SE CRISTO OGGI BUSSASSE ALLA TUA PORTA?

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Che intorno a noi ci sia una grande confusione di idee, di scelte di fondo, di istituzioni, di ideali non ci vuole molto a dimostrarlo.

Questo ha creato una schizofrenia in molti atteggiamenti delle persone, una rabbia in chi si trova impotente di fronte a certe realtà, una gran voglia di gridare l’idiozia di chi, spesso insulsamente, si proclama riferimento, vuoi politico, vuoi culturale, vuoi religioso, vuoi economico, vuoi sociale etc…

Diffido sostanzialmente da chi ha le ricette sicure, le verità assolute, anch’io incupito dal dilemma Pilatesco. “Che cos’è la verità?”

 

Sarà utopia veterotestamentaria, ma credo che sia importante ritornare a parlare, confrontarsi, ascoltare, ma soprattutto condividere la vita, perché etica, morale, verità senza parte di cielo (ovvero di quel imperscrutabile e non dicibile che deve essere in noi), ma anche parte di terra (ovvero un sano realismo capace di leggere la realtà, i volti, le storie delle persone) sarebbero solo parole da mettere sui manuali con le loro ben stabilite definizioni.

 

Mi fanno sempre un po’ di paura le assolutizzazioni, rischiano fortemente di non dare il giusto valore alla riflessione. Credo anche che il dialogo non lo si costruisce con il dito puntato o con la classifica di chi ha più colpa. Concretamente: dire il termine Chiesa come lo si usa oggi, come una figura retorica studiata a scuola, la sineddoche, la parte per il tutto, è cadere nel qualumquismo. È anche vero che il forte senso gerarchico che sostiene la Chiesa non aiuta a togliere questa visione delle cose.

Sì, c’è una Chiesa che deve imparare la virtù del silenzio, della condivisione della vita delle persone, la scelta evangelica dell’incarnazione nella storia.

Sì, c’è una Chiesa che deve riprendere in mano il vangelo, che deve tornare a rispecchiarsi in Gesù Cristo e rimeditare a quello che ha detto e tanto,m tanto i quello che ha fatto.

Sì, c’è una Chiesa che deve ritornare ad ascoltare la vita delle persone, a condividere la vita delle persone, a togliersi da quella tentazione atavica di sostituirsi al giudizio di Dio.

Sì, c’è una Chiesa che deve ritornare a mettersi intorno ad un tavolo come ha fatto oltre 40 anni fa’ con il Concilio Vaticano II iniziato da uno che non era progressista, ma evangelico dentro come Giovanni XXIII, dove con coraggio mettere alcuni temi scottanti, difficili, complicati non per svendersi ad una modernità che ti tira ora di qui e poi di la, ma, senza perdere nulla delle verità del Vangelo, fare i conti con la storia e dentro a quella storia con le persone.

Sì, c’è una Chiesa che deve saper dire “perdono” per una storia passata che spesso ci ha trovati dalla parte del torto,per un presente che non sempre riesce a dare le risposte giuste a quelle domande corrette, come ha fatto il presto dimenticato Giovanni Paolo II. Non è perdere la propria dignità, visto che la Croce ci insegna ben altro, ma un sano bagno di umiltà che forse ci aiuta a capire di più e meglio la scelta perdente del Golgota.

Però c’è anche una Chiesa che non è spettacolo, non è tradizione, non è moralismo, ma scelta che produce scelte. Dai grandi di sempre un Francesco tutt’altro che benevolo con il clero che lo circondava, Madre Teresa con le su grandi crisi di fede, Mazzolari, Milani, preti etichettati e forse usati per la loro voglia di esserci anche se con idee diverse. Il già citato papa Buono e il poco conosciuto Papa Luciani nel ruolo più importante e significativo della successione apostolica e nel cuore una visione di Chiesa da cambiare.

Però c’è anche una Chiesa fatta di gente che ci crede e non da maestra ma da testimone cerca di mettere in pratica quel vangelo della strada vissuto da Gesù e a volte gridano la loro rabbia nel vedere le ingiustizie e le povertà più assurde e improponibili.

Però c’è anche una Chiesa fatta di persone semplici, vere, profonde. Alcune accettano senza dire niente, ma in quel accettare c’è una fede grande che nessuno studioso riesce a contenere; altre mettono la loro cultura al servizio e non al di sopra.

 

Se lo chiedeva anche un grande laico della cultura come Raoul Follereau:

Se Cristo domani batterà alla vostra porta, Lo riconoscerete?
Sarà, come una volta, un uomo povero, certamente un uomo solo.
Sarà senza dubbio un operaio,
forse un disoccupato,
e anche, se lo sciopero è giusto, uno scioperante…”

Ne sono convinto: oggi Cristo porterebbe la sua Croce e la sua Resurrezione accanto alla donna che ha appena abortito, alla famiglia distrutta da un divorzio, ad un malato che ha tanta voglia di staccare la spina. Non avrebbe problema a dire il suo si alla vita, il suo si agli ideali, il suo si alla famiglia, ma non per questo avrebbe paura di stare accanto a loro, a parlare con loro, a tenere la loro mano.

Ne sono convinto:oggi Cristo avrebbe molto da dire nei confronti di quella parte di Chiesa che forse ha perso la strada, forse avrebbe parole dure, cattive soprattutto nei confronti di chi usa il proprio ruolo per altri scopi

 

Certamente in questi giorni ci sarà qualcuno che andrà in Chiesa per tradizione, ma sinceramente non mi creano disagi particolari. Mi fa’ più rabbia ciò che quei riti, quelle parole, quei contenuti, se vado per ascoltarli e non perché ci devo andare, mi parlano di un Dio (per chi crede), di un grande uomo (per chi è obiettivo) che ancora una volta mi parla di eucarestia come lavanda dei piedi, di croce come condivisione alle mie croci, di speranza senza promettermi illusioni elettorali.

Non mi chiedo, soprattutto in questi giorni per me di passione, quel personaggio può rappresentare sotto la croce Ruini o Bagnasco o Ratzinger, ma mi spaventa la mia assomiglianza a Pietro solo perché, a volte, sono molto più vigliacco di Giuda.

 

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