Caso Moro cap 2

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Alfredo Carlo Moro, fratello del presidente della DC, ha sostenuto nel 1990, di fronte alla Commissione Stragi, quanto segue: “Da varie lettere scritte da mio fratello emerge, ovviamente tra le righe, il tentativo di far percepire all’esterno che la situazione doveva essere assai più complessa di un mero rapimento da parte di un piccolo nucleo di terroristi”. In modo criptico Moro, in una delle sue missive, aveva fatto riferimento alla Chiesa romana della Minerva situata sull’omonima piazza. La Chiesa era assiduamente frequentata da padre F. Morlion, un domenicano legato ai servizi segreti francesi, belgi e, soprattutto, americani. Parlando del sequestro, il fratello di Moro ha fatto riferimento ad “un ordine brutale partito non si sa da chi nè da quali ambienti internazionali (la CIA?).

       W. G. Tarpley, un esperto del terrorismo internazionale, ha affermato: “G. Zamberletti, un esponente di spicco della DC, fu uno dei dirigenti politici italiani ad aver suggerito un ruolo della NATO nell’attacco a Moro. Due giorni dopo il rapimento Moro e l’assassinio della sua scorta, Zamberletti attrasse l’attenzione della stampa inglese, la quale scrisse che <il signor Zamberletti, un intelligente democristiano che ha lavorato come sottosegretario al Ministero dell’Interno con delega ai servizi segreti italiani, ha fatto numerosi ed interessanti commenti sulla NATO. Sembra che Zamberletti abbia detto che de Gaulle lasciò la NATO per via delle dozzine di tentativi di assassinarlo, e che la Francia, dopo questo, e per implicazione come risultato di questo, riuscì a tenere il terrorismo sotto controllo>. In un’altra intervista, Zamberletti disse che un’efficace difesa contro il terrorismo avrebbe dovuto vigilare in ogni direzione, a “trecentosessanta gradi”. Qui c’era la celebre formula di de Gaulle sulla difesa “tous azimuths”, dagli alleati nominali così come dagli avversari, da occidente come da oriente, dagli USA e dalla Gran Bretagna così come dall’URSS. Con questo Zamberletti divenne il bersaglio del partito angloamericano in Italia”.

      Se Moro torna son dolori” è la frase che F. Piccoli (destra DC) disse a S. Freato, uno stretto collaboratore del presidente democristiano imprigionato nel covo-prigione di via Montalcini 8. Il segretario di Moro, C. Guerzoni, tradusse quell’asserto nel seguente modo: “Meglio lui morto, purchè tutti gli altri si salvino”. Non meno espliciti sono stati commenti del senatore R. La Valle, relatore di minoranza nella Commissione Moro in rappresentanza della sinistra indipendente: “A differenza di quanto avveniva negli antichi regicidi, dove si colpiva il potere in quanto espressione di immutabilità e conservazione, nel caso di vittime come l’onorevole Moro si è invece voluto colpire il potere in quanto fattore di cambiamento; e un’altra caratteristica è che il cambiamento, contro cui si sono rivolti questi delitti, insorgendo in punti particolarmente influenti o critici della situazione mondiale, aveva rilevanza non solo per la comunità o per il popolo a cui leader colpito apparteneva, ma per la situazione internazionale nel suo complesso; e quindi è inevitabile che tali delitti evochino immediatamente il fantasma di una iniziativa o di un coinvolgimento internazionale nella loro predisposizione ed esecuzione”.

       In una recente intervista l’onorevole diessino L. Violante ha detto: “Quando è avvenuto il fatto (l’omicidio di Moro) io abitavo negli Stati Uniti. La mia impressione fu che ci fosse un certo interesse americano nell’eliminazione di Moro. Ricordo che nei primi mesi del 1978 il New York Times pubblicò una serie di articoli molto pesanti contro l’Italia. Dopo l’uccisione di Moro, la Casa Bianca emise un regolamento interno in cui obbligava la CIA, nelle azioni di spionaggio, a non procedere all’assassinio dei capi di Stato, ma semmai a limitarsi a ferirli gravemente. La conseguenzialità tra questo documento e l’uccisione di Moro fanno capire che l’interesse americano nella sua soppressione probabilmente esisteva”. Nel celeberrimo dossier Mitrokin viene menzionata un’operazione denominata Shpora (sperone) in cui si attesta che dietro le BR c’erano gli USA. Nella seconda metà del 1978, l’ambasciatore americano a Roma, R. Gardner, avvisò Washington che i sovietici alimentavano “calunniosi” sospetti sulla presunta responsabilità statunitense in ordine al caso Moro.

      Il già menzionato G. Galloni ha rilasciato molte dichiarazioni inquietanti che indirizzano ad ipotizzare un coinvolgimento americano nel delitto del presidente DC: “Io non posso dimenticare un discorso che ebbi con Moro poche settimane prima del suo rapimento. Discutevamo tra noi delle BR e delle difficoltà che avevamo nel trovare i loro covi. Moro mi disse: <La mia preoccupazione è questa: io ho per certo la notizia che i servizi segreti sia americani (CIA) che israeliani (MOSSAD: Istituto per l’Intelligence e Servizi Speciali) hanno degli infiltrati all’interno delle BR.. Noi non siamo stati avertiti di questo. Se fossimo stati avvertiti, i covi li avremmo trovati subito>. Mi ricordo delle difficoltà che avevamo avuto, durante i giorni del sequestro, a metterci in contatto con i servizi segreti americani al fine di operare congiuntamente per trovare la prigione di Moro che, in realtà, non fu mai trovata. Quando invece fu catturato dalle BR un esponente americano (il generale della NATO J. L. Dozier, rapito a Verona il 17 dicembre 1981 e liberato senza colpo ferire dai nuclei speciali antiterrorismo NOCS il 28 gennaio 1982), la prigione fu ritrovata nel giro di 15 giorni”. Per il Galloni: “Il modo rapido e brillante con cui fu risolto il caso Dozier destò subito forti sospetti sulla possibilità che i rapitori fossero infiltrati dai servizi segreti americani, se non addirittura che la liberazione dell’ostaggio fosse stata in qualche modo concordata con i rapitori. Ciò rivela, nei due casi, una sorta di politica a doppio binario da parte dei servizi segreti USA: collaborativa nel caso Dozier, per nulla collaborativa, se non ostacolante, nel caso del rapimento Moro”.

      G. Galloni ha poi aggiunto: “Tre giorni prima del sequestro, il giornalista M. Pecorelli, direttore della rivista settimanale O. P., ha preannunciato in modo criptico la strage di via Fani. Da dove prendeva le notizie O. P. il cui promotore (M. Pecorelli) era notoriamente legato ai servizi segreti deviati italiani e a quelli americani?”. Secondo il Galloni: “I servizi segreti deviati italiani rispondevano ai colleghi della CIA, e non ai loro diretti superiori, perché erano in mano degli yankee”.

      Sempre del Galloni sono le seguenti esternazioni: “Durante la prigionia di Moro, intorno al 20 aprile (1978), un ex capo dei servizi segreti italiani, il generale V. Miceli (poi eletto nelle file del MSI), prima di essere espulso dai servizi segreti perché coinvolto nel colpo di Stato orchestrato da J. V. Borghese, è partito in missione segreta ed è andato a Washington dove ha preso contatti con i più alti esponenti della CIA. Dopo di che nasce la falsa convinzione che Moro era riuscito a convincere le BR che dovevano liberarlo. Lo confermano le ultime dichiarazioni dello stesso Moro in cui affermava: <Più che alla DC, che non è voluta intervenire nelle trattative, devo essere grato alla benevolenza delle BR che mi vogliono liberare>. Moro fu solo illuso di essere liberato: una volta messo in macchina è stato ucciso”. Secondo il Galloni: “Miceli (ex direttore del Servizio Informazioni Difesa, SID) capì che gli americani sapevano molto. Sapevano, ad esempio, dov’era la prigione dello statista democristiano, ma non lo vollero rivelare”.

       G. Galloni ha espresso anche altri dubbi: “La mattina del 16 marzo 1978, giorno del rapimento, Moro era uscito presto di casa, prima delle 9, mentre il dibattito alla Camera per la presentazione del nuovo governo era prevista per le 10. Infatti lo statista democristiano, al momento del sequestro, si stava recando a casa del segretario della DC, B. Zaccagnini, che aveva in mente di dimettersi dal partito non appena il governo avesse ottenuto la fiducia. Moro andava da lui per scongiurare questa scelta. Come ha fatto questa informazione a finire nelle mani delle BR che lo aspettavano all’incrocio di via Fani?”. Non per niente il braccio destro di B. Zaccagnini (G. Galloni) ha avanzato in una intervista un interrogativo allarmante: “Non si sta forse cercando di proteggere qualcuno?”. Ecco altre sue perplessità: “La verità sul caso Moro la sapremo solo quando cadrà il segreto sui documenti che sono conservati a Washington. La prigione di Moro non era quella che le BR hanno indicato. Gli americani sapevano dov’era quella vera. Questo lo so con certezza, ma non ci hanno detto mai niente”. Subito dopo il rapimento di Moro il PCI si affrettò a definire l’attacco al cuore dello Stato come opera di “oscure manovre provenienti da lontano” e, benchè non fosse mai giunto ad accusare direttamente la CIA o il KGB (Comitato per la Sicurezza dello Stato), il suo atteggiamento si basò sul presupposto che le BR fossero “manipolate” dall’esterno, probabilmente da oltreoceano. Sulla strage di via Fani e sul delitto Moro, G. De Lutiis si pone una incalzante domanda: “Il “partito brigatista dell’omicidio” aveva forse all’estero i suoi più entusiati sostenitori?”.

       Le rivelazioni di G. Galloni sul presunto coinvolgimento dei servizi segreti americani nella vicenda Moro sono suffragate dalla testimonianza del professor F Ferracuti, docente di Psicologia Giuridica all’Università La Sapienza di Roma, un uomo legato ai servizi segreti ed alla loggia massonica P2. Per le sue provate capacità professionali era stato chiamato a far parte della Commissione Consultiva (Gruppo Gestione Crisi) istituita, al tempo del sequestro Moro, dal ministro degli Interni F. Cossiga. Il professore, parlando con il giornalista dell’Unità L. Cancrini, ha rivelato, preso da scrupoli di coscienza, che le riunioni della Commissione, che coordinava al massimo livello le azioni di tutte le forze dell’ordine, erano “non solo frequentate, ma sostanzialmente dirette da due funzionari della CIA”.

cap3-       F. Cossiga ed i suoi consulenti privati, italiani e USA, aveva approvato un piano ….