Giuseppina Tuissi (Gianna) e Luigi Canali (capitano Neri): due vittime dell’oro di Dongo

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Sul sito Internet www.corrierecomo.it c’è scritto: “A Giorgio Cavalleri (uno storico comasco, ndr) la passione per la storia è venuta presto. Fine degli anni 1950. Una macchina correva sulla strada del lago. Fu una zia, dopo un curva stretta, ad indicargli un punto verde, a picco sul profondo specchio d’acqua. 

Giuseppina Tuissi: per i partigiani della Brigate Garibaldine, semplicemente Gianna. Ciò che rimane di lei è una foto lisa, in cui appare con un sorriso di speranza. Fu uccisa dagli stessi amici con i quali aveva condiviso una causa. Era il 23 giugno 1945, il giorno del suo ventiduesimo compleanno. Quarantacinque giorni prima, a qualche chilometro di distanza, con gli stessi metodi era stato giustiziato Luigi Canali, conosciuto con il nome di battaglia di capitano Neri. Insieme, in mezzo all’orrore del conflitto, avevano condiviso momenti lieti. Con la medesima, infamante accusa di tradimento furono trucidati. <Morire in guerra è sempre un dramma. Essere uccisi dai propri stessi compagni, a conflitto ormai concluso, è quanto di più triste possa accadere. Luigi Canali e Giuseppina Tuissi, da ciò che abbiamo trovato, non solo erano innocenti, ma sono state vittime della loro onestà personale>. Una storia cupa, i cui contorni molti hanno tentato con forza , ma inutilmente, di soffocare. Grazie alla pazienza di chi ha continuato a indagare e al coraggio di chi a quel dramma è sopravvissuto. <Di tutti i personaggi che ho conosciuto, mi è rimasta nel cuore la signora Alice Canali, sorella del capitano Neri. Dopo aver patito un’ingiustizia così tremenda, un’altra persona si sarebbe ritirata nel privato. Invece lei, per tutta la vita, ha avuto il desiderio di riscattare il fratello. Un personaggio da tragedia greca>.

Sempre sul Web si legge(www.dsmc.it.I siti Internet citati sono reperibili per via telematica): “La Gianna e il Capitano Neri erano i nomi di battaglia di due partigiani comunisti lombardi, Giuseppina Tuissi, milanese, e Luigi Canali di Como. Furono uccisi e i loro corpi fatti scomparire dagli stessi compagni di partito con cui avevano condiviso la lotta di liberazione dal nazifascismo. Perché? I motivi della loro terribile scomparsa sarebbero legati al cosiddetto mistero del tesoro di Dongo, oro di Stato che il segretario della Federazione comunista di Como, Dante Gorreri, contro il parere di Canali, voleva fosse incamerato dal PCI”.

Utile è leggere altre due annotazioni telematiche. Ecco la prima (www.ilgiornale.it): “Immaginate sei valigie di cuoio di grosse dimensioni. Immaginatele piene di anelli, collane, bracciali d’oro. Immaginatele stipate di denaro: sterline, franchi svizzeri, franchi francesi, pesetas spagnole. È venerdì 27 aprile 1945 e queste sei valigie viaggiano su un’Alfa Romeo rossa lungo la strada occidentale del lago di Como. Alla guida c’è il segretario di Mussolini, Luigi Gatti. Al suo fianco siede il suo assistente, Mario Nudi. Luigi Gatti è l’uomo che sta trasportando quello che passerà alla storia come Il tesoro di Dongo. Da quel lontano 1945, il tesoro di Dongo ha rappresentato per il Partito comunista italiano una specie di inviolabile tabù. Ancora oggi, solo a sentir pronunciare il nome del piccolo paese sul lago di Como, brividi di inquietudine corrono lungo la schiena dei dirigenti comunisti di una certa età. Sanno che la storia si può manipolare ma anche che qualche volta la storia presenta il conto. E tra tutti i conti che il Partito comunista italiano dovrà prima o poi essere chiamato a pagare, quello di Dongo sicuramente preferirebbe evitarlo. Torniamo allora a quel venerdì 27 aprile 1945, quando la colonna Mussolini viene fermata da un pugno di partigiani sulla strada tra Musso e Dongo. La colonna tedesca di Fallmeyer che scorta i fascisti è composta da 200 uomini, 10 camion, cannoncini antiaerei, mitra, mitragliatrici, bombe a mano, munizioni in abbondanza. Eppure si blocca davanti a un semplice tronco d’albero posto di traverso e si arrende. Mussolini viene scoperto. I fascisti vengono fatti prigionieri, mentre i tedeschi proseguono verso la Svizzera. I più furbi tra i partigiani, intanto, cominciano a razziare le auto della colonna rimaste incustodite. Ad un certo punto, davanti ai loro occhi allibiti, saltano fuori le sei famose valigie. Per evitare un saccheggio di più ampie proporzioni, il capo di stato maggiore della 52ª Brigata Garibaldi, capitano Neri ordina di portarle nel municipio di Dongo, dove la partigiana Giuseppina Tuissi, nome di battaglia Gianna, fa l’inventario di tutto quel ben di Dio. La Gianna è anche la donna del capitano Neri, una staffetta dei partigiani operanti sull’alto lago, una compagna comunista solidale e fedele”.

 

Ecco di seguito la seconda (www.arterigere.it): “Per oltre mezzo secolo il dibattito attorno alla eliminazione fisica, dopo la Liberazione, di Luigi Canali, il capitano Neri, il più noto comandante del Lario e della sua giovane compagna Giuseppina Tuissi, Gianna, ha lacerato il mondo politico e partigiano, provocando polemiche spesso rozze e maldestri tentativi di gettare una macchia oltraggiosa sulla lotta antifascista. Quella che fu una scelta “necessaria” nella sua cinica spietatezza per sbarazzare il campo da un comunista idealista, autonomo nelle decisioni operative, sino a provocare scontri durissimi ai vertici locali e regionali del partito di Togliatti, con un PCI ancora diviso fra il sanguinoso settarismo e gli equilibri richiesti dalla nascente democrazia, emerge da una sentenza poco nota della magistratura italiana. E’ quella del 1970 che applicò l’amnistia alle decine di imputati di omicidi e di reati contro il patrimonio (Processo contro ignoti per la sottrazione dell’oro di Dongo. Padova, 1957. Processo che non si è mai concluso, ndr). Cancellando le responsabilità anche dei mandanti e degli esecutori di questo duplice atroce delitto, essa delineò con chiarezza il crinale delle colpe troppo spesso volutamente taciute nel tentativo, in gran parte riuscito, di evitare di pagare il prezzo con la giustizia prima che con la Storia”.

Utili sono ulteriori precisazioni elettroniche (www.centrostudiluccini.it): “Gli ingredienti per un “drammone” ci sono tutti. Al crepuscolo della repubblichina (la Repubblica Sociale Italiana, RSI, ndr), nell’aprile 1945, Mussolini lascia Milano affermando di volersi difendere fino alla morte in un quadrilatero alpino. In realtà la precisa intenzione è quella di rifugiarsi in Svizzera per sfuggire ai partigiani (è ormai provato che ciò non è vero. Voleva trincerarsi in Valtellina, ndr). Porta con sé documenti e denaro. È con lui un gruppo di gerarchi, e ciascuno ha valige di soldi e di gioielli. È una strana colonna quella che lascia Milano, la colonna del fallimento e della vergogna fascista, il convoglio dei “fedelissimi” che assieme all’ideale portano con se verghe d’oro, quelle delle madri italiane, e pietre preziose avvolte in banconote.  L’istruttoria e il dibattimentondr) accertano che il 24 aprile 1945 il ministro delle finanze della Repubblica Sociale firma un mandato di pagamento di un miliardo, che la Banca d’Italia versa nelle casse del partito fascista repubblichino. A parte questa somma, Mussolini e i gerarchi portano con sé verso la Svizzera 66 chili d’oro, 1.150 sterline d’oro, 147.000 franchi svizzeri, 16 milioni di franchi francesi, 10.000 pesetas. Inoltre, ciascuno di loro ha il suo gruzzolo personale: Zerbino, ministro dell’interno, 18 milioni (dell’epoca); Mezzasoma, ministro della cultura, 15 milioni; Barracu, sottosegretario alla presidenza, 8 milioni, ecc. Anche il gruppo delle mogli, delle amanti, degli amici che segue i fuggiaschi ha con se denaro e gioielli. Le carte processuali parlano di 5 o 6 valige con 400 milioni, monete estere, pellicce. Come è noto, il convoglio viene fermato a Dongo dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi comandata da Pedro, conte Pier Luigi Bellini Delle Stelle. Mussolini viene arrestato e giustiziato a Giulino di Mezzegra  dal colonnello Valerio, con Lampredi e Moretti. I gerarchi vengono condotti sulla piazza di Dongo e fucilati.  Ci si chiede: chi ha preso i gioielli e le ingenti somme di denaro tolte ai fascisti? in una parola, che fine ha fatto l’oro di Dongo?  Secondo l’Accusa il tesoro, invece di essere versato nelle casse dello Stato, è finito nelle casse del P.C.I. e nelle tasche di alcuni partigiani. Chi sapeva, chi aveva assistito alla spartizione del bottino e minacciava di parlare, era stato brutalmente soppresso. Fra gli altri il partigiano Neri (Luigi Canali) e la partigiana Gianna (Giuseppina Tuissi) che avevano partecipato all’inventario del tesoro nel Municipio di Dongo e lo avevano poi trasportato a Como”.  (processo di Padova,

Tra pochi giorni, il 25 aprile, si celebrerà la festa della liberazione. E proprio 60 anni fa, in quei giorni, accaddero dei fatti che ancora oggi non trovano un chiarimento. Sul “Corriere della Sera” del 19 luglio 2001 si legge un articolo intitolato: “L’oro di Dongo, l’ultimo tabù” di cui riporto alcuni brani: “Dove finirono i tesori custoditi dalla colonna tedesca che nell’aprile del 1945 portava il Duce in Svizzera? (illazione infondata, ndr) Il racconto è di Massimo Caprara, ex segretario di Togliatti: <Mussolini: un capo di Stato morto senza dignità, che cercava di fuggire con l’oro ricavato dalle fedi delle donne italiane e i soldi degli italiani. Invece la non verità ha alimentato le speculazioni. Il recupero dei valori che erano alla base della lotta di liberazione e l’annullamento della distanza con le nuove generazioni passano, dunque, necessariamente dalla verità. Dentro quella tragica stagione ci furono storie terribili come la caccia forsennata agli ebrei, in cui si distinsero funzionari delle questure, delle prefetture e degli uffici comunali. Un furto colossale. Una scia di sangue legata alla spartizione del bottino con almeno dieci morti assassinati>”. Se fosse stato un giallo di ordinaria criminalità si sarebbe probabilmente giunti da tempo a una compiuta ricostruzione e alla scoperta (e condanna) dei colpevoli. Essendo, invece, un mistero in cui la criminalità s’intreccia strettamente con le ragioni della storia e con quelle della politica è più di mezzo secolo che il caso dell’oro di Dongo, denaro, assegni, lingotti e gioielli sequestrati a Mussolini, ai suoi gerarchi e agli ufficiali tedeschi in fuga, si trascina senza approdare ad una soluzione definitiva. Si sa che cosa avvenne nella sostanza: gran parte del patrimonio della RSI in liquidazione finì, attraverso vie illegali e a volte violente, nelle casse del Partito comunista.

Masssimo Caprara è uno di coloro che hanno meritoriamente dedicato attenzione all’oro di Dongo e ai colpi di mano connessi al suo trafugamento e l’ha fatto, oltre che da storico, da testimone, essendo egli stato segretario di Palmiro Togliatti prima di divenire un intransigente liberale. <La storia dell’oro di Dongo è un caso illuminante, dice, che squarcia il velo steso sul Pci com’era e come io l’ho conosciuto. Dedizione, segretezza, determinazione. Vigeva una morale su misura, indiscussa e indiscutibile. Ci si adeguava alla consuetudine cominternista di tacere comunque i nomi delle “operazioni bagnate”, ossia delle esecuzioni capitali, e la linea di condotta verso l’esterno era di negare sempre e tassativamente>. Non per nulla Togliatti, in un’intervista all’Unità, poi acquisita dal tribunale di Padova durante uno degli inutili processi, affermò: <E’ un’invenzione la circostanza che la colonna di Mussolini fosse carica di valuta italiana e straniera>. Il denaro, invece, c’era, in grandissima quantità, come c’era il resto del tesoro. A parte la valutazione globale, si va dalla stima dell’Office of Strategic Services americano di circa 230 miliardi a calcoli successivi che fissano l’ammontare sui 610 miliardi (valori attuali, si parla dei primi anni duemila), esiste un elenco di quanto fu ammucchiato, il 26 e 27 aprile 1945 nel municipio di Dongo, dopo che gli autocarri tedeschi della Flak (la contraerea tedesca) erano stati bloccati sulle sponde del lago di Como: lire 1.045.880.000, franchi svizzeri 2.820.000, dollari 65.000, franchi francesi 19.558.000, pesetas 1.000.000, sterline oro 2.590, marenghi oro 21.229, lingotti oro 42 chili, oro in gioielli 66 chili, argenteria 35 chili. Manca, però, ed è sempre mancato un inventario generale che sommi tutto ciò che fascisti e tedeschi portavano davvero con se nella ritirata: cioè le riserve della RSI, i fondi dei ministeri, il denaro ritirato in diverse banche milanesi prima della fuga, il fondo personale di Mussolini, i 100 milioni probabilmente appena incassati per la vendita della sede del Popolo d’Italia, i soldi ottenuti da Pavolini per le sue Brigate Nere (almeno 340 milioni), i patrimoni di ministri e funzionari e delle famiglie, la dotazione degli ufficiali tedeschi e il denaro e i preziosi da loro razziato in palazzi, caserme e uffici (oltre l’imponente mole di documenti e l’archivio di Mussolini che costituirebbero un secondo filone del giallo meritevole anch’esso di essere investigato).

Escluse le proprietà personali per le quali si fosse eventualmente riconosciuta la restituzione, il grosso spettava allo stato italiano. Ma a Roma arrivarono soltanto le briciole, una minima quota. Il bottino di Dongo fu trasformato in depositi e titoli presso alcune banche svizzere, poi riutilizzati in Italia. Riutilizzati come? Spese correnti, necessità logistiche e organizzative, ma soprattutto investimenti immobiliari. Per esempio, l’acquisto della sede di via delle Botteghe Oscure a Roma, edificata dai costruttori Marchini, oppure, attraverso una tranche destinata al Nord, quello di un palazzo nel centro di Milano, via San Pietro all’Orto, che oggi ospita il cinema “Arlecchino”. Mattoni su mattoni, sotto i quali resteranno idealmente sepolti i cadaveri caduti, tempo prima, lungo lo spietato itinerario dei “trafugatori” solidali con il Partito comunista. Un tragico elenco che si apre con i nomi del partigiano Luigi Canali, capitano Neri, capo di stato maggiore della 52° Brigata Garibaldi, e della sua amante Giuseppina Tuissi, la partigiana Gianna. Prima di morire, i due giovani partigiani erano stati imprigionati dai fascisti nelle carceri di Como. Lì avevano subito atroci torture. Non avevano comunque parlato e si erano sempre comportati con fierezza e dignità. Il Canali era riuscito a fuggire, mentre la Tuissi era stata liberata per intercessione del comando tedesco. Sul corpo portava ancora le cicatrici provocate dalla brutalità dei suoi aguzzini neri. Come se non bastasse il Neri era stato ingiustamente condannato a morte da un tribunale partigiano comunista perché accusato di essere un delatore. Accusa infamante mai provata perché priva di fondatezza. E poi, oltre loro due, altre vittime innocenti: Giuseppe Frangi, Lina Chiappo, Michele Bianchi e la figlia Anna, l’avvocato Achille Cetti e la moglie Noemi, Alfredo Veronelli, il colonnello Di Domenico e il giornalista De Agazio. Tutti colpevoli di essersi messi di traverso o diventati testimoni scomodi. Quasi tutti eliminati nello stesso modo: due rivoltellate a bruciapelo e giù nel lago con il ventre aquarciato affinchè il cadavere non torni a galla. Lo stesso partigiano Urbano Lazzzaro (Bill), filomonarchico e badogliano, era stato ripetutamente il bersaglio di agguati omicidi perché dissentiva dalle volontà occultatrici dei patrioti rossi (L. Garibaldi. La pista inglese. Ares, 2002). Epilogo di una storia di avidità, di ferocia, di vendette e di tradimento che ancora oggi meriterebbe una luce chiarificatrice ed un gesto riparatore. Solo l’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e la parlamentare comunista Rossana Rossanda hanno pronunciato parole di esecrazione che ripagano, in parte, il dolore sofferto dai parenti del Neri e della Gianna (www.arterigere.it).

 

Per chi vuole approfondire:

 

CAPRARA, M., Ritratti in rosso. Rubbettino, 1989.

CAPRARA, M., L’inchiostro verde di Togliatti. Simonelli, 1996.

CAPRARA, M., Quando le botteghe erano oscure. Il Saggiatore, 1997.

CAPRARA, M., Togliatti, il comintern e il gatto selvatico. Bietti, 1999.

CAPRARA, M., Paesaggi con figure. Ares, 2000.

CAPRARA, M., Riscoprirsi uomo. Storia di una coscienza. Marietti, 2004.

CAVALLERI, G., Ombre sul lago. Piemme, 1995.

FESTORAZZI, R., I terribili segreti del capitano Neri. Il Messaggero, 21 Maggio, 2003.

FESTORAZZI, R., I veleni di Dongo. Il Minotauro, 2004.

FESTORAZZI, R., La gladio rossa e l’oro di Dongo. Il Minotauro, 2005.

FOCARDI, F., La guerra della memoria. La resistenza nel dibattito politico dal 1945 ad oggi. Laterza, 2005.

GIANNANTONI, F., “Gianna” e “Neri”: Vita e morte di due partigiani comunisti. Mursia, 1992.

GIANNANTONI, F., CAVALLERI, G., “Gianna e Neri” fra speculazioni e silenzi. Arterigere, 2002.

LAZZARO, U., L’oro di Dongo. Mondadori, 1995.

PANSA, G. P., Sconosciuto 1945. Sperling & Kupfer, 2005,

PANSA, G. P., La grande bugia. Sperling & Kupfer, 2006.

ZANELLA, A., L’ora di Dongo. Rusconi, 1993.