PARTE3 Il Duce e la politica della mano tesa: l’ultima strategia diplomatica di Benito Mussolini

0
2626

Non essendo possibile capovolgere una stato di fatto come quello esistente senza mettere il piede in casa altrui, bisognava sapere quante e quali armi il nemico aveva a disposizione, consegnarsi provvisoriamente a lui per poterlo meglio combattere in un domani e non lasciarsi abbagliare dalla sua presunta forza né, tantomeno, farsi condizionare dalla propria debolezza facilmente dissimulabile per trarre in inganno gli avversari. Solo così la speranza passava dal condizionale all’indicativo futuro e solo così una condanna polemica soggettiva poteva trasformarsi in un giudizio storico obiettivo. Tuttavia, secondo alcuni amanti della falce e del martello, quando si elogia la mancanza di pregiudizi in una persona di età avanzata (Mussolini aveva 62 anni), non si fa altra polemica se non quella di sottointendere che la sua vita è stata un seguito di infamie e di intrighi, che le sue impudicizie sono state più calcolate che spontanee e che più di un debito da lui contratto non è stato mai estinto. In verità non è chiaro quanto vi era di spontaneo e quanto di fabbricato, quanto di voluto e quanto di subito nello sforzo di riannodare vecchi legami, uniformando con una certa patina di trasgressiva eterodossia la mentalità repubblicana a quella della classe politica emergente schierata sulla barricata opposta a quella del regime.

Per la cultura di sinistra il “pontismo”, la politica ovattata e prudente della mano tesa da anteporre alla fazione (la svolta senza attriti voluta dal Duce, inveramento dell’intima essenza del fascismo, vendetta contro la borghesia capitalista massonica e giudaica, apologia della retorica del lavoro che si saldava con quella della guerra rigeneratrice dell’onore dell’Italia, lotta contro i monopoli e contro le grandi concentrazioni industriali, controllo operaio sulla produzione tramite la istituzione di coperative e dell’azionariato compartecipe agli utili dell’azienda), era una sicumera che si sbriciolava in un ammasso di belle intenzioni, un cambio di casacca dettato da un volgare trasformismo, un falsa riga per iniziare un dibattito tra sordi partendo dal presupposto che un cane affamato non teme il bastone, una profferta d’amore a pagamento sussurrata come un invito seducente, l’escamotage di uno che è convinto di trovare nella nuova situazione la scarpa giusta per il suo piede, un pallido succedaneo per ridiventare credibili, un accorgimento per superare il senso di inadeguatezza e d’inferiorità nei confronti degli avversari, il canto del cigno nel momento in cui il fascismo era arrivato al termine della parabola storica, un imparaticcio poco convincente per passare la patata bollente e mettersi tranquillamente a riposo, un offa da rimasticare con amarezza o una accattivante rodomontata per ipotecare in qualche modo il futuro senza cadere in un clamoroso controsenso, in un madornale equivoco o in un groviglio di malintesi. Anche se non c’è fessura nella roccia sulle quali possono far presa le dita dell’utopista, quando si lotta per la vita e per la morte non si  va tanto per il sottile nella scelta delle armi da usarsi per combattere, soprattutto se si conosce a mena dito quelle degli avversari.

Questo gioco apparentemente cifrato (dove un Mussolini fuori ordinanza, libero da ogni cautela e certo che i torti verso di lui si erano andati accumulando ingiustamente, moltiplicava, a suo arbitrio e discrezione, i segnali  di un imminente revisionismo socio-economico che non tralignava l’originaria ideologia fascista costitutivamente orientata verso il socialismo fin dal 1914) era la prima tappa di un processo che doveva approdare alla riconciliazione nazionale e favorire il ritorno alle tonificanti fonti della democrazia. Pur essendo intrinsecamente debole, questo atto del Duce tentava in qualche modo di salvare un orientamento politico, se non per l’immediato futuro, almeno in prospettiva di tempi migliori che avrebbe pazientemente aspettato.

Il compiacersi nell’illusione di poterlo fare, la speranza di ritrovare antiche verità ed antiche leggi in un contesto assolutamente nuovo, la capacità di adattarsi e di sfoderare alla bisogna l’atteggiamento giusto, la volontà di imporre un ritorno alla legalità, il non avere alcun dubbio di essere impari all’impresa, il trascurare l’aspetto soggiogante di una manovra con il profilo nitidamente stagliato, la capacità di depistare i fascisti più riottosi, veri e propri burocrati dell’immobilismo, ai quali non voleva assomigliare nemmeno in una delle venti unghie, la generosità nell’esporsi alle critiche fondate ed il fiuto politico  dimostrano che il dittatore, rivendicando autonomia e libertà di movimento, era un eclettico calcolatore abile a trarre profitto dalle circostanze senza forzarle, capace di cogliere con padronanza ed ingegnoso calcolo la direzione in cui soffia il vento e disposto a soddisfare le esigenze di tutti, sia quelle dei camerati (per loro la fede era sinonimo di Patria) sia quelle degli antifascisti (per loro il fascismo era sinonimo di tirannia).

Mussolini, con l’atteggiamento cattivante di chi non è abituato a chiedere favori, era dominato da idee contrastanti che non si elidevano a vicenda, ma bensì si rafforzavano, senza conciliarsi, in una intima contrapposizione. Le minacce del passato coesistevano, infatti, con le promesse del futuro e i destini, dopo essersi incrociati, si erano rovesciati: i vincitori di ieri erano diventati i vinti di oggi e quelli che prima erano stati dei perseguitati avevano cambiato ruolo, facendosi vindici della Patria oppressa. Tuttavia, erano ancora vive le cangianti speranze di costruire le premesse di un trapasso, meno sanguinoso del previsto, dagli elementi fondanti del fascismo a quelli della democrazia, nonostante la definizione del nuovo Stato si aggirasse in un labirinto di sofismi e di distinguo tra socialismo e socializzazione. I capisaldi della dottrina corporativa erano, in questo campo, adeguamento ed ammodernamento si, stravolgimento no. Questa era la repubblica delle camicie nere meno intransigenti, dei cauti difensori del buon nome italiano e dei sostenitori della causa pacificatrice che vivevano al confine tra l’adesione convinta alla dittatura e l’accettazione del male minore, quasi potesse esistere una stretta contiguità tra il fanatismo e l’opportunismo. Non compromessi con il gerarchismo deteriore, la loeo adesione al regime aveva un carattere anodino anche se impegnativo sotto il profilo politico e, soprattutto, sotto quello morale.

Anche se la via per Castalia era preclusa non bisognava perseguire il titanismo ma l’armonia, non la sfrenatezza ma la misura e non la profondità ma la trasparenza. In un clima di anarchia e di spontaneismo in cui risuonavano insistenti le richieste di una immediata riappacificazione, era assurdo incapricciarsi di cianfrusaglie e di ciarpame, rivestire i panni del buon samaritano (senza averne l’umiltà) per dimostrare un pietismo moralmente indifferenziato quanto politicamente untuoso, offrire alle labbra di una bocca riarsa bevande salate che aumentano la sete e schivare le responsabilità confondendo la creatività con la ripicca, il talento con l’improvvisazione, il furto con il lecito guadagno ed i diritti con le pretese. Al di là di ogni dissonanza polemica, l’attualità del presente intollerabile doveva prevalere sulla storiografia di un passato indigeribile.

 

Mussolini era, infatti, consapevole del dramma nazionale, lo viveva in tutta la sua interezza e cercava di porvi rimedio con apparente lucidità. Provava, infatti, un vero dolore per la tragedia della sua terra dilaniata alla quale si sentiva legato come un arbusto, si prodigava per offrire ormeggi invece di troncarli e cercava di porre rimedio alla rovina della Patria con forme di associazionismo mutualistico (la famosa Croce Rossa Silvestri), anche se ciò comportava il sacrificio personale e l’abbandono di certe ambizioni rappresentanti per lui un buon motivo ideologico per continuare a lottare contro il materialismo della nuova classe dirigente marxista. L’interesse supremo della nazione doveva prevalere su quello degli individui e sulle loro ideologie.

Nel momento in cui il fascismo viveva un avvilente calvario politico ed un vento di qualunquismo soffiava robustamente dalle Alpi al Lilibeo, non bisognava arroccarsi ed irreggimentarsi con acribia su posizioni anacronistiche, di fatto sorpassate, che potevano sconfessare e nuocere al buon nome del credo fascista, una fede professata da una minoranza ormai esigua, ma non per questo meno priva di significati, del quale si richiedeva l’immediata e la totale capitolazione. Mussolini era, infatti, nemico del patriottismo generico, concordatario e alibista. Non aveva in uggia il compromesso vantaggioso, aborriva quello degradante e detestava la defezione. Per lui dire Italia voleva dire onore, onore significava fede alla parola data e per fede alla parola data si doveva intendere collaborazione totale con chiunque voleva condividere con lui certi principi, certe aspettative e la sua stessa disponibilità a patteggiare sulla base di posizioni paritetiche che rispettassero i diritti di tutti.

A Milano, sotto le insegne nere, un mondo variegato e complesso si agitava e soffriva, si adirava e battagliava, intrigava e congiurava o si sacrificava con ardore sincero, dovendo fare i conti con aspettative, delusioni e odi di recente e di vecchia data non più contenibili dalle fruste vacuità verbali, dalle viete formule e dagli sfatati e grossolani incantesimi. E’ opportuno far uscire questi uomini politici dal buio in cui era comodo tenerli oscurati ai margini della realtà per poter riconoscere lo sforzo che hanno fatto quando sostenevano le loro ragioni (ritornare al fascismo delle origini in un clima di fratellanza reciproca, rispettando le volontà di Mussolini) e per poter comprendere  i sentimenti che avevano animato certe scelte genuine  sulle quali è doveroso far piena luce se si vuole inquadrare un periodo cruciale del nostro passato (il crepuscolo della dittatura) nel suo giusto contesto storico.

Assurto a simbolo di una dolorante schiera di sconfitti, Mussolini soffriva le truci miserie che rattristavano il suo tempo, ma non poteva diventare una guida sicura a cui affidarsi per uscirne fuori perché non aveva la piena consapevolezza di ciò che lo spingeva a secolarizzare e a gemellare interessi prioritari in parte affini a quelli di alcuni antifascisti e, soprattutto, perchè non era, anche se alcuni credevano che lo fosse, un cenacolo di virtù, un reliquiario di sapienza, un’arca di prudenza, una torre di saggezza o un bastione di fortezza. In realtà, il pragmatico ed il visionario che coabitavano in lui continuavano ad alternarsi e lo avrebbero fatto fino al penultimo giorno di vita, cioè fino al momento in cui la sorte lo avrebbe messo di fronte ad una brutale realtà che doveva obbligatoriamente affrontare: il cancello di una villa a Giulino di Mezzegra, un iracondo ragioniere di provincia con il mitra in mano ed il fazzoletto rosso al collo ed una donna terrorizzata che tentava di difenderlo.

Tutti sanno come Cleopatra ha trovato spazio nelle immutabili pagine della leggenda: utilizzare l’unico potere rimastole, quello di non dare al nemico la soddisfazione di ucciderla o di farla schiava. E’ altrettanto risaputo che tra i vincitori, la figura mitologica non è Cesare in trionfo, ma Cesare trafitto dai pugnali dei suoi carnefici. Quando i carroarmati erano giunti davanti alla porta del bunker scavato sotto la Cancelleria di Berlino, Hitler, il tiranno nazista, amando più di ogni altra cosa la musica di Wagner, si è suicidato. Mussolini, appartenendo ad un popolo che ammira solo Verdi, ha optato, travestito da soldato tedesco, per “Un ballo in maschera” e per “La forza del destino”: siamo nell’irresistibile campo del DNA.

Volendo abbandonare gli ideali del fascismo dogmatico e oltranzista e le connesse valenze programmatiche, il dittatore in limine mortis aveva ammesso le proprie colpe di fronte ad un nemico del quale, nonostante tutto, stentava a riconoscere l’autorità e del quale metteva in discussione, più con le parole che con i fatti, il suo discutibile ruolo di giudice popolare imparziale. Un comportamento inusuale per un  uomo che, preoccupato di non erodere per carsismo il monopolio dello Stato e di dare un contenuto tangibile ai suoi ideali, aveva sempre giocato sulla polisemia delle parole per trasformare, a suo uso e consumo e con finalità non sempre legittime, le convinzioni e gli immaginari collettivi di un intero popolo ed aveva suscitato in esso, sul filo del tempo, tutte le sfumature possibili dell’idolatria (“indomato amor”) e del disprezzo (“inestinguibil odio”). E’ anche per questo che ad allungare il collo sul primo dopoguerra per frugare tra le oscurità del golfo mistico dove era affondata l’orchestra del torbido ludo scenico postbellico se ne sono potuti trarre mirabolanti ed ineguagliabili pezzi sinfonici d’effetto (ad esempio piazzale Loreto) che hanno allietato le orecchie di tutti gli italiani impegnati a percorrere i primi passi sulla strada tortuosa della ritrovata democrazia, una istituzione che dovrebbe garantire al vinto la possibilità di coesistere pacificamente con il vincitore senza che il primo debba rinunciare a coltivare quelle passioni che, pur avendo subito l’indelebile onta della pesante e disonorevole sconfitta, sono ancora in grado di elettrizzare un cuore gonfio per le amare delusioni subite non solo per colpa degli altri, ma anche, forse, per demerito proprio.

 

 

 

 

 

Non essendo possibile capovolgere una stato di fatto come quello esistente senza mettere il piede in casa altrui, bisognava sapere quante e quali armi il nemico aveva a disposizione, consegnarsi provvisoriamente a lui per poterlo meglio combattere in un domani e non lasciarsi abbagliare dalla sua presunta forza né, tantomeno, farsi condizionare dalla propria debolezza facilmente dissimulabile per trarre in inganno gli avversari. Solo così la speranza passava dal condizionale all’indicativo futuro e solo così una condanna polemica soggettiva poteva trasformarsi in un giudizio storico obiettivo. Tuttavia, secondo alcuni amanti della falce e del martello, quando si elogia la mancanza di pregiudizi in una persona di età avanzata (Mussolini aveva 62 anni), non si fa altra polemica se non quella di sottointendere che la sua vita è stata un seguito di infamie e di intrighi, che le sue impudicizie sono state più calcolate che spontanee e che più di un debito da lui contratto non è stato mai estinto. In verità non è chiaro quanto vi era di spontaneo e quanto di fabbricato, quanto di voluto e quanto di subito nello sforzo di riannodare vecchi legami, uniformando con una certa patina di trasgressiva eterodossia la mentalità repubblicana a quella della classe politica emergente schierata sulla barricata opposta a quella del regime.

Per la cultura di sinistra il “pontismo”, la politica ovattata e prudente della mano tesa da anteporre alla fazione (la svolta senza attriti voluta dal Duce, inveramento dell’intima essenza del fascismo, vendetta contro la borghesia capitalista massonica e giudaica, apologia della retorica del lavoro che si saldava con quella della guerra rigeneratrice dell’onore dell’Italia, lotta contro i monopoli e contro le grandi concentrazioni industriali, controllo operaio sulla produzione tramite la istituzione di coperative e dell’azionariato compartecipe agli utili dell’azienda), era una sicumera che si sbriciolava in un ammasso di belle intenzioni, un cambio di casacca dettato da un volgare trasformismo, un falsa riga per iniziare un dibattito tra sordi partendo dal presupposto che un cane affamato non teme il bastone, una profferta d’amore a pagamento sussurrata come un invito seducente, l’escamotage di uno che è convinto di trovare nella nuova situazione la scarpa giusta per il suo piede, un pallido succedaneo per ridiventare credibili, un accorgimento per superare il senso di inadeguatezza e d’inferiorità nei confronti degli avversari, il canto del cigno nel momento in cui il fascismo era arrivato al termine della parabola storica, un imparaticcio poco convincente per passare la patata bollente e mettersi tranquillamente a riposo, un offa da rimasticare con amarezza o una accattivante rodomontata per ipotecare in qualche modo il futuro senza cadere in un clamoroso controsenso, in un madornale equivoco o in un groviglio di malintesi. Anche se non c’è fessura nella roccia sulle quali possono far presa le dita dell’utopista, quando si lotta per la vita e per la morte non si  va tanto per il sottile nella scelta delle armi da usarsi per combattere, soprattutto se si conosce a mena dito quelle degli avversari.

Questo gioco apparentemente cifrato (dove un Mussolini fuori ordinanza, libero da ogni cautela e certo che i torti verso di lui si erano andati accumulando ingiustamente, moltiplicava, a suo arbitrio e discrezione, i segnali  di un imminente revisionismo socio-economico che non tralignava l’originaria ideologia fascista costitutivamente orientata verso il socialismo fin dal 1914) era la prima tappa di un processo che doveva approdare alla riconciliazione nazionale e favorire il ritorno alle tonificanti fonti della democrazia. Pur essendo intrinsecamente debole, questo atto del Duce tentava in qualche modo di salvare un orientamento politico, se non per l’immediato futuro, almeno in prospettiva di tempi migliori che avrebbe pazientemente aspettato.

Il compiacersi nell’illusione di poterlo fare, la speranza di ritrovare antiche verità ed antiche leggi in un contesto assolutamente nuovo, la capacità di adattarsi e di sfoderare alla bisogna l’atteggiamento giusto, la volontà di imporre un ritorno alla legalità, il non avere alcun dubbio di essere impari all’impresa, il trascurare l’aspetto soggiogante di una manovra con il profilo nitidamente stagliato, la capacità di depistare i fascisti più riottosi, veri e propri burocrati dell’immobilismo, ai quali non voleva assomigliare nemmeno in una delle venti unghie, la generosità nell’esporsi alle critiche fondate ed il fiuto politico  dimostrano che il dittatore, rivendicando autonomia e libertà di movimento, era un eclettico calcolatore abile a trarre profitto dalle circostanze senza forzarle, capace di cogliere con padronanza ed ingegnoso calcolo la direzione in cui soffia il vento e disposto a soddisfare le esigenze di tutti, sia quelle dei camerati (per loro la fede era sinonimo di Patria) sia quelle degli antifascisti (per loro il fascismo era sinonimo di tirannia).

Mussolini, con l’atteggiamento cattivante di chi non è abituato a chiedere favori, era dominato da idee contrastanti che non si elidevano a vicenda, ma bensì si rafforzavano, senza conciliarsi, in una intima contrapposizione. Le minacce del passato coesistevano, infatti, con le promesse del futuro e i destini, dopo essersi incrociati, si erano rovesciati: i vincitori di ieri erano diventati i vinti di oggi e quelli che prima erano stati dei perseguitati avevano cambiato ruolo, facendosi vindici della Patria oppressa. Tuttavia, erano ancora vive le cangianti speranze di costruire le premesse di un trapasso, meno sanguinoso del previsto, dagli elementi fondanti del fascismo a quelli della democrazia, nonostante la definizione del nuovo Stato si aggirasse in un labirinto di sofismi e di distinguo tra socialismo e socializzazione. I capisaldi della dottrina corporativa erano, in questo campo, adeguamento ed ammodernamento si, stravolgimento no. Questa era la repubblica delle camicie nere meno intransigenti, dei cauti difensori del buon nome italiano e dei sostenitori della causa pacificatrice che vivevano al confine tra l’adesione convinta alla dittatura e l’accettazione del male minore, quasi potesse esistere una stretta contiguità tra il fanatismo e l’opportunismo. Non compromessi con il gerarchismo deteriore, la loeo adesione al regime aveva un carattere anodino anche se impegnativo sotto il profilo politico e, soprattutto, sotto quello morale.

Anche se la via per Castalia era preclusa non bisognava perseguire il titanismo ma l’armonia, non la sfrenatezza ma la misura e non la profondità ma la trasparenza. In un clima di anarchia e di spontaneismo in cui risuonavano insistenti le richieste di una immediata riappacificazione, era assurdo incapricciarsi di cianfrusaglie e di ciarpame, rivestire i panni del buon samaritano (senza averne l’umiltà) per dimostrare un pietismo moralmente indifferenziato quanto politicamente untuoso, offrire alle labbra di una bocca riarsa bevande salate che aumentano la sete e schivare le responsabilità confondendo la creatività con la ripicca, il talento con l’improvvisazione, il furto con il lecito guadagno ed i diritti con le pretese. Al di là di ogni dissonanza polemica, l’attualità del presente intollerabile doveva prevalere sulla storiografia di un passato indigeribile.

 

Mussolini era, infatti, consapevole del dramma nazionale, lo viveva in tutta la sua interezza e cercava di porvi rimedio con apparente lucidità. Provava, infatti, un vero dolore per la tragedia della sua terra dilaniata alla quale si sentiva legato come un arbusto, si prodigava per offrire ormeggi invece di troncarli e cercava di porre rimedio alla rovina della Patria con forme di associazionismo mutualistico (la famosa Croce Rossa Silvestri), anche se ciò comportava il sacrificio personale e l’abbandono di certe ambizioni rappresentanti per lui un buon motivo ideologico per continuare a lottare contro il materialismo della nuova classe dirigente marxista. L’interesse supremo della nazione doveva prevalere su quello degli individui e sulle loro ideologie.

Nel momento in cui il fascismo viveva un avvilente calvario politico ed un vento di qualunquismo soffiava robustamente dalle Alpi al Lilibeo, non bisognava arroccarsi ed irreggimentarsi con acribia su posizioni anacronistiche, di fatto sorpassate, che potevano sconfessare e nuocere al buon nome del credo fascista, una fede professata da una minoranza ormai esigua, ma non per questo meno priva di significati, del quale si richiedeva l’immediata e la totale capitolazione. Mussolini era, infatti, nemico del patriottismo generico, concordatario e alibista. Non aveva in uggia il compromesso vantaggioso, aborriva quello degradante e detestava la defezione. Per lui dire Italia voleva dire onore, onore significava fede alla parola data e per fede alla parola data si doveva intendere collaborazione totale con chiunque voleva condividere con lui certi principi, certe aspettative e la sua stessa disponibilità a patteggiare sulla base di posizioni paritetiche che rispettassero i diritti di tutti.

A Milano, sotto le insegne nere, un mondo variegato e complesso si agitava e soffriva, si adirava e battagliava, intrigava e congiurava o si sacrificava con ardore sincero, dovendo fare i conti con aspettative, delusioni e odi di recente e di vecchia data non più contenibili dalle fruste vacuità verbali, dalle viete formule e dagli sfatati e grossolani incantesimi. E’ opportuno far uscire questi uomini politici dal buio in cui era comodo tenerli oscurati ai margini della realtà per poter riconoscere lo sforzo che hanno fatto quando sostenevano le loro ragioni (ritornare al fascismo delle origini in un clima di fratellanza reciproca, rispettando le volontà di Mussolini) e per poter comprendere  i sentimenti che avevano animato certe scelte genuine  sulle quali è doveroso far piena luce se si vuole inquadrare un periodo cruciale del nostro passato (il crepuscolo della dittatura) nel suo giusto contesto storico.

Assurto a simbolo di una dolorante schiera di sconfitti, Mussolini soffriva le truci miserie che rattristavano il suo tempo, ma non poteva diventare una guida sicura a cui affidarsi per uscirne fuori perché non aveva la piena consapevolezza di ciò che lo spingeva a secolarizzare e a gemellare interessi prioritari in parte affini a quelli di alcuni antifascisti e, soprattutto, perchè non era, anche se alcuni credevano che lo fosse, un cenacolo di virtù, un reliquiario di sapienza, un’arca di prudenza, una torre di saggezza o un bastione di fortezza. In realtà, il pragmatico ed il visionario che coabitavano in lui continuavano ad alternarsi e lo avrebbero fatto fino al penultimo giorno di vita, cioè fino al momento in cui la sorte lo avrebbe messo di fronte ad una brutale realtà che doveva obbligatoriamente affrontare: il cancello di una villa a Giulino di Mezzegra, un iracondo ragioniere di provincia con il mitra in mano ed il fazzoletto rosso al collo ed una donna terrorizzata che tentava di difenderlo.

Tutti sanno come Cleopatra ha trovato spazio nelle immutabili pagine della leggenda: utilizzare l’unico potere rimastole, quello di non dare al nemico la soddisfazione di ucciderla o di farla schiava. E’ altrettanto risaputo che tra i vincitori, la figura mitologica non è Cesare in trionfo, ma Cesare trafitto dai pugnali dei suoi carnefici. Quando i carroarmati erano giunti davanti alla porta del bunker scavato sotto la Cancelleria di Berlino, Hitler, il tiranno nazista, amando più di ogni altra cosa la musica di Wagner, si è suicidato. Mussolini, appartenendo ad un popolo che ammira solo Verdi, ha optato, travestito da soldato tedesco, per “Un ballo in maschera” e per “La forza del destino”: siamo nell’irresistibile campo del DNA.

Volendo abbandonare gli ideali del fascismo dogmatico e oltranzista e le connesse valenze programmatiche, il dittatore in limine mortis aveva ammesso le proprie colpe di fronte ad un nemico del quale, nonostante tutto, stentava a riconoscere l’autorità e del quale metteva in discussione, più con le parole che con i fatti, il suo discutibile ruolo di giudice popolare imparziale. Un comportamento inusuale per un  uomo che, preoccupato di non erodere per carsismo il monopolio dello Stato e di dare un contenuto tangibile ai suoi ideali, aveva sempre giocato sulla polisemia delle parole per trasformare, a suo uso e consumo e con finalità non sempre legittime, le convinzioni e gli immaginari collettivi di un intero popolo ed aveva suscitato in esso, sul filo del tempo, tutte le sfumature possibili dell’idolatria (“indomato amor”) e del disprezzo (“inestinguibil odio”). E’ anche per questo che ad allungare il collo sul primo dopoguerra per frugare tra le oscurità del golfo mistico dove era affondata l’orchestra del torbido ludo scenico postbellico se ne sono potuti trarre mirabolanti ed ineguagliabili pezzi sinfonici d’effetto (ad esempio piazzale Loreto) che hanno allietato le orecchie di tutti gli italiani impegnati a percorrere i primi passi sulla strada tortuosa della ritrovata democrazia, una istituzione che dovrebbe garantire al vinto la possibilità di coesistere pacificamente con il vincitore senza che il primo debba rinunciare a coltivare quelle passioni che, pur avendo subito l’indelebile onta della pesante e disonorevole sconfitta, sono ancora in grado di elettrizzare un cuore gonfio per le amare delusioni subite non solo per colpa degli altri, ma anche, forse, per demerito proprio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Duce si è suicidato? Un’ipotesi non peregrina

Mussolini- Cronotanatologia di un omicidio (foto inedite)

Claretta Petacci stregata dall’orpello, è morta per amore (foto indedite)

TORNA ALL’INIZIO  INCHIESTA: Il Duce e la politica della mano tesa: l’ultima strategia diplomatica di Benito Mussolini

Leggi tutto…