Fra il Tibet e il Mondo

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Un solco paradossale. Il premier cinese Wen ha dichiarato che le olimpiadi non vanno politicizzate.

Abile tentativo di decentrare la polemica, o credibile pretesto per gli osteggiatori della condotta del colosso orientale per scagliarvisi contro?  Da Siliguri, dove 2000 tibetani si sono riuniti per una grande marcia in territorio indiano, i buddhisti hanno chiesto alle Nazioni Unite di aprire un capitolo sulla persecuzione subìta. Intollerabile. Una manifestazione di pace e libertà repressa dalle forze armate con durezza e cieca ferocia, totalmente priva di immagini, supporti d’informazione. Per le strade non si muove nulla, il paese è isolato, soggiogato col terrore e la violenza. E l’ONU resta a guardare. Parole di Dawa Gyalpo, proprietario di una libreria di cultura tibetana a Salugara, e co-organizzatore della marcia. In Italia l’eco dei (mis)fatti è giunto di rimbalzo, di traverso, guardato col consueto distacco e polemica da gossip. Il problema più grave è costituito dalla compagine di atleti da presentare alle olimpiadi, a cui Wen tanto tiene: boicottaggio oppure no? In caso positivo saremmo seguiti, saremmo d’esempio, o qualcuno ci etichetterebbe come i bidonari di sempre? L’immagine è tutto, ahinoi, di questi tempi. E non sono tempi brevi, roba che passa dalla sera al mattino, un bel sonno e via. Sono tempi in cui la pubblicità ci dice cosa mangiare, chi frequentare, chi pregare, chi chiamare, a patto che il cellulare recapiti i millemessaggialgiorno; altrimenti contentiamoci dell’addebito, nonostante il mancato recapito. È tutto intorno a noi, tranne che nell’intimo. La differenza tra le megastrutture, le istituzioni e la gente comune è che quando i primi sbagliano o si appropriano di qualcosa che non gli spetta incappano in una disfunzione, se lo fa un "nessuno" qualunque, invece, è una truffa. Per avere indietro rispetto, soldi, maltolto, bisogna compilare moduli, controfirmare cartacce e patacche. Figuriamoci per sensibilizzare l’opinione di un governo. Curioso e comico al tempo stesso, un po’ come portare il pesce rosso dallo psicanalista perché è nato il primo d’aprile ma non gli crede nessuno. E il tempo? Lui no, nessuno lo restituisce, così come la libertà lontana, in villaggi aggrappati a catene montuose irraggiungibili persino per le telecamere. Dove non arrivano loro, non c’è malessere, guerra, repressione, nemmeno se documentata dal sangue dei liberi cittadini. Lottare si deve, contro i mulini a vento o le burle del fato. Si può soccombere, ma senza lotta non ci avremo provato. Poco importa se la fregatura sarà dietro l’angolo, o acquattata dietro l’estremo oriente, nel paese dell’alba senza fine. Quel che conta è aprire gli occhi, leggere, conoscere, prendere le difese senza polemizzare, ma interessandosi in prima persona. È più utile razzolare che predicare, poiché troppi desiderano la pace e lavorano per la guerra. Dovremmo cominciare a rivedere, alla luce di tali evidenze, l’orientamento della nostra bussola politica, oppure cominciare a uniformarci di meno. Non sentiremmo la mancanza di certi usi, e nessuno verrebbe picchiato a sangue, emarginato, lasciato a piedi o in stato d’arresto su una strada, nel bel mezzo della vita.