Claretta Petacci, stregata dall’orpello, è morta per amore

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In un uggioso sabato sera di fine aprile del 1945, le nuvole nomadi, simili a carovane con abbondanti salmerie d’acqua, migravano a frotte solcando il cupo cielo di Giulino di Mezzegra: un cielo simile a quello che il Masaccio ha dipinto nei policromi affreschi del Carmine. In quella brumosa giornata, i giunchi ed i salici fluviali si incurvavano sulla riva del Lario tra le piantaggini affusolate e piccole onde abbonacciate urtavano leggermente alcune pertiche infitte nel fondale per reggere le lenze o si infrangevano, schiumando, sulla grossa e rocciosa rena della riva. La schiuma si mischiava con la caligine umida delle nubi basse, riempiendo l’atmosfera di bieche fatalità e di funesti presagi. Una vela triangolare, nereggiando al limite dello sguardo, rompeva la diafana monotonia lacustre sulla cui liquida calma dondolavano pigramente i barconi dalle alte antenne cariche di cordami. Il lago, lungo la costa occidentale lievemente lunata verso austro, si distendeva in una serenità quasi virginale, avendo nello splendore la vivezza che ha la pregiata pietra turchese della Persia. Qua e la, segnando il passaggio delle correnti, serpeggiavano, tra le acque immote, zone di tinta più scura. La loro superfice oscillava dolcemente come se sopra vi galleggiassero ondulanti tappeti di occhiute e variopinte penne di pavone. La veduta pareva tremare e impallidire come un immagine che attraversa il velo dell’acqua o come una pittura che lavata si stinge. Gli alberi circostanti, copiosi di verdi fronde tutte canore di passeri, avevano già nelle loro capellatura il gioco furtivo delle ombre. Le gocce della pioggia, a tratti battente, indugiavano tremolanti sui terrazzi di pietra delle case sotto un ricamo delicato di vapori che sembravano profili di case moresche o di minareti in fuga.

          In quel chiarore soffuso, in quella discesa tacita dell’ombra mutevole prodotta da profili egualmente prossimi a dissolversi, il cadavere di Claretta Petacci, negletto e vilipeso, giaceva supino, più esangue dell’avorio, tra un cancello di ferro ed un muretto di pietra sormontato da una fitta siepi di ligustri potati con cura ed ombreggiato da un gigantesco faggio color rame. Tra le ciglia chiuse vedeva del proprio sangue tingersi il mondo. Davanti a lei ne rosseggiavano due pozze entro cui stavano le mani neppure di una stilla sozze. Accompagnandola in cielo, le rondini migratirci intessevano intorno alle sue tempie un intreccio di nerobianche ghirlande. La giovane donna sentiva la sofferenza dell’immenso vuoto come un fuoco vivo perché il sangue che usciva dalle ferite inferte dal mitra aguzzino aveva il suono che fa il tizzo ardente quando cade sulla brace ancor fumante. Dopo aver raggiunto la vetta del monte, la Petacci s’accingeva a salire. Quando la terra ne esigeva il corpo, allora incominciava a vivere realmente.

         Aveva detto, poco prima di morire, ad Asvero Gravelli: “Io vado, io voglio morire con Mussolini”. All’amico aveva confidato che i suoi sogni turbinosi erano dominati, in quei tristi giorni, da cupe larve nemiche. Le parole che diceva erano, per chi le ascoltava, lontane come lo è per le profonde radici degli alberi il sommesso sussurro delle cime. Distrutta dalla violenza dei sentimenti era simile ad una voluta di sabbia sospesa per un istante sulla spiaggia ventosa. Anima vetusta e nuova, istruita e ignara, memore e indovina aveva cercato, invano, di scoprire il volto nascosto del destino. Da tempo non sapeva se era meglio trattare il ghiaccio o il fuoco, la pece o il piombo, gli sterpi o i serpi, il fango o il sangue, l’acqua o il vino, gli schiavi o le navi. Aveva il rancore dei forti che patiscono la vergogna ed il tremito dei vergini virgulti quando sono oppressi dalla turpe menzogna. La faccia, in certi momenti, aveva assunto l’aspetto di un’effige di legno su cui era rimasta solo una lievissima traccia dell’antica doratura. L’attitudine improntata di mestizia, a volte ieratica, la rendeva simile alle canèfore dei bassorilievi ateniesi. Ma la realtà era chiara ed inconfutabile come un dovere militaresco. Iscritta alla gara, Claretta non si ritraeva, ma restava fedelmente sul campo come se fosse un corpo vertebrato da un’unica spina. Nonostante ciò, tra i terrori, le lugubri malinconie e le lassità mentali, aveva intervalli di infinita dolcezza. Disperata, cercava di spiritualizzare fino all’apice della grazia ogni suo istinto più selvaggio. Una mite beltà di giovinezza sfiorita traspariva dai tratti tesi del viso che testimoniavano il supplizio del dolore di chi attende disperato la morte come se fosse un meritato e sospirato sollievo. In quel mentre, tra la nera ribellione dei capelli riccioluti, pareva che subitamente dalla sua anima le macchie si cancellassero e dalla sua carne cadessero le impurità terrene.

       Sentiva in sé quel freddo gelo che accompagna la volontà al di là del limite noto, allorché l’anima si muta in un monte che lascia vivere sul suo culmine aguzzo un solo pensiero ossessivo: quello di un impossibile rivincita. Guardava il vuoto dei giorni che passano ed urlava nel ricordo del suo silenzio ovattato. Ponendosi all’istante, vagava nell’infinitesime dei rivoli curvanti al livello del suolo dove prima l’empio corridoio offriva una speranza di fuga. Si destreggiava male tra oggetti inanimati, indifferenti e dissociati dal divenire di un altro giorno che sarà diverso solo per chi lo vive sulle barricate. Nel guscio d’una squallida conchiglia, il timore della morte, che è sovrano, regnava dentro il suo corpo e nella propria mente. Non riusciva a rafforzare le radici della speranza affievolita perché erano quasi bruciate dall’arsura. Abbandonata la mazza della fede, scivolava  nell’acqua buia senza rimpianto. Non voleva più la verità per reclamare il sogno e non trovava il desiderato riposo se non nelle cupe ombre dell’ignoto. “No Mussolini non deve morire” sono state le ultime parole che ha detto. Superstite di un naufragio, ha raggiunto terra senza aver mai afferrato, in vita, un riconosciuto ruolo.

Ha scritto Cesare Pavese: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio. Così li vedi ogni mattina quando su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla. Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso. Scenderemo nel gorgo muti”.