Caso Moro cap-4

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Dopo il sequestro di A. Moro, il 19 marzo l’Unità scrisse che le BR erano da considerasi “belve che è perfino difficile paragonare ai fascisti, un pugno di fanatici manovrati da forze che stanno molto in alto, probabilmente anche al di fuori del nostro Paese”. E. Berlinguer, capo degli eurocomunisti, è stato più esplicito: “La sfida brigatista è da attribuirsi a forze potenti, interne ed internazionali, che muovono le fila di questo attacco spietato contro lo Stato e le libertà repubblicane”. Nei suoi colloqui con M. Moretti, A. Moro, parlando dal carcere dell’atteggiamento di fermezza (nessuna trattativa con i brigatisti) assunto dalla DC, “accennava di continuo ad un intervento straniero, nulla di preciso, ma comunque da collocarsi nell’ambito NATO”.

         W. G. Tarpley, il già menzionato esperto di terrorismo internazionale, insieme ad altri giornalisti ha redatto un documento (settembre 1978) in cui si diceva che A. Moro fu ucciso dai servizi segreti della NATO, utilizzando le BR come strumento di copertura. Nel documento si legge: “La causa dell’assassinio fu la determinazione di Moro di dare all’Italia un governo stabile, portando il PCI al potere come componente integrale della maggioranza parlamentare e ponendo fine alle farneticazioni dei politici legati a Londra come il leggendario killer di governi U. La Malfa. Al piano Moro, ritenuto una violazione delle sfere di influenza di Jalta (l’Italia doveva essere un vassallo degli USA) si opposero sia H. Kissinger, ala dell’establishment della politica estera americana, sia certe fazioni italiane della classe dirigente raccolte intorno alla loggia reazionaria filoamericana P2 che a quel tempo era ancora segreta”.

         F. Ceccarelli, su Repubblica del 14 Gennaio 2008, ha detto che nel 1976 il Foreing Office britannico aveva progettato un colpo di Stato da effettuarsi in Italia per scongiurare la prospettiva di una possibile vittoria elettorale del PCI guidato da E. Berlinguer. Il Times ha dedicato una pagina intera allo scoop di Repubblica, intitolando un articolo in modo tale da non lasciare dubbi a chi lo legge: “La Gran Bretagna aderì ad un complotto per rovesciare un governo comunista italiano”. Anche il Guardian, il Telegraph e l’Indipendent hanno pubblicato ampi servizi sulla vicenda.

        Stando a quel che ha detto il giornalista M. Pecorelli, iscritto alla P2 e portavoce di alcuni settori “deviati” dei servizi segreti, il generale dei Carabinieri C. A. Dalla Chiesa era andato da F. Cossiga, ministro degli Interni, a dirgli che aveva individuato la prigione in cui era trattenuto A. Moro. Prima di approvare un eventuale blitz per liberare l’ostaggio, F. Cossiga temporeggiò perché doveva chiedere il permesso a L. Gelli, il capo della loggia P2 (descritta come “la loggia di Cristo in Paradiso”) i cui affiliati, oltre a controllare tutti i gangli vitali dello Stato, erano abilmente manipolati dalla CIA, l’unica organizzazione a cui dovevano rispondere del loro operato. Il colonnello dei Carabinieri N. Bozzo, stretto collaboratore del generale C. A. dalla Chiesa, ha raccontato alla Commissione Stragi che il suo superiore prima di morire era ossessionato dal fatto che “a tirar le fila del terrorismo fosse una rete messa in piedi, durante la resistenza, dagli USA e composta da ex partigiani rossi, ma in realtà di opposta ideologia, che erano stati infiltrati nelle organizzazioni di sinistra extraparlamenteri per destabilizzare il Paese”.

        Il giornalista M. Pecorelli, nelle pagine della sua rivista O. P., ha definito l’agguato di via Fani: “il segno di un lucido superpotere”. Per il Pecorelli: “le BR non rappresentano il motore principale del missile: esse agiscono come motorino per la correzione di rotta dell’astronave Italia”. Il direttore di O. P. ha, inoltre, affermato: “Il cervello direttivo che ha organizzato la cattura di Moro non ha niente a che vedere con le BR tradizionali. Il commando di via Fani esprime in forma desueta ma efficace la nuova strategia politica internazionale. Curcio e compagni non hanno nulla a che fare con il grande fatto tecnicistico-politico del sequestro Moro. Il caso Lockeed e l’agguato di via Fani sono due episodi di destabilizzazione ad altissimo livello, episodi di solito trattati dalle reti dello spionaggio cosmopolita”.

     Prima di continuare è opportuna fare alcune precisazioni. Gli uomini di L. Gelli legati alla P2 non erano, come alcuni hanno ritenuto per anni, un’accolita di spregiudicati affaristi, ma, al contrario, uno straordinario centro di potere esecutivo che annoverava più di duemila tra politici, alti gradi militari, magistrati e giornalisti penetrati profondamente nelle Istituzioni e negli apparati dello Stato. Certamente non novecento individui come sembrava dall’esame dell’elenco sequestrato dai magistrati milanesi G. Turone e G. Colombo nella villa di Gelli situata a Castel Fibocchi in provincia di Arezzo. La loggia P2, culla di potere ad alto livello dell’oltranzismo atlantico e dell’anticomunismo radicale, si era capillarmente inserita in tutte le strutture statali attraverso le quali si articolava la vita pubblica del nostro Paese. Una creazione piduista era l’organizzazione clandestina GLADIO che costituiva l’espressione militare italiana di una rete di difesa antisovietica NATO chiamata STEY-BEHIND.

       Nella base NATO sarda di Capo Marrargiu, prestava il suo servizio il colonnello dell’Ufficio K del SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) C. Guglielmi. Il colonnello era specializzato nell’addestramento delle unità da combattimento STAY BEHIND, militari senza divisa che si esercitavano giornalmente a compiere atti di sabotaggio, sequestri e guerriglia sia campale che urbana. Vedremo tra poco cosa c’entri il Guglielmi con il sequestro Moro. Il presidente DC incarcerato era sicuramente al corrente dell’esistenza della struttura GLADIO, nata intorno agli anni cinquanta come propaggine mediterranea delle volontà imperialiste americane.

      Il gladiatore A. Arconte ha dichiarato che la mitraglietta Skorpion di fabbricazione cecoslovacca, usata per uccidere A. Moro, proveniva dai depositi GLADIO. Lo stesso ha, inoltre, confessato che conosceva in anticipo la decisione di rapire A. Moro, pur non avendo fatto niente per prevenire il sequestro. In questo inghippo ha svolto un ruolo fondamentale il colonnello S. Giovannone, un uomo, vicino al generale piduista G. Sansovito capo del SuperSISMI, che aveva il compito di mantenere buoni rapporti con l’organizzazione terroristica palestinese OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), una struttura eversiva mediorientale che avrebbe dovuto propiziare, non si sa a quale titolo, la liberazione dell’importante ostaggio democristiano. E’ singolare il fatto che il presidente della DC, in una delle sue lettere dal carcere, chiamasse in causa, come possibile mediatore tra lo Stato e le BR, proprio il colonnello del SISMI S. Giovannone.

        Significativa è anche un’altra singolare scoperta: i bossoli della mitraglietta Skorpion rinvenuti sul luogo della strage di via Fani avevano una particolare vernice che viene normalmente usata per prevenire la ruggine. Questa vernice rende quasi certa la provenienza delle pallotole poiché è quella che GLADIO usava per preservare i proiettili nei suoi depositi sotterranei. In una tipografia delle BR, situata a Roma in via Foà e allestita dal capo brigatista M. Moretti, è stata rinvenuta una macchina stampatrice AB DIK 360 proveniente dal RUS (Reparto Unità Speciali), un ufficio del SISMI che era preposto a coordinare l’operazioni GLADIO. Nel processo Moro ed in quello istruito per la morte del generale C. A. Dalla Chiesa, la giustizia si è avvalsa delle consulenze di M. Morin, un sedicente perito d’armi che apparteneva da anni alla organizzazione paramilitare segreta italiana GLADIO.

       Un altro sedicente gladiatore (nome in codice “Fantasmino”) ha detto che un gruppo formato da 150 militari statunitensi superaddestrati (gruppo BLUE LIGHT) operava al fine di destabilizzare l’Italia per ricondurla su posizioni più filoamericane. L’intento dei soldati USA era quello di compiere operazioni sporche da addebitare alle BR. Alcuni snipers BLUE LIGHT (cecchini) avrebbero ucciso la scorta di Moro, utilizzando armi ad altissima precisione e sparando da quattrocento metri di distanza. Dopo di che avrebbero lasciato il campo al commando brigatista comandato da M. Moretti. “Fantasmino”, le cui rivelazioni sono state fatte al giornale Unione Sarda, ha, inoltre, affermato di appartenere ad una sezione GLADIO che aveva per compito specifico quello di sopprimere fisicamente i personaggi politici italiani della “sinistra” in aperto contrasto con le posizioni occidentali della NATO. Sempre secondo lui lo Stato non poteva eliminare le BR perché contemporaneamente avrebbe dovuto denunciare il comportamento sovversivo delle forze americane BLUE LIGHT dislocate in Italia. 

       Molti mesi prima del sequestro Moro, un tale G. Serafino si era appostato, per valutare le abitudini del leader democristiano, nel giardino dello stabile, situato nella romana via Savoia, che ospitava lo studio del presidente della DC. Il Serafino era un collaboratore dell’onorevole scudo crociato G. A. Arnaud, un piduista di vecchia data amico personale di L Gelli. Alle 10 del 16 marzo 1978 (il giorno della strage di via Fani), L. Gelli ha ricevuto nella sua stanza all’Hotel Excelsior di Roma due ospiti mai identificati. La segretaria del capo della loggia massonica P2, N. Lazzarini, ha detto: “ <Ad un certo punto Gelli disse: Il più è stato fatto>”.

 Subito dopo il sequestro di A. Moro, F. Cossiga, ministro degli Interni, costituì Il 16 marzo del 1978 una Commissione denominata “Gruppo Gestione Crisi

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