PARTE 2Il Duce e la politica della mano tesa: l’ultima strategia diplomatica di Benito Mussolini

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Nonostante ciò il capo dei repubblicani aveva affrontato il problema della socializzazione con un accanito fervore. Dato che l’occhio della volontà permette una visione migliore di quella consentita dalla inerzia mentale, il suo pensiero innovatore si arricchiva di continuo, simulava la realtà, raggiungeva un’evidenza manifesta ed assumeva le caratteristiche di una autenticità genuina che lo rendeva affascinante. Già si era fatto delle idee sulle opere da mettere in cantiere, su come riprendere quelle iniziate e come avviarne delle nuove. Soffiando sul fuoco della rivoluzione sociale antiborghese, molte ambizioni lo eccitavano daccapo, antichi progetti, modificati o completati, tornavano a prendere corpo nella sua mente e vecchie convinzioni si ripresentavano sotto una luce diversa e più moderna. Smosse da una folata di vento, le ceneri ancora tiepide liberavano ustionanti faville. L’obiettivo che si prefiggeva era quello di ottener il massimo da una situazione che non gli aveva ancora garantito il minimo.

Le idee di Mussolini non nascevano senza radici. A loro modo contenevano la traccia non improvvisata di una ferma intenzione di avviare una palingenesi politica che gli avrebbe consentito di attuare una forma di democrazia compartecipe e sovrana. Da questo punto di vista i desideri del dittatore non dovevano essere visti come il ritorno all’ovile di un gregge di vinti in cerca di perdono che imploravano solo oblio e pietà, dopo aver recitato, tra i singhiozzi, l’atto di contrizione. Esse erano le manifestazioni di una volontà propositiva supportata da convinzioni ideologiche radicate e giustificata da una serie di atti legislativi già approvati dal governo della RSI.

Non avendo il timore di anticipare quello che per lui sarebbe stata la sintesi della Storia e dato che al leader fascista non mancavano la capacità organizzativa, la propensione ad aggirare gli ostacoli, l’acutezza di giudizio (la cui risultante fulminea è l’intuito), un’astuzia scaltrita dall’esperienza, il coraggio di manifestare le proprie opinioni e di sostenerle a testa alta, la prontezza di scegliere la migliore tra più offerte, la fermezza di resistere agli impulsi istintivi, l’accattivante eloquenza millenaristica del facondo oratore (parlava con lo scalpello in bocca e trovava nella bellezza della parola un risarcimento per la malignità dei fatti) ed una naturale tendenza al patteggiamento, lo stesso si era impuntato con disinvolta filantropia per sdoganare un’ideologia dall’attualità e per collocarla definitivamente in pensione, dopo aver messo sulla bilancia il credito residuo ed aver analizzato per mezzo di parametri storici e di coordinate culturali il bilancio non edificante del ventennio appena trascorso. Presa ormai coscienza della sconfitta militare, il Duce desiderava lasciare l’eredità della socializzazione ai socialisti e sperava che gli imperialisti invasori trovassero il nord dell’Italia socializzato con i lavoratori schierati in difesa del “socialismo reale”.

Nel fare questo aveva scisso ogni solidarietà con la guerra, aveva perdonato le offese all’amor proprio, aveva mosso tutte le pedine e tutte le leve di comando disponibili per dimostrare che il regime non possedeva più la capacità egemonica di un tempo, aveva pubblicamente ammesso che la patina della precettistica fascista era ormai consunta dall’uso ed aveva ribadito che il solo modo di ritrovare sé stesso era quello di propagandare una politica decisamente socialisteggiante (le aspirazioni eversive dell’anticapitalismo plebeo e del populismo mussoliniano) che sconfessava il suo pregresso ruolo di baluardo difensore delle classi sociali medio-alte. Essendo un politico di razza, oltre che un tattico ed un opportunista aperto all’innovazione, voleva difendere, in nome di nobili principi, esempi e modelli di convivenza per trovare il passaggio da una forma ad una sostanza senza apporgiarsi gregariamente alla autorità morale dei prolegomini della dottrina littoria che concettualmente lo subordinava, vincolandone il comportamento. Nel contempo, desiderava depurare l’Italia dai tanti orpelli del recente passato e dalle tare rappresentate dalla Monarchia e dall’Esercito Regio responsabili delle sconfitte belliche e della caduta rovinosa del fascismo avvenuta nel luglio del 1943.

Il significato preciso di tale ardita manovra che rivelava l’urgenza di non deludere un’aspettativa assiduamente coltivata e ammannita come il distillato di una saggezza oculata (di certo non un romantico trastullo, un’inserzione a pagamento, un gioco di ermeneutica o una questione terminologica fondata sull’antifrasi) era duplice: di polemica nei confronti della dittatura e di base per un avvenire in parte se non completamente diverso che avrebbe consentito alle istituzioni di essere traghettate senza infingimenti dall’assolutismo ad un moderato relativismo con le parvenze democratiche e privo dei connotati della scepsi e dell’indifferenza. Queste incidono, infatti, profondamente sulla qualità dei legami interpersonali e creano tra gli individui uno iato difficile da colmare. Da esse possono solo emergere difetti retrivi da fustigare quali l’egoismo individualista, il nichilismo, l’edonismo ed il mero utilitarismo che non si conciliavano con il socialismo auspicato dal Duce e meno che meno con il nazionalismo fascista il cui scopo era quello di riscattare l’Italia provinciale.

La parentesi del trapasso ed il paradigma sperimentale, senza curarsi delle etichette, senza metter patti, senza nascondersi dietro ambigue perifrasi, senza il solito accompagnamento musicale degli ottoni e dei tamburi, senza il ricorso a palinsesti celebrativi e senza sforare nell’eresia, avrebbero dovuto partire da una piattaforma percipiente ed essere caratterizzati da una totale permeabilità agli influssi esterni, dal possente desiderio di integrazione e di riconoscimento e dalla partecipazione simpatetica alla vita comunitaria destinata ad abolire le stratificazioni sociali. Una situazione destinata ad uguagliare le condizioni dei singoli ed ad esaltare le possibilità intellettuali di ognuno, elaborando teorie più moderne, creando nuovi motivi di coesione e oscurando ideali ormai ritenuti obsoleti. Fermo restando il fatto che era ben lungi da Mussolini l’idea di voler banalizzare retrospettivamente i valori e i disvalori, i meriti e le bassezze, le ragioni e i torti di coloro che avevano aderito alla RSI perché non erano riusciti a cogliere, sbugiardandolo, il vizio di fondo del pensiero corporativo ideologicamente totalitario ed assolutista.

Onde evitare l’urto previsto tra ciò che è immaginazione ed una realtà da lui ben conosciuta e per mitigare le intemperanze che l’intensificarsi della guerra civile generava, bisognava, innanzitutto, adoperare una tattica tollerante sino al limite del possibile e del conveniente ed ottenere la vidimazione ed il consenso popolare senza sollevare recriminazioni ingiustificate. Occorreva, poi, salvaguardare alcuni standard vitali irrinunciabili, al di sotto dei quali ogni decenza umana si ribella. Di pari passo era necessario sconfessare il dirigismo autoritario nemico della pianificazione; modificare la struttura dello Stato nel senso di un ritorno alla legalità parlamentare ed al sistema censorio; rimuovere le classi dirigenti detentrici della forza viva della nazione; interdire ai custodi del magistero spirituale la possibilità di riconquistare le posizioni perdute; togliere la linfa vitale al capitalismo conservatore del grande padronato (voleva conculcare i diritti sindacali); tassare in maniera proporzionale i ceti più abbienti della società; annullare gli effetti revulsivi ed urticanti della mitologia futurista asintotica (la mistica della velocità e del progresso tecnico mirante a mantenere il paese in uno stato di agitazione permanente); abolire il sottoproletariato e oltrepassare le linee della demarcazione di classe; porre limiti all’abuso del potere statale e riempire di contenuti la metafora sociale che impregnava il linguaggio della propaganda fascista irreggimentata.

Volendo realizzare un socialismo nazionale in grado di dar corpo alle ventennali promesse del fascismo in tema di giustizia proletaria, era opportuno non lasciare inaridire e non dissipare i cespiti ideologici, divulgare cioè la fede rivoluzionaria sansepolcrista, levigarne le acuminate storture e metterla al servizio degli interessi della classe operaia; osteggiare il mandarinato accademico della borghesia; usare la diplomazia per andare a fare la spina nell’occhio dei nuovi governanti; liberarsi del giogo opprimente dei ruoli istituzionali; espiare il destino macchiato dalla colpa di essere degli sconfitti ed impedire che i tedeschi prima e gli angloamericani poi spargessero due volte il sale sulla carcassa del paese disarmato ed iterassero il colpo mortale per finire la loro la vittima ingiustamente perseguitata.

Per la buona riuscita del progetto, per non coprirsi di ridicolo e per tacitare i suoi complessi di rinnegato, il fondatore della RSI (un artigiano delle idee restio a disperdere le proprie ceneri se non a cose fatte) era disposto a smantellare le bardature da fureria ingolfanti la gestione della cosa pubblica, a ripulire il partito dalle tante cariatidi che ancora vi albergavano, a denudare qualche ingombrante realtà a scapito di una esaltante parodia, ad abolire i formalismi e le parole d’ordine rasentanti la pedanteria (il formalismo nazionalistico sciorinato per coprire le piaghe della società), a castigare le velleità d’indottrinamento, a ridurre gli stucchevoli rituali palatini rendendoli più sobri ed più accessibili al cittadino comune, a rompere il guscio protettivo della dittatura, a seppellire in un baratro il dispotismo autoritario e a sacrificare, oltre alle allure e alle ambizioni coloniali, anche i rimasugli di intransigenza, di coraggio e di fedeltà alle poche idee rimaste negli interstizi della sua azione politica incline all’accomodante compromesso. Per lui, un tempo considerato l’anacoreta del socialismo, aveva particolare pregnanza la proiezione nel futuro e l’abbandono di ciò che era stato, purchè fosse mantenuto l’aggettivo socialista per qualificare una impostazione politica moderna e per giustificare le richieste immediate e, soprattutto, quelle che avrebbe fatto in un non lontano futuro che lo doveva vedere ancora come un attivo protagonista.

Credendo che la sincerità potesse diminuire le colpe attribuitegli ed essendo convinto che novantanove giusti contano meno, davanti a Dio, di un peccatore convertito e redento, i propositi di Mussolini (per alcuni l’agnello della favola), pronto a forzare ciò che non poteva essere forzato, a fare dei compromessi anche con il nulla ed a mettersi in qualsiasi combutta pur sapendo quanti e quali calli pestava, erano quelli di uno che ha poco da vivere, ma durante quel poco immagina di dover barattare molto con chi gli offriva il destro per una iniziativa di pace negoziata che avrebbe appagato le aspirazioni di un uomo disposto al dialogo, alla mediazione, alle inevitabili rinunzie, alle fotogeniche strette di mano piene di complici sottointesi, alle grevi pacche sulle spalle ed ai volenterosi accordi per consertare l’uno con l’altro due poli rappresentanti altrettante fazioni antagoniste le cui intenzioni e i cui obiettivi da raggiungere erano in parte sovrapponibili. Si era consacrato a questa missione e non voleva togliersi il cilicio nemmeno per un attimo. Allo scopo dava fondo alla residua tempra combattiva e sfruttava abilmente la rete delle conoscenze che si era costruito nella fase dell’ascesa al potere.

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