Negli ultimi giorni di vita Mussolini era un depresso (foto inedite)

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La storia della depressione è la storia dell’umanità (Areteo di Cappadocia. I secolo d.C.) anche se il termine, quale connotante una sindrome psichiatrica, è stato introdotto solo negli anni Venti del Novecento dallo neuropsichiatra tedesco Ernst Meyer. Benito Mussolini, durante il periodo in cui ha governato la Repubblica Sociale Italiana (RSI), era un depresso. Così si è espresso Romano Mussolini in proposito: “Il cedimento psicologico di mio padre avvenne già nel 1943. Dico questo perché fu attorno alla metà di quell’anno che nei miei appunti annotai: <Vedo il Duce sempre meno interessato a quanto lo circonda. Ci sono giorni in cui appare totalmente assente, con il pensiero rivolto altrove. Risponde automaticamente alle domande che gli vengono poste; anche noi della famiglia lo sentiamo sempre più lontano e distaccato>. Persino durante le nostre sempre più rare passeggiate in bicicletta il Duce rimaneva in silenzio, e quando mi fissava rimanevo colpito dal suo sguardo malinconico. Tale allora mi sembrava: in realtà nei suoi occhi non si leggeva tristezza, ma solo disperazione. <Per me non c’è avvenire, mi hanno lasciato solo, ormai è tardi>: sono solo alcune delle frasi che ricordo di avergli sentito pronunciare. Anche donna Rachele ne ha annotate di simili nelle sue memorie”. Anche la gastrite del Duce, una patologia che lo ha accompagnato per tutto l’arco della vita, aveva un origine psicosomatica, era cioè dovuta alla forte tensione emotiva. “<La mia ulcera sono i convogli>” era solito ripetere anni prima, riferendosi alle notizie dell’affondamento delle navi che rifornivano le truppe in Africa settentrionale. Le sue urenti fitte allo stomaco erano di natura psicogena e non condizionate da lesioni organiche della mucosa gastroduodenale.

Ha scritto il generale Rodolfo Graziani:  Quando lo rividi la prima volta a Rocca delle Caminate il 27 settembre 1943, Mussolini era divenuto la larva di sé stesso: quei grandi occhi spenti si stagliavano sulla squadrata e scarnita mascella come due fari semioscurati che di tanto in tanto riprendevano l’antica luce per poi annegare di nuovo in un pauroso annebbiamento. M’aveva abbracciato in silenzio con effusione; e da allora era corsa tra lui e me, e durò fino all’ultimo giorno, una tacita reciproca intesa d’oblio>”. Pier Luigi Baima Bollone, analizzandone il comportamento durante il ventennio fascista, ha affermato che il dittatore era affetto da ciclotimia, una malattia in cui i periodi di euforia si alternano a momenti di depressione. Il commento al libro di Ray Moseley è esplicito: “L’autore descrive il Duce (durante il periodo della RSI) in preda alla rabbia, alla vergogna, all’impotenza e alla depressione”. Nel febbraio del 1945, al tempo del processo di Verona contro Galeazzo Ciano e gli altri imputati di tradimento della causa fascista (notte del Gran Consiglio, 25 luglio del 1943), il sottosegretario agli Esteri Serafino Mazzolini, vedendo Mussolini molto preoccupato, ha detto: “Stategli vicino e attenti: è molto depresso e fa una gran pena! Non vorrei che compisse qualche gesto inconsulto!”. Ecco come lo descrive Giordano Bruno Guerri in quel momento: “Alcune volte si affaccia in lui (Mussolini) la considerazione quasi rassegnata, estranea alla sua natura risoluta e violentemente artefice del proprio destino, che la circostanza gli impedisce di esitare nella ineludibile fatalità in cui sprofondare colpe e responsabilità; che il fato lo invita a tragedie funeste e terribili pur di salvaguardare la sua coscienza; che la vita lo ha messo in condizioni di sciegliere le vie e le direzioni più opportune, e che ora il caso lo porta a trovarsi dinnanzi a volontà cieche e implacabili, a giudizi universali che si compiono sopra la sua testa per un disegno già scritto. Si sforzava di pensare a altro, cercava un’indifferenza impossibile, perché le arterie continuavano ad affliggerlo, battendo con violenza nelle sue tempie sfiancate. Iniziava allora il suo interminabile vagabondaggio, un andirivieni lento, monotono e amaro, nella speranza, come accade agli spiriti disperati  e afflitti da incombenze senza soluzione, di trovare un consiglio improvviso e insperato. Era assilito dai sensi di colpa e dai tremori dell’esitazione, eppure in queste profondità sperava di sentire una voce che lo consolasse e lo autorizzasse, tonante, forte e formidabile, al gesto già deciso, alla punizione esemplare, alla condanna definitiva, a quell’idea terribile e funesta (decretare la fine di suo genero)”.

   Con la crocerossina e giornalista tedesca Maddalena Mollier, che lo ha intervistato alla fine della sua avventura terrena (aprile del 1945), Mussolini si è così espresso: “Per me non si apriranno le porte se non per la morte. Ed è anche giusto. Ho sbagliato e pagherò, se questa mia povera vita può servire da paga. Non incolpo nessuno, non rimprovero nessuno all’infuori di me stesso. Sono il capitano di una nave in tempesta. La mia nave si è spezzata. Mi trovo nell’oceano furioso, su un rottame. Questa impossibilità di agire, di rimediare mi tormenta la coscienza! Nessuno sente la mia voce. Adesso mi rinchiudo nel silenzio. Ma un giorno il mondo mi ascolterà. Sì, signora, sono finito. La mia stella è tramontata. Lavoro e mi sforzo di fare, pur sapendo che tutto non è che una farsa. Aspetto la fine della tragedia e, stranamente distaccato da tutto, non mi sento più attore; mi sento come l’ultimo spettatore. Anche la mia voce la sento come riprodotta. Io ormai sono un prigioniero, sono soltanto la semplice figura di un gioco”. In quel contesto drammatico, un suo fedele amico lo definisce: “Stanco, triste, preoccupato come forse non era mai stato fino ad allora”. Ad un altro fedelissimo camerata il Duce si è rivolto dicendo: “Il mio sacrificio è necessario. La mia salvezza non serve a nulla. So che c’è chi parla di apparecchi pronti … di Spagna”. Rudolph Rahn, ambasciatore di Hitler a Salò, ha notato, durante un suo incontro primaverile con il dittatore (1945), che sul tavolo da lavoro dello studio di Gargnano Mussolini aveva un’edizione tedesca delle poesie di Eduard Moerike. “È tutto ciò che ci rimane” ha affermato il Duce, incrociando lo sguardo dell’ambasciatore. Probabilmente il capo del fascismo repubblicano inseguiva, come il malinconico poeta, una “terra di sogno”. Queste sono le impressioni che ha avuto Emma Casalaine Lombardo, madre di un caduto in guerra, quando gli fa visita sul Garda: “<Mussolini non è più l’uomo dallo sguardo magnetico che esattamente vent’anni prima ho visto a Siracusa. E’ un’altra cosa. Ma lo sguardo è sempre quello, pur se lo splendore antico è adesso temperato da un sentimento di pacata tristezza che di tanto in tanto affiora quasi a sua insaputa>”. Nel marzo di quell’anno il leader fascista aveva asserito: “La morte mi è diventata amica, non mi spaventa più. La morte è una grazia di Dio per chi ha sofferto troppo. Piuttosto che durare in una situazione come questa, vale mille volte meglio morire”.

Il suo amico Ottavio Dinale, il 14 aprile del 1945, cerca di nascondere l’imbarazzante tensione emotiva di Mussolini: “Entrai. Era seduto al solito tavolo di angolo, con la solita divisa dimessa, pallido, le pupille velate di indefinibile tristezza che invitava a pudico contegno. Davanti ai miei occhi, velati come i suoi, quelle gambe divaricate ed inerti sotto il tavolo, quelle braccia pendenti, quel sorriso stentato, quel silenzio più eloquente di ogni parola, era uno spettacolo di uno squallore quasi divino. Non era e non aveva l’aspetto di un vinto, quell’uomo che pareva si sforzasse a nascondere tutto quanto vibrava nel suo cervello e nel suo cuore. Era un forte, piegato da una violenza sovraumana, crudele, maligna, beffarda, che non avrebbe meritato altra soluzione che quella di essere schiaffeggiata. Un leone che, anche se avesse avuto tuttora disponibili gli artigli aguzzi, li avrebbe ovattati e non aperti all’offesa, in un segno supremo di amore”.

       Al Dinale il capo del fascismo repubblicano dice: “Vedo milioni di occhi iniettati di sangue che mi cercano, che mi guardano assetati di vendetta. Vedo le schiere innumeri dei morti, dei giovanissimi che mi hanno offerto la vita anche quando avevano, in fondo all’anima, l’assoluta certezza che il sacrificio sarebbe stato vano. Quante volte ho sentito, tremando di dolorosa gioia, risonare i loro passi e i loro canti di guerra sotto queste finestre. Potessi almeno pagare io solo per tutti, io, vittima di tutti, tutti vittime di me, del Duce, come dicevi tu, che si è sovrapposto a Mussolini. Non vi è che una unica via di salvezza, Benito Mussolini deve avere il coraggio di sopprimere il Duce. Non ho saputo e non ho potuto volere. Il destino è stato più forte di me, forse non solo il destino, ma anche la cieca impietosa logica degli avvenimenti, delle preordinazioni e dei compimenti, diresti tu, nel tuo immaginoso filosofico eloquio. Ma non è l’ora codesta delle recriminazioni. Constatare solo si può”.

      Aggiunge poi: “No, sono già sceso dal palcoscenico e ora non parlo che con me stesso, col disperato, coraggioso proposito di non volermi più ingannare. E credo soltanto all’universale miseria, come certamente vi credeva Socrate nell’atto di appressare alle labbra il vaso della mortifera cicuta. Forse è stato così anche il ‘consumatum est’ di Cristo. Alla foce del largo, lunghissimo fiume non ho trovato che il nulla. Non mi riguarda, non mi interessa più, è finita. Tutto è crollato. Non mi restano che le mani madide di sudore e gli occhi spalancati nel vuoto. Credo a tutti gli dei di tutti i cieli, e se uno di questi, attraverso una sua miracolosa mediazione, se in un supremo momento toccherà la mia anima, ti assicuro, non lo respingerò, ma mi abbandonerò a Lui, assetato di infinito. Ho lottato sino allo stremo. Mi hanno vinto, siamo pari. Andiamo dove si deve andare. E vi andrò senza recriminazioni, senza odio, senza orgoglio. No… nessuna illusione più… addio”. Il Dinale chiosa di rincalzo: “Si irrigidì (Mussolini) con uno sguardo fosco. Si rasserenò improvvisamente, si avvicinò alla finestra a guardare il cielo che si rifletteva placido sul ceruleo sfondo del Benaco. Uscii. Il lago era leggermente increspato e il cielo tiepido. Pareva che la commozione si fosse precipitata dalle ampie finestre a diffondersi sino all’orizzonte del Baldo”.   

Prima di raggiungere Milano, il 18 aprile, alla sorella Edvige il Duce ha detto: “Sono personalmente pronto ad entrare nel grande silenzio della morte”. Il cardinale Ildefonso Schuster così descrive Mussolini quando lo incontra in Arcivescovado il 25 aprile del 1945: “Entra in salotto di udienza col volto talmente disfatto che mi fa l’impressione di un uomo quasi inebetito dall’immane sventura”. In quei giorni Paolo Monelli lo definisce: “Irresoluto, o abulico, o fantasticante e sempre stanco e depresso”. La sera del 25 aprile il Duce aveva convocato il console spagnolo Fernando Canthal per affidargli una “gestiòn reservadissima y delicada” (doveva consegnare un messaggio di Mussolini a Sir John Clifford Norton residente in Svizzera). Durante il colloquio il capo fascista “gli era apparso agitatissimo, con gli occhi fuori dalle orbite e in preda ad una manifesta disperazione. Le sue parole erano state queste: <E’ la fine. I soldati se ne vanno e non ho più gente>”. Il giorno prima, a mezzogiorno, parlando con il Duce il maresciallo Graziani ha detto: “Più nulla da fare. Gli angloamericani hanno passato il Po”. Per Ezio Saini “i due uomini, pallidi e con le mascelle tese, si guardarono negli occhi in silenzio. L’immagine del grande fiume si snodò improvvisa nelle loro fantasie angosciate, con una liquida calma che annegava i tormenti degli uomini. Il grande fiume pareva simboleggiare il corso stesso della storia, con la sua inarrestabile solennità”.

 In seguito al fallimento della riunione in Arcivescovado con i rappresentanti della Resistenza, Mussolini meditava il suicidio. Nel palazzo prefettizio di corso Monforte (Milano), dopo aver tratto da un cassetto una piccola rivoltella, si è rivolto al generale Filippo Diamanti dicendo: “A me ci penso io”. Così lo descrive in quei momenti il suo medico tedesco Georg Zachariae: “Il suo viso era estremamente contratto e pallido come la morte … Anche i suoi occhi espressivi avevano perso la loro lucentezza. Mi fece l’impressione di un uomo gravemente malato, che si sentisse perduto”. Ribadisce il generale Graziani: “Incerto e squassato dalla raffica degli avvenimenti e dalla violenza degli uomini, Mussolini mostrava di non sapere a quali decisioni attenersi”. Dalla Prefettura di Como, il 25 aprile, Mussolini telefona alla moglie affermando: “Non c’è più nessuno intorno a me, anche il mio autista mi ha abbandonato; sono solo, tutto è finito”. In precedenza le aveva scritto: “Cara Rachele, eccomi giunto all’ultima fase della mia vita, all’ultima pagina del mio libro”. Donna Rachele così ha scritto parlando di quelle ore: “Il tono di scoramento, così insolito in mio marito, mi fa sentire che qualche cosa di grave sta maturando e che lui ne ha piena coscienza”. Al Graziani il capo del fascismo, abattuto e sconfortato, si è rivolto dicendo: “Lascerò Como e mi darò alla montagna con Porta. E’ mai possibile che non si trovino cinquecento uomini pronti a seguirmi?”. Al momento di partire per Menaggio, nel cortile della Prefettura lariana si alza un grido: “Duce!Duce!”. Così lo commenta il canuto generale: “Quelle estreme invocazioni parvero rintocchi funebri nella notte buia”. 

Ecco qual è l’immagine del Duce mentre viene arrestato sulla piazza di Dongo, il 27 aprile alle 15,30, travestito da sottoufficiale tedesco: “Il suo sguardo è assente, il suo volto è cereo. Una interna sofferenza lo divora e gli leggo negli occhi un’estrema stanchezza, ma non paura. Spiritualmente è morto, tra gli uomini non ha più nulla da fare”. Da Dongo all’epilogo infausto non c’è stato più spazio per la depressione, ma solo il terrore della morte ormai imminente.