L’analisi: Alessandro Pavolini, il superfascista

0
1382

Il fascismo saloino intendeva combattere tutte le internazionali del potere: economiche, finanziarie, religiose e politiche. Per farlo si doveva partire dal centro, ovvero dalla ricerca di un uomo che fosse un vero soggetto rivoluzionario” (G. Adinolfi).

La scelta era caduta su Alessandro Pavolini che intendeva plasmare le nuove generazioni utilizzando il pungolo dell’orgoglio, temprarle con il mito del gesto eroico nel nome di un dogma, renderle coscienti delle proprie potenzialità guerriere e educarle al nobile scopo dell’interesse collettivo, cancellando tutti i difetti ereditati dall’Italia liberale e da una certa mentalità cattolica antinazionale, gretta, bigotta, conformista e clericale che predicava affinchè la devianza si innalzasse a norma, il disordine a ordine e la trasgressione a regola codificata da rispettare. Per modellare la gioventù serviva un esempio storico ed un riferimento morale. “Ed ecco che il perno intorno al quale operare veniva offerto dalla tradizione rivoluzionaria dello squadrismo. Sulla base dello stesso e sugli ideali che avevano propiziato la marcia su Roma si sarebbe effettuata la seconda rivoluzione e si sarebbe affermata la nuova Roma” (G. Adinolfi). I richiami di Pavolini allo squadrismo erano di tipo propedeutico-nostalgico: squadrista, nel senso effettivo e violento del termine, non lo era mai stato, ma voleva esserlo proprio alla fine dei suoi giorni anche se ciò significava rimanere solo in una dimensione trascendentale della quale aveva l’orgoglio di rappresentare la prassi consolidata e non la sporadica eccezione.

Per quanto sbagliata potesse essere la sua ideologia e i mezzi che aveva adottato per metterla in pratica, Pavolini, e con lui gli ultimi epigoni di Mussolini che avevano deciso di seguirlo in Valtellina, era incontestabilmente una persona di una linearità e di una rettitudine esemplare. Con il fascismo non si era arricchito e non aveva cercato con bramosia di occupare posizioni che gli avrebbero permesso di gestire un potere a cui aveva sempre dimostrato di non ambire. Il ruolo che occupava era per lui il mezzo necessario per adempiere al suo dovere, la maniera per servire la Patria nel migliore dei modi, lo strumento che gli garantiva la sicurezza di non essere frainteso o considerato un uomo che alle parole non faceva mai seguire i fatti concreti. Era un idealista convinto ancor prima di diventare qualcuno, un fedele più che un fidato, un apostolo più che un predicatore, un passionale che trovava nel fascismo non una giustificazione, ma una inscalfibile e incrollabile certezza.

Era di un’onestà adamantina, forse feroce, probabilmente utopico, sicuramente settario, ma fondamentalmente casto anche se molti avevano visto e vedevano in lui l’antitesi dell’innocenza, la depravazione del vinto, l’arroganza dell’intransigente e la protervia del disperato. Carattere ribelle, scontroso e perfino zerbioso, il suo gusto per la polemica si spingeva fin quasi alla provocazione. Uomo nato per l’azione, solo di lei necessitava e solo in essa realizzava compiutamente il suo mondo interiore. I suoi assassini non hanno ucciso un uomo, ma un idea, non un nemico, ma un simbolo, non un delinquente fascista, ma un fascista che aveva risposto alla violenza con la violenza, all’odio con l’odio, alla crudeltà con la crudeltà, al dolore con il dolore.

Era giusto con coloro che credevano nella giustizia, spietato con quelli che non avevano pietà, risoluto con chi tergiversava, indisponente e indisponibile con le persone che amano i compromessi, le camarille, gli intrighi e i giochi di palazzo. Sincero con gli onesti, disdegnava le menzogne dei mestatori che pescano nel torbido, dei voltagabbana che preferiscono le soluzioni di comodo e degli untuosi cortigiani che popolavano indisturbati il sottobosco del governo repubblicano. Era paterno con la gioventù minorenne (Elena Curti), generoso con gli amici (Pino Romualdi), riverente con gli anziani (Rodolfo Graziani) e benevolo con i suoi sottoposti (la sua unica guardia del corpo) a cui chiedeva tutto in quanto sapeva di essere il primo a non tirarsi mai indietro anche se le difficoltà che incontrava sul suo cammino gli sembravano davvero insormontabili.

Il comandante delle Brigate Nere sapeva accettare consapevolmente la sconfitta e consapevolmente si batteva per difendere il suo onore e quello inviolabile della nazione. Alcuni lo consideravano un visionario, altri lo reputavano un criminale macchiato di sangue. Non era un cerchiobottista, né andava soggetto ai venti del momento e ai richiami dell’ultima ora. Era coerente con le sue idee, idee con cui tanti si riempivano la bocca e che troppi sfruttavano a loro esclusivo vantaggio. Aveva la forza di sostenerle contro chiunque e contro tutti gli incasellamenti dettati dall’utilitarismo qualunquista della cultura borghese. Era uno contrario a priori, un signor nò, e forse per questo veniva guardato con diffidenza da chi andava dietro alle mode passeggere e alle suggestioni novecentesche delle asimmetrie sincopate e dei cigli depilati.

Dominato da un rigore ideologico e dal diniego per gli accomodamenti, Pavolini apparteneva a quella generazione che non avendo fatto in tempo, per motivi anagrafici, a partecipare alla grande guerra aveva identificato il suo battesimo del fuoco, la propria iniziazione virile, con il periodo dello squadrismo che per lui rappresentava il fascismo tout court. Il romanticismo del Segretario del Partito Fascista Repubblicano si sommava all’entusiasmo, alla trepidazione, all’angoscia e alla speranza di chi attraversa in circostanze straordinarie quella che i francesi chiamano la “crise du midì”: ci si accorge di avere tutt’a un tratto due volte vent’anni, constatazione che sovrappone la nostalgia della giovinezza all’ansia di un incipiente ed inevitabile declino. Nel fascismo pavoliniano era possibile distinguere timbri giacobini: l’idea del fascismo come fenomeno rivoluzionario, come movimento di masse destinate a diventare protagoniste della Storia al pari di quelle bolsceviche. Ciò spiega il motivo per il quale il capo delle Brigate Nere aspirava, più o meno consciamente, a ricoprire il ruolo dello spietato Saint-Just della rivoluzione fascista.

 Nelle sue parole non c’era l’allarme dell’impotente che ha bisogno di un ipotetico persecutore per apparire vittima, non traspariva lo pseudoantagonismo che consente di assumere un viso feroce per intimorire un nemico fatto su misura e non si evidenziava lo spirito manicheo che fa del contraddittore un avversario da colpire impietosamente. Era un camerata impaziente, controcorrente e ambizioso che aveva anatomizzato la Storia, togliendole ogni afflato mistico e seducente. La solidarietà, la generosità e l’impersonalità del servizio erano le parole d’ordine dell’azione pavoliniana. Inneggiava alla virtù marziale di un popolo la cui voglia di lottare era appannaggio di una schiera di eletti. Per la sua preparazione intellettuale (che lo distanziava di molto dalla media dei gerarchi fascisti) e per la sua intransigenza non poteva che essere un isolato. Egli incarnava il binomio inscindibile della retorica ventennale “libro e moschetto”, confermandosi pienamente e senza ombra di dubbio l’unico “poeta armato”.

Pavolini non era un moralista, era piuttosto un uomo dotato di un gran senso morale. Nessuno era meno gerarca di lui, nel significato più convenzionale del termine, ma nessuno era più di lui cosciente delle responsabilità, dei doveri e delle sostanziali prerogative che aveva la gerarchia intesa come una derivazione diretta ed inevitabile della fondamentale disuguaglianza dalla quale è segnato il destino umano. “I suoi problemi interiori non erano i problemi del “perché”, erano i problemi del “come”. Il “perché” era scritto a lettere indelebili nella pagine della sua coscienza e non era un “perché” fatalistico, ma un “perché” di fede” (L. Longo). La concezione antimaterialistica dell’universo lo portava ad esaltare una visione globale dell’esistenza e dell’agire umano, una visione che era il risultato di una continua operazione mentale d’analisi introspettiva rigorosamente autoreferenziale. Viveva l’idea del fascismo con il metro di una interiorità profonda continuamente alimentata dall’entusiamo, ma nel contempo sofferta perché quotidianamente posta di fronte all’altro canone interpretativo, quello dei molti per i quali il regime rappresentava solo che costruzione solida, comoda e utile, alla quale potersi appoggiare e in cui trovare un confortevole ricetto dove poter celebrare i propri lugubri riti.

Unico tra i gerarchi della repubblica di Salò ad essere catturato con le armi in pugno, Pavolini è stato fucilato dai partigiani il 28 aprile del 1945 sul lungo lago di Dongo con altri quattordici camerati che con lui, prima della scarica fatale, avevano gridato un triplice “viva” all’immagine di un Italia che era già morta. Il giorno prima, mentre con altri prigionieri all’interno del Municipio di Dongo si apprestava a trascorrere l’ultima notte della sua vita, con voce nitida e pura che sovrastava il vociare del becerume esterno allupato di carneficina, aveva ordinato, insieme a Ferdinando Mezzasoma, il “Saluto al Duce” (L. Longo). L’atto finale di un culto celebrato attraverso un rituale che in quel momento andava ben oltre la figura di colui al quale era rivolto per assumere il significato di una attestazione monumentale.