Le carte di scerchil e mussolini

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Il pomeriggio del 27 aprile 1945 Mussolini, travestito da soldato tedesco, viene arrestato dai partigiani sulla piazza di Dongo. Da questo momento le testimonianze sull’esistenza di un carteggio tra Mussolini e Churchill non si esauriscono, ma cambiano, per così dire, canale: prima ne parlavano soprattutto i fascisti, ora sono molte le fonti che possiamo far risalire ai resistenti. A Dongo, nel salone d’oro, dopo il fermo e la cattura della Colonna Mussolini, sono stati riuniti i gerarchi e le varie borse con i documenti e i preziosi che sono stati a loro sequestrati. In uno stanzone, al partigiano Bill che prendeva in consegna la sua borsa, Mussolini ha detto: “<Guarda che questi documenti sono molto importanti per il futuro dell’Italia>”. In realtà Bill, cioè Urbano Lazzaro, non ha fatto molta attenzione a ciò che stava facendo perché ha affidato per qualche ora la cartella ad alcuni patrioti che ne hanno approffitato, pare proprio in questa stessa sala, per fare un’indiscreta ricognizione. In tempi e in modi diversi ben tre persone hanno confermato che in quella borsa esisteva, tra le altre cose, una “papeletta” su cui c’era scritto “Corrispondenza Mussolini-Churchill”. Anche le borse sequestrate all’Ufficiale, d’Ordinaza di Mussolini, Console della Milizia Vito Casalinuovo, e quella in mano del “cognato” del Duce, Marcello Petacci, sono state confiscate dai volontari della resistenza.

Sul sito Internet www.il nostrotempo.it si legge: “Il partigiano Bill ha gestito molte delle operazioni legate al recupero e alla custodia in loco dei carteggi. Il 27 aprile, Lazzaro ha depositato alla filiale della Cariplo di Domaso due borse di documenti: la prima tenuta personalmente da Mussolini, la seconda affidata invece dal dittatore a Vito Casalinuovo, l’ufficiale addetto alla sua persona. I due colli sono stati prelevati e nascosti il 2 maggio successivo dietro l’altare della chiesa di Gera Lario. Il giorno seguente, qualcuno a conoscenza della singolare ubicazione delle borse, ne ha alleggerito il contenuto facendo sparire, in particolare, il dossier sulle inclinazioni omosessuali di Umberto di Savoia. A questo proposito, si è sospettato che l’autore del prelevamento sia stato Bill, anche se l’interessato ha sempre smentito recisamente, giungendo ad addossare la responsabilità del furto al brigadiere della Finanza Antonio Scapin che aveva effettivamente movimentato il materiale”. Pochi giorni dopo, le carte di Mussolini sono state portate a Como, alla sede del partito comunista dove, ai primi di maggio, il capo della locale federazione, Dante Gorreri, ha fatto fare una prima copia dei papiers mussoliniani.

In seguito, dopo l’arrivo a Como di un giornalista comunista proveniente da Roma (Ugo Arcuno), il Gorreri (definito dai suoi stessi compagni “il padrone”) è tornato da Ballarate (il fotolitore) e ne ha fatto riprodurre una seconda copia, tacendo di averne già fatta una in precedenza. Cosicchè una riproduzione del carteggio è finita a Roma, alla sede del PCI, mentre una è restata in mano al Gorreri. E’ questa la copia (62 lettere autografe) che il partigiano azionista Luigi Carissimi Priori ha sottratto al Gorreri. Il Priori l’ha poi consegnata, tramite il conte Pier Maria Annoni D’Anguissola, ad Alcide De Gasperi che dovrebbe averla depositata in Svizzera. Gli originali, il Gorreri pare li abbia venduti agli inglesi per una cifra iperbolica (due milioni e mezzo di lire di allora). Raffaele Pinto (Cremonesi) ha inviato, il 29 settembre 1945, una lettera al Comitato Nazionale di Liberazione (CNL) di Como in cui c’era scritto: “Tralasciando altri particolari, vengo immediatamente al fatto più grave del quale noi del CNL non possiamo scindere le nostre responsabilità. Esistevano, e ciò è notorio, documenti di un carteggio personale fra Mussolini e Churchill e fra Mussolini e Chamberlain. Ora si è avuta la notizia incredibile che questi documenti, di una importanza così evidente per la nazione e per la storia, sono stati ritirati da ufficiali inglesi dell’Intelligence Service in occasione della visita di Churchill sul lago di Como”.

Questa tranche di missive indirizzate da Churchill a Mussolini e viceversa riporta tutte date anteriori al 1940. Essa sarebbe, pertanto, solo una parte del fantomatico carteggio epistolare che i due statisti si sarebbero vicendevolmente scambiati. La sua importanza deriva dal fatto di contenere diverse lettere molto imbarazzanti impostate dal premier inglese. Esse mettono a rischio i rapporti con la Francia, con la Grecia e con la Jugoslavia: prima del conflitto, mettendo nero su bianco, “Winnie” aveva, infatti, promesso a Mussolini, per convincerlo a schierarsi con gli alleati contro Hitler, l’intera Dalmazia, il possesso definitivo delle isole greche del Dodeccaneso, di tutte le colonie, della Tunisia, della Corsica e di Nizza. Ben più significative (in verità machiavelliche) sarebbero le lettere che il Duce ha inviato a Churchill nell’aprile del 1945. L’ultima, il 24, doveva essere inoltrata in Svizzera dal tenente dell SS Frantz Spoegler, il custode nazista della Petacci. In questa Mussolini con tono arrogante chiedeva garanzie di salvezza per se e per i suoi fedeli camerati che non l’avevano abbandonato al momento del disatroso epilogo finale. Poco prima Churchill gli avrebbe garantito, mettendolo “a verbale”, il riconoscimento della RSI come Stato combattente e promesso di assumersi personalmente il compito di tutelare la salvaguardia del capo fascista, nonché quella dei suoi familiari.

Intelligence, diplomazia, addirittura l’ambasciatore inglese in Italia: non si sanno quante sono state le operazioni effettuate per recuperare, legalmente o illegalmente, le carte di Mussolini. Churchill stesso, in incognito (aveva assunto il nome di colonnello Warden), è venuto più volte in Italia e il suo andirivieni ha suscitato non poche perplessità. Nel settembre 1945 Churchill fa il primo di una serie di viaggi nel nord del nostro Paese. Motivazione ufficiale: una vacanza per dedicarsi a quella che era la sua passione preferita, la pittura. A quell’epoca, tuttavia, non sono sfuggite alcune singolari coincidenze. L’albionico Winston si è, infatti, recato prima sul lago di Como e poi su quello di Garda. Sul lago di Como l’ex premier inglese non solo si è installato sulla stessa sponda che aveva visto lo strano tergiversare di Mussolini nell’aprile 1945, ma, tra un quadro e l’altro, ha intrapreso una serie di iniziative decisamente “sospette”: ha visitato il direttore della banca di Domaso, Ermanno Ghibezzi, dove erano state depositate le borse di Mussolini; si è intrattenuto con il graduato della Guardia di Finanza (colonnello Luigi Villani) che aveva avuto a che fare con Mussolini prigioniero; è andato, senza essere invitato, in una villa (villa Miglio) dove i partigiani di Dongo avevano nascosto i documenti sequestrati al leader fascista in fuga verso la Valtellina.

Dopo, quando è arrivato sul Garda, Churchill si è stabilito in prossimità di villa Fiordaliso, ex residenza di Claretta Petacci, l’amante e la confidente del Duce, e si è incontrato con il falegname che aveva costruito, su ordine dello stesso Mussolini, alcune casse a tenuta stagna, finite nel lago, che si diceva avvessero contenuto alcuni dossiers del Duce. Sempre in quei giorni Churchill ha cercato, invano, di contattare anche uno dei capi dei servizi segreti della RSI, il colonnello Tommaso David, un personaggio a cui Mussolini aveva dato una copia del suo prezioso carteggio. Il 28 ottobre del 1945 il settimanale “Voix Ouvrière” di Ginevra è uscito con un’illustrazione a tutta pagina nella quale si vedeva Churchill, seduto davanti ad un caminetto, intento a gettare delle carte nel fuoco. Nel 1949 (luglio), in occasione di un suo nuovo viaggio in Italia, lo statista inglese ha visitato a Maderno villa Gemma, già residenza del ministro Carlo Alberto Biggini a cui Mussolini aveva affidato una copia del carteggio.

Gli incartamenti di Mussolini interessavano, come anzi detto, soprattutto agli inglesi. In un verbale stilato dai servizi segreti britannici prima della fine della guerra si legge: “Poiché una parte del materiale può essere compromettente per i governi Alleati e alte personalità italiane, è nell’interesse degli Alleati mettere al sicuro gli archivi”. Sia prima che dopo la cattura, il Duce ha detto di essere sicuro di un fatto: spie inglesi erano sulle sue tracce per sopprimerlo. La cosiddetta “Pista inglese”, l’ipotesi che prevede un coinvolgimento dell’Intelligence anglosassone nella morte di Mussolini, ha trovato più di uno storico disposto a sottoscriverla.

Per non essere mai esistito, come dicono gli scettici, il carteggio Mussolini-Churchill ha lasciato indubbiamente molte orme pesanti. Una tra le peste più consistenti porta a Roma, al colle del Quirinale. C’è da considerare seriamente l’ipotesi che, dopo mille peripezie, una copia del carteggio Churchill-Mussolini sia finita, anzi sia tornata, dopo la guerra, proprio nella capitale, lungo le rive del Tevere. Ovviamente all’ultimo Re d’Italia non è stato consegnato solo il carteggio, ma molti altri documenti provenienti dalle carte segrete del dittatore. Nei meandri dei Savoia, sono stati recentemente ritrovati alcuni fascicoli provenienti proprio dall’archivio privato di Mussolini. Custoditi per oltre 50 anni da un ex ufficiale monarchico, Mario Alicicco (li aveva ricevuti da Umberto II poco prima della sua partenza per l’esilio), sono ora depositati nell’Archivio Centrale dello Stato. Umberto II ha consegnato ad Alicicco solo alcune delle carte che aveva ricevuto di recente o che conservava da molto tempo. Sembra infatti che, come Alicicco, anche altri ufficiali fedeli ai Savoia abbiano avuto in deposito da Sua Maestà papiri e documenti top secret. Molto probabilmente tra quegli incartamenti c’era anche il fantomatico carteggio Churchill-Mussolini. Pochi mesi prima della fine della monarchia in Italia, una parte importante della documentazione che Mussolini portava con sé negli ultimi giorni di vita sarebbe stata recuperata e consegnata, ancora una volta, ad Umberto II di Savoia. Gliel’ha fornita Aristide Tabasso, uno “strano” individuo di cui avremo modo di parlarne più dettagliatamente in seguito.

Ma affrontiamo il problema partendo sin dall’inizio. Senza dubbio l’ipotesi che prevede l’esistenza di un carteggio Mussolini-Churchill, accezzione sui generis con la quale vanno discriminati tutti quei contatti diplomatici segreti intercorsi, tra Italia e Gran Bretagna, subito prima e durante la seconda guerra mondiale, si fonda su una serie di elementi non trascurabili. Passiamoli in rassegna uno per uno.

Mussolini aveva carte cui annetteva una grandissima importanza e ha fatto fuoco e fiamme per preservarle e per duplicarle. Il Duce, tutt’altro che uno sprovveduto, ha detto più volte di avere appropriate “pezze di appoggio” che avrebbero dimostrato inequivocabilmente la sua buona fede, chiudendo la bocca ai suoi numerosi nemici e riabilitando la sua immagine di fronte al giudizio dei posteri.

Ben prima dell’aprile 1945, gli inglesi hanno dimostrato un palese interesse per gli incartamenti del capo fascista. Dopo la sua morte hanno lasciato molti segni che hanno ribadito la loro attività di Intelligence finalizzata proprio al recupero dei dossiers provenienti dagli archivi segreti del dittatore. Una attività che si è protratta per alcuni anni anche a guerra ormai finita.

Non solo si è parlato di un carteggio tra Mussolini e Churchill prima dell’aprile 1945, ma sull’esistenza di quel carteggio si sono dichiarati consenzienti un pò tutti: fascisti e Mussolini per primi, ovviamente, ma anche partigiani, tedeschi e, in almeno un paio volte, gli stessi inglesi. Abbiamo, quindi, un cospicuo numero di testimonianze (decine e decine la cui origine è eterogenea) che confluiscono tutte su di un unico punto. Ma in primo luogo dobbiamo soffermarci su un altro aspetto del problema: perché si voleva mettere la sordina a tutta la faccenda delle carte mussoliniane? La risposta è una sola: una volta finita la guerra, la scoperta eclatante del carteggio Churchill-Mussolini dava fastidio e dispiaceva a molti: non poteva di certo, innanzitutto, far comodo agli italiani intesi come nazione. Ha, infatti, scritto Sergio Romano: “I paesi si misurano dalla verità con cui giudicano se stessi dopo una guerra perduta, dal processo che essi intentano alle proprie responsabilità. In Italia, dopo la seconda guerra mondiale, non vi sono stati né desiderio di rivalsa né processo alla nazione () Dopo la sconfitta della Germania e del suo satellite fascista gli italiani hanno stretto un patto tacito con l’antifascismo trionfante i cui termini, grosso modo, erano questi: avrebbero permesso alla nomenklatura antifascista di governarla purché essa non le chiedesse conto di ciò che aveva fatto nei vent’anni precedenti () e gli alleati dovettero stare al gioco. Se il fascismo era davvero, come essi avevano sostenuto per meglio vincere la guerra, una sorta di incarnazione satanica, un “male” generato dal male, nessuna potenza vincitrice era tenuta ad interrogarsi sulle cause della seconda guerra mondiale e sulle proprie responsabilità dopo la fine della prima. Promuovendo il fascismo al rango di “male assoluto” gli alleati permisero agli italiani di sbarazzarsi del loro passato con una menzogna e di mettere la guerra sulle spalle di un uomo solo, Mussolini”. Scoperchiare una pentola in ebollizione che metteva in discussione il recente passato avrebbe, indubbiamente, costretto gli italiani ad una profonda introspezione, un esame di cui non sono mai stati entusiasti fautori. Meglio era, invece, lasciar le cose come stavano prima, a prescindere da quella che era la reale dinamica degli avvenimenti appena trascorsi.

Il secondo luogo, la scoperta del carteggio non poteva certamente far comodo agli antifascisti che, nel dopoguerra, erano la classe dirigente del nostro Paese. Oltre ad essere parte integrante del tacito patto a cui accenna Romano, gli esponenti della rinata Italia democratica avevano, quindi, l’esigenza manifesta di salvaguardare la collocazione internazionale dell’Italia, una nazione saldamente ancorata, negli anni della guerra fredda, al blocco occidentale. In una logica di contrapposizione tra blocchi, non poteva esserci spazio per la riapertura di una questione tutt’altro che filosofica: agli inizi degli anni Cinquanta, ad esempio, la sorte di Trieste (amministrata proprio dagli inglesi) era appesa ad un filo, senza contare il fatto che, proprio in quel periodo, Churchill era tornato ad essere di nuovo il primo ministro degli inglesi.

Un’altra considerazione, a questo punto, va fatta: Mussolini aveva sicuramente accumulato importanti e probabilmente compromettenti dossiers non solo su Casa Savoia e sui suoi principali diadochi, ma anche sull’intero establishement del fuoriuscitismo e dell’antifascismo italiano. Tutto ciò è sparito unitamente alle lettere scambiate da Mussolini con Churchill e con altri statisti europei. Infine, sempre per restare nel campo dell’antifascismo, ammettere ufficialmente l’esistenza di carte segrete, sottratte a Mussolini prima della sua uccisione, poteva voler dire riaprire questioni urenti come, ad esempio, il presunto salvataggio di Nenni dalle grinfie dei tedeschi o, ancora peggio, la scabrosa questione del delitto Matteotti. Ricordiamoci che alcuni anni fa Renzo De Felice ha accusato esplicitamente Palmiro Togliatti di aver fatto distruggere gli incartamenti di Mussolini relativi all’affaire Matteotti. Quegli stessi incartamenti avevano convinto Carlo Silvestri, uno dei suoi più strenui e accaniti accusatori quando non era ancora diventato un mussoliniano convinto, che il dittatore non aveva avuto alcuna responsabilità in quell’oscuro delitto perpetrato dai fascisti più intransigenti.

In terzo luogo, Un carteggio segreto tra Mussolini e Churchill dispiaceva anche a molti fascisti. Ammettere l’esistenza di trattative segrete con gli inglesi voleva dire ammettere l’inconsistenza di capi saldi che avevano alimentato la polemica italiana contro la “Perfida Albione”. Inoltre l’ipotesi di un Mussolini teso a intrallazzare con Churchill, per tutto la durata della guerra, si scontrava duramente con l’immagine oleografica creata dalla pubblicistica fascista nel dopoguerra: un’immagine che dipingeva il Duce come un fedele alleato, conscio della necessità di una lotta all’arma bianca sia contro il grande imperialismo “demoplutocratico” che contro il bolscevismo imperialista sovietico.

E’, inoltre, implicito che non poteva giovare agli inglesi il far sapere che il loro primo ministro, il campione della resistenza europea e democratica al nazifascismo, aveva trescato a lungo con Mussolini. Infine un carteggio Mussolini-Churchill risultava scomodo a quella parte degli storici che, ideologicamente condizionati, numericamente prevalenti e politicamente, nonchè editorialmente bene introdotti, si sarebbero visti obbligati se non a riscrivere almeno a rivedere, in buona parte, le cause che avevano giustificato l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale.

Ma torniamo breve mente ai punti fermi che rendono credibile l’ipotesi circa l’esistenza di un carteggio Churchill-Mussolini. Il Duce, l’abbiamo già detto, aveva carte cui attribuiva somma importanza e su cui confidava per poter giungere, in pieno 1945, ad una pace onorevole. Qualora non bastassero le numerosissime dichiarazioni di Mussolini, riportate ora da questo ora da quell’epigono e quasi tutte comprese tra l’estate 1944 e l’aprile 1945 (un arco temporale in cui altre testimonianza circoscrivono la serie di incontri che il Duce ha avuto con emissari inglesi), due fatti ci riportano alle stesse conclusioni probatorie. Il primo lo abbiamo già ricordato: gli inglesi avevano un grande interesse per le carte di Mussolini. Il secondo è rappresentato da un documento che proviene dal Public Record Office di Londra. Si tratta di un rapporto, datato 24 maggio 1945, che porta la seguente intestazione: “Catalogo preliminare dei documenti trovati nella villa di Mussolini”. Sono ben 7 fogli in cui viene sommariamente elencato il contenuto degli schedari sequestrati a villa Feltrinelli (la residenza privata dove Mussolini abitava in quel di Gargnano). Un fascicolo ha attirato l’attenzione degli storici. Si tratta di un “Piano per dividere gli Alleati”. Era etichettato come piano segretissimo e portava la data: “aprile 1945”.

Un altro documento inglese rivela, tra i tanti, la cupidigia britannica verso i dossier di Mussolini. Si tratta di un rapporto, datato 23 febbraio 1945, che è stato redatto dal Political Warfare Executive inglese. Il rapporto fa il punto sulla dislocazione e sul contenuto dei vari archivi mussoliniani. Nelle note finali si possono leggere, tra le altre cose, le seguenti frasi, una delle quali l’abbiamo già riportata: “L’archivio militare segreto è nell’Italia occupata dalla Germania ed è un obiettivo importante delle prossime operazioni dell’Intelligence. Poiché una parte del materiale può essere compromettente per i governi Alleati e alte personalità italiane, è nell’interesse degli Alleati mettere al sicuro gli archivi”. Gli inglesi, quindi, tra la fine di gennaio e i primi di febbraio 1945, valutavano le carte di Mussolini nello stesso modo in cui le valutava il dittatore proprio in quello stesso periodo. Come abbiamo riportato nelle righe precedenti, si parlava del carteggio tra Mussolini e Churchill ancor prima dell’aprile 1945. Ne parla l’allora presidente del Consiglio del Regno del Sud Ivanoe Bonomi quando si rivolge all’industriale Cella che stava per acquistare i macchinari del Popolo d’Italia, il giornale che apparteneva da anni a Mussolini: “Per il bene d’Italia, diceva Bonomi alla fine del 1944, la prego di fare il possibile per far sì che Mussolini venga affidato al governo italiano. Ci interessano, oltre a lui vivo, i documenti segreti relativi alla sua corrispondenza personale con Churchill: dovrebbe possedere una o più lettere con le quali il premier britannico lo invitava a premere su Hitler affinché dirottasse verso Est, verso la Russia, e non altrove i suoi progetti di conquista”. Nel marzo 1945, un noto giornalista statunitense, Drew Pearson, uno di quegli editorialisti che vendono lo stesso pezzo a varie testate, commentando alla radio la fuga da Roma del generale Roatta, ha detto che il generale era scappato con la tacita complicità degli inglesi “timorosi che egli rivelasse i compromettenti carteggi Churchill-Mussolini e lo scandaloso doppio gioco del governo britannico con i partigiani filomonarchici jugoslavi di Mihajlovic”.

Sulle ambigue contraddizioni inglesi evidentemente il Duce faceva affidamento con la speranza di poterne trarre qualche vantaggio politico: non si spiegherebbe altrimenti il ritrovamento, tra le sue carte a villa Feltrinelli, del “Piano per dividere gli Alleati”. Nello stesso schedario, c’era anche un altro fascicolo che potrebbe rivelarsi assai interessante dato che conteneva, a quanto pare, il rendiconto di colloqui che Mussolini aveva avuto con diplomatici alleati tra il 1944 e il 1945. Un altro piccolo frammento indiziario che avvalorerebbe le ricorrenti voci di abboccamenti tra il dittatore ed emissari angloamericani avvenuti tra l’estate 1944 i primi mesi del 1945. Non abbiamo la certezza che quei colloqui si siano svolti realmente. Sappiamo, tuttavia, che, dopo aver messo le mani sulle carte di Mussolini (e non solo quelle che portava con sé e che erano probabilmente le più importanti) gli esperti inglesi hanno relazionato (siamo al 6 giugno) ai rispettivi superiori londinesi quanto segue: “Tra questa vasta massa di archivi italiani ci sono alcuni schedari contenenti documenti di immediata importanza dal punto di vista della sicurezza. Ci si potrebbe veramente rendere conto che potrebbero esserci dei documenti perfino in grado di avere un effetto sulla nostra politica di breve termine verso l’Italia”.

Molto probabilmente, la maggioranza delle carte che gli inglesi ritenevano Churchill-Mussolini è storia irta di misteriosi interrogativi e di colpi di scena. Se abbiamo qualche notizia in più su cosa era veramente questo carteggio lo dobbiamo, tra l’altro, ad un certo Aristide Tabasso, uno 007 della nostra marina che ha collaborato coi servizi segreti alleati. Il Tabasso, un accanito monarchico, quando ha recuperato incartamenti compromettenti per i britannici li ha consegnati al suo Re, lasciando con un palmo di naso i servizi d’Intelligence inglese con cui si diceva che cooperasse. Dopo mezzo secolo, il carteggio Churchill-Mussolini (originali e svariate copie fotografiche), approdato sicuramente a Londra, a Washington, a Mosca o in Vaticano, sembra aver imboccato, dietro l’input del Tabasso, anche la strada del Quirinale e subito dopo quella di Cascais, dove risiedeva il Sovrano esiliato. Per i suoi servigi il Tabasso è stato insignito con l’onoreficenza sabauda di Commendatore della Corona d’Italia. Il Re in esilio, anche all’inizio degli anni Ottanta, attraverso il suo ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, rinnovava i suoi ringraziamenti e i suoi elogi al caro capitano Aristide Tabasso.

Il Tabasso è morto, in circostanze oscure, all’inizio degli anni Cinquanta. Pare sia stato avvelenato. Il figlio, sfruttando gli appunti e i documenti paterni, ha voluto raccontarci ciò che il padre aveva fatto durante la guerra e subito dopo. Il suo libro è stato sequestrato dall’autorità giudiziaria ancor prima di poter essere divulgato. I motivi, ufficiali o ufficiosi, dell’avvenuta confisca non sono noti. Ci basti sapere che in una pagina (327) c’è un’accurata descrizione delle carte mussoliniane. Ne cito il passo più saliente: “Non è un carteggio ma quasi un archivio di Stato. Si tratta di una raccolta di documenti che si aggira sui 40 kg. e Aristide Tabasso dovette trasportare per parecchio tempo quel peso per essere certo di quello che egli assicurava di aver salvato. Qualche cartella interessa molto da vicino il grande statista inglese. Il contenuto di quelle carte è sicuramente in contrasto con quanto l’opinione internazionale ha sempre creduto e crede ancora”. Tutti gli escamotages messi in atto da Mussolini per salvare i suoi documenti, e con essi la propria reputazione storica, sono risultati vani. Apodittiche echeggiano, a questo proposito, le parole di Claretta Petacci: in una telefonata a Mussolini, intercettata come di norma dai tedeschi il 2 aprile 1945, la giovane amante del capo fascista dice: “Ben ascolta il mio consiglio, sta in guardia! Hanno tutti l’interesse di farti tacere e per sempre! Tu dici: Parlano i documenti. Ma loro sanno che i documenti si comperano, si rapinano, si distruggono. Un fatto è sicuro: se tu, se il tuo carteggio dovesse un giorno essere in loro possesso, le tue ore di vita, nonché quelle del carteggio, sarebbero contate!”. Dopo sessant’anni sappiamo che tutto ciò si è puntualmente avverato e si è puntualmente avverato nel peggiore dei modi possibili (vedi piazzale Loreto).


A chi vuole approfondire si consigliano le seguenti letture:


AMICUCCI, E., I 600 giorni di Mussolini. Faro, 1948.

ANDRIOLA, F., Appuntamento sul lago. Sugarco, 1990.

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BERTOTTO, A., Erano in una piccola busta di pelle marrone le carte più segrete di Mussolini. Palomar, in corso di stampa.

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