Benito Mussolini: un gigante con i piedi d’argilla

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Sul Benito Mussolini, dopo la morte, si è scritto forse più che su Napoleone Bonaparte. Due dittatori, due destini diversi, due postume valutazioni. La Francia, un paio di decenni dopo la scomparsa del generale corso, ha richiesto all’Inghilterra la restituzione della salma del Bonaparte, consacrandone la posterità al Boulevard des Invalides. Ha restituito, inoltre, alla parigina Place Vandome l’obelisco eretto col bronzo dei cannoni presi nella battaglia di Austerlitz e abbattuto dopo la disfatta di Waterloo. Anche se Luigi XVIII ha fatto scalpellare la “N” dal ponte di Jena, Napoleone non è stato radiato dal patrimonio spirituale e cancellato dalla memoria storica della nazione francese. L’Italia, invece, ha demonizzato e continua ancora a demonizzare, oltre mezzo secolo dopo la sua morte, la figura e il nome di Mussolini. Un perché ci deve essere, ed è chiaro, anche se non tutti lo vogliono accettare. Tuttavia basta fare un salto in edicola o in libreria per accorgersi che il Duce, un politico rivoluzionario, l’ideatore del fascismo e un dittatore carismatico, colpisce ancora la fantasia di un pubblico vasto ed eterogeneo. Dai saggi impegnativi agli articoli pettegoli, dalle videocassette ai Cd Rom, il focoso romagnolo, dopo essere penetrato nell’immaginario collettivo di tutti gli italiani, resta il personaggio storico più gettonato in tutte le salse. Nonostante tutto su di lui c’è ancora chi dubita, chi discetta e chi distingue.

Il suo protagonismo era l’amore per la Patria, forse la fiamma ardente sentimentale più infausta per le sorti dell’Italia. Mussolini era animato dalla stessa fede di Giuseppe Mazzini, di Francesco Crispi e di Cesare Battisti. Probabilmente ne concepiva, addirittura con maggior energia, l’immensità ideale. La viveva, tuttavia, non con la tetragona pacatezza che s’impone al consapevole statista, bensì si lasciava vulnerare dalle frequenti incoerenze di un estro sensibile alle sollecitazioni dell’emergenze politiche e ancor più dalla crescente febbre di una irrefrenabile ambizione, il peggiore degli stimoli per un uomo di Stato con responsabilità di governo. In quei momenti, infatti, il gesto della sua mano non era largo quanto l’egoistico orgoglio che lo pungolava.  L’amore per la Patria”, ha detto Giuseppe Mazzini, non può essere una passione sfrenata e incontrollabile, bensì un culto sommesso, consacrato nella diuturna fatica umana. Per la Patria ognuno ha il diritto di sacrificare anche la propria vita, tutto, ma non l’oggetto stesso del proprio amore”.

Pur astraendo dalle scorribande filosofiche con le quali di tanto in tanto amava giocherellare, la posizione mentale e spirituale di Mussolini (un atteggiamento paternalistico intinto di aulico mecenatismo che si addiceva più ad un esteta, magari ad uno Storico, ma non ad un uomo politico) non gli ha permesso mai di scorgere chiaramente, di afferrare in modo compiuto e di intendere compiutamente il significato reale del concetto di Stato. Il suo metodo di governare, dai vasti spazi ove pretendeva di operare, si riduceva ordinariamente a transeunti manipolazioni di giornata o ad astrusi giochi di palazzo.

Un cipiglio censorio, mascherando un sottostante vacuo retore, rispecchiava l’energia dei momenti psicologici che dominavano il suo pensiero, guidandolo, con il concorso di una poco acuta sensibilità d’osservazione, ad un irrazionale modo di concepire l’etica politica. Forse è anche per questo che volendo allungare il collo sul primo dopoguerra, per frugare tra le oscurità dove era precipitato il torbido spettacolo postbellico, se ne sono potuti trarre mirabolanti ed ineguagliabili pezzi d’effetto (ad esempio piazzale Loreto) che hanno allietato tutti gli italiani.

 

Di solito siamo portati ad idealizzare, anche in senso negativo, gli uomini e a raffigurarceli tutto di un pezzo, ma essi non sono mai stati tali da quando ha fruttificato il seme di Adamo. Comunque sia, siffatta ricostruzione monolitica mal si addice ad un personaggio come Mussolini che è stato l’incarnazione di contrasti stridenti: a volte era magnanimo, mite e generoso, a volte era angusto ed inutilmente spietato. Non ha mai avuto il dono avventuroso di conoscere l’animo umano (una ricchezza infinita di passioni) e il suo orizzonte spirituale non è stato in alcun modo più vasto. Così la tragedia che covava nel suo spirito in tumulto si è convertita nella sventura di tutto un popolo. Uno spirito intorbidato da incomposti eccitamenti in cui si ingorgavano irragionevoli ispirazioni che ne frastornavano la capacità di procedere a quelle sistemazioni psicologiche senza le quali è impossibile sorreggere gli assunti ed esplicare la difficile arte del comando: la delezione delle impressioni, il raffrenamento degli impulsi, la cauta maturazione dei propositi.

Mussolini alla realtà aveva sostituito il sogno, all’azione la speranza, al pesante fardello della vita le labili suggestioni della fantasia. Tali erano le risultanze di quel dramma cupo e profondo. La mano che un giorno aveva saputo reggere le discordanti forze nazionali e vigorosamente costringerle a collegarsi tra loro alla fine era ricaduta inerte, stringendo tra le dita solo un pugno di mosche. Alla conclusione dei giochi ha incrociato le braccia e con l’occhio fisso allo stellone dell’Italia dimezzata aspettava il portento che la dea della fortuna avrebbe dovuto compiere dopo essersi assisa non su di un tronco maestoso, ma bensì su di un cumulo fatto soltanto di ruderi diroccati. Negli ultimi mesi della sua vita, sembrava vivere su di una pianta di cui negava i frutti e di cui tagliava le radici.

 

Vi sono persone che nel polverone della sommossa o sotto una pioggia di coriandoli sembrano statue solenni o sacri feticci destinati all’ammirazione dei posteri. Sotto la maestà di una quercia druidica compiono miracoli e formulano artificiosi responsi. Si comportano come l’onnipotente Giove assiso sopra l’osservatorio del monte Ida tra le discrete ombre dei fatati abeti. Le stesse, in tempi difficili e nei periodi di sventura, diventano spaventapasseri o vecchie gabbane riempite di paglia e non fanno aperta e coraggiosa ammenda dei loro archetipici aforismi.

Giunto fin quasi alla soglia del Pantheon degli eroi indigeti, Mussolini ha legato la fine del fascismo ad una delle più immani catastrofi della storia italiana. Quello che è successo è successo perché il Duce ad un certo punto della vita ha creduto (e il popolo è riluttante ad ammettere certe delusioni) di vedere riflessa sul suo volto l’ombra pallida di Giulio Cesare. Il giorno in cui la statua di Cesare è caduta infranta con l’intero edificio su cui poggiava, Mussolini, forse più stupito di ogni altro, si è accorto che da un certo momento in poi aveva scolpito solo la propria sembianza. Grave identificazione perché da allora il dittatore ha fermamente creduto, e la Nazione confidato, di agire per la vivente Patria di tutti, mentre vaneggiava per una Patria trasfigurata nell’unione ipostatica con la sua persona.

Se Mussolini è stato altero nella fortuna, si è smarrito nella sventura e questa invece di fortificarlo ed innalzarlo sempre più, come suggeriva tutta l’impronta della sua vita, lo ha avvilito, mortificandolo. La morte del Duce ha raggiunto le dimensioni della tragedia non per la luce che ne è irradiata, ma per le terrificanti ombre che il modo con cui è avvenuta ha disteso sulla più recente storia d’Italia. La fine di Benito Mussolini ha lasciato, infatti, numerosi e inquietanti interrogativi senza risposta, ombre ed incertezze infinite, strascichi di polemiche e di contrasti non sanati e si è accompagnata alla stesura di ricostruzioni storiche differenti che si basavano sui medesimi fatti riferiti, paradossalmente, dai medesimi testimoni. Nella Storia di ogni paese ci sono eventi drammatici e misteriosi sui quali si indaga e si discute per decenni senza giungere a stabilire una verità che possa essere concordata unanimemente. Così è per la morte del Duce, un dittatore carismatico, che ha governato l’Italia per oltre un ventennio, destreggiandosi tra la risonanza delle vittorie e i rigurgiti delle sconfitte e cercando di accomunare, con un po’ presunzione, mistica e mitologia nel medesimo caldo afflato e nello stesso sublime anelito. “Per usare una celebre frase del grande Tommaso Besozzi a proposito del bandito Giuliano e delle rivelazioni sulla sua fine, anche per Mussolini si può dire: <Di sicuro c’è solo che è morto> ”.

Sessant’anni di rivelazioni, fatte da “nani e ballerine”, non hanno ancora esaurito il “fuilleton” sulla fine di Mussolini. Intorno alla figura del dittatore si è venuta costituendo una sorta di saga popolare, una specie di “questione omerica” fatta di scoperte storiche, di scoop giornalistici, di memoriali segreti, di diari improbabili, di falsi testamenti e di documenti apocrifi. Francesco Grisi ha affermato: “Certamente chi diede l’ordine di uccidere Mussolini non si rese conto che i fucili non danno la morte”. Adolf Hitler, il tiranno nazista ammiratore di Wagner, siè suicidato nel bunker costruito sotto la Cancelleria di Berlino. Benito Mussolini, un apologeta di Rossini, ha optato per “Il ballo in maschera” e per “La forza del destino”. Si è, infatti, lasciato catturare dai partigiani ignobilmente travestito da soldato tedesco. Siamo nell’irresistibile campo del DNA.