Tutti i fgli di Benito Mussolini

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Le uniche incertezze che permangono sulla vita di Benito Mussolini, sviscerata in dettaglio e compendiata in un immenso corpus letterario, sono il numero e l’identità delle sue conquiste femminili, il corrispettivo della sua progenie extraconiugale e le modalità che ne hanno contrassegnato la morte.

Se stiamo alle memorie di Quinto Navarra, il cameriere particolare di Mussolini, la persona a lui più vicina, dice lo storico Antonio Spinosa, il dittatore doveva avere una vita sessuale extraconiugale straordinariamente esuberante. Racconta infatti che consumava un amplesso al giorno. Così il tema dei figli illegittimi del Duce è da sempre un tormentone della storiografìa popolare”. Oltre a Edda, Vittorio, Romano, Bruno ed Annamaria, la prole mussoliniana anagraficamente riconosciuta, altri nomi ed altri volti popolano lo scenario familiare del leader fascista. Vediamo di riassumere quanto si sa con certezza e quanto ancora rimane da appurare.

Il figlio di Fernanda Oss Facchinelli. E’ nato a Trento nel 1909 quando Benito era ancora un focoso agit-prop socialista. Fernanda Oss Facchinelli era un’infervorata militante marxista. Era molto bella nonostante fosse affetta dalla tisi. Quest’amore proletario è finito in maniera oscura. Del bambino, vissuto solo due anni, s’è perso anche il nome.

Candido Nigrìs. Stando a certe viperine insinuazioni della scrittrice Margherita Sarfatti, il maestro Benito Mussolini, insediatosi tra i montanari della Carnia nel biennio 1907-1908, era famoso per i suoi modi spicci, per le bestemmie e per gli incontenibili furori giovanili. A farne le spese sarebbe stata una donna sposata bionda e robusta, tale Gigia Pajetta Nigris. Misterioso è l’identikit del pargolo, anche se la Sarfatti sottolinea che “non era il solito tipo friulano”.

Albino Benito Mussolini. Nato l’11 novembre del 1915 a Milano, figlio della trentina Ida Dasler, è stato in un primo tempo riconosciuto dal padre che, pentitosi dell’eccessivo zelo, ha fatto poi perdere al figlio ogni certezza d’identità. Era il frutto di una storia d’amore iniziata nel 1913 quando Mussolini era ancora giovane direttore del quotidiano socialista “l’Avanti”. Divenuto capo del Governo e Duce del fascismo, Mussolini ha cercato in tutti i modi di togliersi dai piedi e di non far apparire pubblicamente quella donna ingombrante e decisa a far valere a tutti i costi i suoi diritti. Chi ha pagato è stato Benito Albino, il loro figlio incolpevole. La sua presenza turbava l’immagine dell’uomo forte e d’onore che la propaganda del regime stava elaborando intorno alla figura del dittatore. Per sostanziare il profilo del condottiero invincibile, l’identikit del padre amoroso e del marito plurifedifrago andavano bene (era una miscela perfettamente italian style), ma di figli illegittimi in giro non bisognava nemmeno parlarne.

 Elena Curti. Figlia di Angela Curti Cucciati è nata nel 1923. Angela era una donna bellissima ed affascinante. Il suo lavoro di modista le conferiva un’eleganza naturale. Quando è nata Elena si è detto che era di otto mesi per salvare le apparenze e sistemare le date in modo tale che potesse figurare come legittima figlia del padre anagrafico. Durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945), la Curti era una sorta di segretaria particolare del Duce, il suo “occhio sul fascismo” ed insieme una sua complice confidente. Si vedevano tutti i giovedì dopo che Elena aveva lasciato in bicicletta Maderno dove abitava. La giovane figlia illegittima parlava con lui di politica, gli leggeva appunti presi durante la settimana ed esternava al padre le critiche che si levavano sempre più frequenti sul rissoso fascismo repubblicano.

Elena, conquistata dal fascino dell’orpello, oltre che dall’afflato che suscita il vincolo del sangue, ha seguito il padre fino all’epilogo di Dongo. La Curti è stata catturata nell’autoblindo che i partigiani hanno fermato a Musso il 27 aprile del 1945. Faceva, infatti, parte della “Colonna Mussolini” che ripiegava, scortata da un reparto della contraerea tedesca, per concentrarsi nell’ultima Thule del regime, il Ridotto Alpino Valtellinese dove avrebbe dovuto consumarsi l’olocausto redentore, un sudario di ferro e fuoco che il comandante delle Brigate Nere e segretario del Partito Fascista Repubblicano, Alessandro Pavolini, aveva simbolicamente iconizzato più a parole che con i fatti. Glauco di Salle. Figlio di Bianca Ceccato, è stato il frutto di una passione travolgente che la donna ha avuto quando era una giovane segretaria del “Popolo d’Italia”, il quotidiano milanese socialista diretto da Benito Mussolini. 

Vanna Borgo, figlia di Magda Brard, la pianista del Duce. Nata nel 1903 a Pontivy, in Bretagna, la Brard è stata un astro del pianoforte. I due si sono conosciuti alla fine degli anni Venti e si si sono frequentati sino all’inizio degli anni Trenta. Poi hanno cessato di essere complici amorosamente legati, ma sono rimasti buoni amici perchè i loro contatti sono continuati fino alla vigilia della morte di Mussolini. A memoria vivente di questa relazione vi è l’enigma di Vanna, la secondogenita di Magda Brard della quale il primo marito della pianista, il piemontese Michele Borgo, ha disconosciuto la paternità. Parecchi indizi convergono nel dimostrare che Vanna, nata nel 1932, sia proprio figlia di Benito Mussolini. L’ennesima bufala sulle prodigiose virtù procreative del Duce? Non proprio. Dietro i misteri di Magda e quelli di sua figlia si cela, quasi sicuramente, una storia intrigante che porta senza ombra di dubbio nell’alcova del focoso, quanto magnetico, amateur romagnolo.

Figli sospetti. Una cameriera della trattoria sita al passo del Furlo dove Mussolini si fermava a mangiare; il giornalista Yvon De Begnac (la cui madre è ricorsa in Tribunale per smentire la notizia); i figli di una dama del regime, Romilda Ruspi sposata Mingardi, di cui Claretta Petacci era gelosissima; Virgilio Pallottelli, classe 1917, (un colonnello della rinata Aereonautica Repubblicana, erroneamente identificato come il pilota personale di  Mussolini); un popolarissimo scrittore e conduttore televisivo del quale non è prudente fare il nome. In compenso lo ha fatto l’onorevole Alessandra Mussolini: sarebbe stato concepito nell’estate del 1943 a Campo Imperatore dove il dittatore era prigioniero degli alleati. Lì, dopo nove mesi,  sarebbe nato, all’ospedale dell’Aquila, questo discendente illegittimo a cui è stato dato il nome di Bruno in onore del figlio prediletto di Mussolini. Se il Dux è “colui che conduce”, la vocazione è rimasta inalterata, passando da una generazione all’altra. Per terminare l’inventario dei presunti figli illegittimi del Duce dobbiamo ricordare anche: l’ex esponente di vertice missino Pino Romualdi ( è stato lui a dirlo per primo); il fascista ticinese irridentista e razzista Asvero Gravelli (direttore della rivista mensile Antieuropa), stando a quanto afferma sua figlia la contessa Patrizia De Blanck che ha la mascella volitiva dei Mussolini e un figlio mai nato perchè abortito da Claretta Petacci a causa di una gravidanza extrauterina. Un figlio che Mussolini avrebbe fortemente voluto, così almeno era quello che si diceva.

Un discorso a parte merita Cladia Apriotti (anno di nascita 1931), una presunta creatura della allora diciannovenne principessa romana Sveva Vittoria Colonna. L’avvocato dei Colonna, Giuseppe Gueli, ha detto che il test del Dna richiesto dalla Apriotti (si può effettuare solo riesumando le salme di Mussolini e quella della principessa capitolina) “sarebbe una pazzia”. Di certo è l’unica strada per capire se Cladia Apriotti è una Colonna-Mussolini, oppure, come sostengono i suoi avversari (la progenie legale del Duce e i discendenti del nobile casato romano), è solo una povera donna in preda ad un delirio di notorietà. Dall’anno 2000 sul caso Apriotti è caduto il velario e da allora non si è saputo più niente.

 Il Duce, di cui era nota la priapica carnalità inesausta, era solito consumare i suoi rapporti amorosi frettolosamente. Molte volte non si toglieva nemmeno gli stivali. Nonostante cercasse disperatamente le pulci nelle alcove extraconiugali, in pubblico non mancava di esaltare le virtù di coloro che sostenevano la sacralità familiare ed il postulato della monogamia. Ha sempre detto: “Io non so sottrarmi ai richiami peccaminosi della carne”. Sono conservate all’Archivio di Stato centinaia di lettere appassionate con cui donne di ogni livello manifestavano a Mussolini, in modo inequivocabile, la loro disponibilità. Molte venivano ricevute: nelle agende del Duce, fra gli appuntamenti della giornata, c’è sempre un nome femminile sconosciuto, in genere tra le undici e le dodici del mattino. Pare che le accogliesse nella celebre sala del Mappamondo, il suo studio a palazzo Venezia. Dato che l’arredamento non prevedeva né sedie né divani, procedeva alla bisogna sullo strapuntino piazzato nel vano di una grande finestra. Se c’erano delle conseguenze applicava il motto degli squadristi e, cioè, se ne fregava. Come abbiamo visto, non sempre, sia in un modo (aiuto) che nell’altro (ripudio).