINUA SECONDA PARTE Il Duce e la politica della mano tesa: l’ultima strategia diplomatica di Benito Mussolini

  

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