Aldo Lampredi (Guido): psicologia di un giustiziere

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 Com’è noto, secondo quella che Renzo De Felice ha definito una “vulgata”, Benito Mussolini è stato fucilato alle 16,20 del 28 aprile 1945 davanti al cancello di villa Belmonte, una costruzione sita nel Comune di Giulino di Mezzegra, un paese posto là dove il lago di Como volge alquanto ad oriente.  Il trio dei giustizieri comunisti, sempre stando a quanto riferisce la versione “ufficiale”, era composto da Walter Audisio (colonnello Valerio), Aldo Lampredi (Guido) e dal partigiano comasco Michele Moretti (Pietro), comissario politico della 52° Brigata d’Assalto Garibaldi operante sui monti del circondario di Dongo (A. Zanella. L’ora di Dongo. Rusconi, 1993). I patrioti della 52° aveva fermato il giorno prima a Musso la “Colonna Mussolini” mentre tentava di raggiungere invano la Valtellina, l’ultima Thule dell’agonizzante regime fascista. Travestito da sottoufficiale della contraerea tedesca, Mussolini era stato riconosciuto a Dongo, poco distante da Musso, e tratto in arresto durante un controllo effettuato dai partigiani per accertare la presenza, sui camion dei nazisti, di eventuali infiltrati italiani. Un contingente di truppe tedesche autotrasportate scortava, infatti, i gerarchi fascisti in fuga verso il Ridotto Valtellinese (A. Zanella. op. cit.). La mente organizzativa del commando inviato dal CNLAI di Milano per esecutare brutalmente il Duce era Aldo Lampredi. Il colonnello Valerio è stato, nonostante il ruolo che gli si è voluto attribuire dopo la liberazione, una figura di secondo piano, un esecutore fedele di ordini impartiti da altri. Maggior autonomia ha avuto Pietro, reclutato sul posto in quanto era a conoscenza del luogo in cui il dittatore e la sua amante, Claretta Petacci, erano tenuti prigionieri (A. Zanella. op. cit.). Il Moretti, tuttavia, ha sempre mantenuto un rigoroso silenzio sui fatti luttuosi di Dongo per cui è difficile tracciarne un profilo psicologico conforme.


Sul sito Internet www.anpi.it si legge: “Aldo Lampredi. Nato a Firenze il 13 marzo 1899, deceduto a Lubiana (Jugoslavia) il 21 luglio 1974, ebanista. Militante socialista e poi, dalla scissione di Livorno, comunista, Lampredi fu arrestato con un gruppo d’antifascisti fiorentini, accusati di attività comunista clandestina. Deferito al Tribunale speciale, l’ebanista (nonostante le accuse si riferissero a fatti avvenuti prima dell’emanazione delle leggi speciali del 1926), fu condannato nel 1927 a dieci anni e sei mesi di reclusione. Sconta la pena nelle carceri di Civitavecchia e di Pesaro. Nel 1932, Lampredi gode dell’amnistia e riesce ad espatriare clandestinamente in Francia. Scoppiata la guerra di Spagna accorre nelle Brigate Internazionali, occupandosi dell’addestramento dei volontari. La sua esperienza d’organizzatore la mise a frutto in Italia, subito dopo l’armistizio, coordinando i primi gruppi della resistenza armata in Friuli. Ispettore del Comando generale delle Brigate Garibaldi, “Guido” (questo il suo nome di battaglia), divenne quindi responsabile del Triumvirato insurrezionale veneto. Come ufficiale del Comando generale del CVL e diretto collaboratore di Luigi Longo, assolse nel corso della guerra di liberazione a missioni militari e politiche di particolare rilevanza. Tra queste, il compito di eseguire, con Walter Audisio, la sentenza di morte decretata dal CLN Alta Italia nei confronti di Mussolini. Dopo la Liberazione, Aldo Lampredi ha lavorato presso la Direzione del PCI, nel cui Comitato centrale è stato eletto al VII Congresso. Dal 1956 fu segretario della Commissione centrale di controllo del suo partito. E’ deceduto per un collasso cardiaco in Jugoslavia, dove si trovava per un periodo di vacanza”.


Come si evince dalla lettura della postfazione inclusa nel libro di Luciano Garibaldi intitolato: La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci? (Ares, 2002), il coinvolgimento di Aldo Lampredi nell’uccisione del Duce è autorevolmente sostenuto da Massimo Caprara, segretario, ai tempi di Dongo, del leader del Partito Comunista, Palmiro Togliatti. Da allora l’identità del Lampredi, miliziano di rango elevato della Ceka alle dirette dipendenze del generale Aleksandr Orlov, è stata accuratamente celata come il Komintern era uso fare per coprire gli uomini incaricati di eseguire le sentenze capitali emesse dall’Internazionale Comunista. La cronaca ha, invece, riservato a Guido il ruolo meno compromettente di putativo mallevadore dell’Audisio, uno sgherro impermeabile a qualsiasi ammonimento, essendo convinto della propria intransigenza nell’applicare impunemente con scrupolo giansenista e con furore iconoclasta la legge di Brenno, cioè quella del contrappasso e del taglione.

Massimo Caparra, uno storico revisionista che ha avuto modo di incontrarlo nei corridoi di Botteghe Oscure, così definisce il carattere del Lampredi: “Un personaggio che era l’immagine vivente del grigiore, freddo, silenzioso, raro che gli uscisse una parola di bocca, sarebbe stato a suo agio fra gli inquisitori della Lubianka”. Fiorentino d’origine, non possedeva la vivacità intellettuale degli abitanti del capoluogo toscano o “se anche l’aveva faceva di tutto per tenerla nascosta. Era nato per fare il latitante, non per esserci, ma per dileguarsi. A Botteghe Oscure, entrava la mattina quasi di soppiatto, prendendo ovviamente l’ascensore di servizio, e scivolando senza camminare, il basco nero perennemente in testa. Saliva al quarto piano e sobbalzava se qualcuno apriva di scatto la porta del suo ufficio. Mi immaginavo che in altre situazioni meno tranquille avrebbe messo mano automaticamente alla pistola” (M. Caprara. Quando le botteghe erano oscure. Il Saggiatore,1997; M. Caprara. Togliatti, il comintern e il gatto selvatico. Bietti, 1999).


Ebanista di professione, alto e asciutto, il Lampredi portava un paio di occhiali davanti a due orbite ossute e profonde. Sotto l’ampia volta del cranio e dietro due lenti scintillanti da intellettuale fin de siècle, ostentava un ghigno sardonico che gli taeva la faccia scarna e pallida dove risaltavano un naso tagliente, la mascella aguzza, la dentatura robusta, le labbra sottili, dai cui angoli si irradiava un fitto reticolo di rughe, le orecchie dai lobi gonfi e la bazza sporgente. Posato e di aspetto risoluto, pareva far sempre violenza su se stesso per contenere un intimo anelito ansioso dietro una sobrietà rigida e formale. Le mani ossute e pelose erano in continuo movimento e chi conosceva la personalità di Guido avrebbe facilmente intuito che esse non sarebbero mai state adoperate per sfogliare delle margherite o per ingoiare dei rospi pro bono pacis. Quelle mani, tese per ricevere e non per offrire, alle cui dita aveva cinto i suoi sogni più sottili come anelli invisibili, sembravano essere i ricettacoli di forze innominate da cui potevano sorgere, improvvisamente, generazioni di cose nuove.

A volte il Lampredi, sentenzioso, austero e poco incline alle parole ciarliere, convinto che il bolscevismo fosse una pianta buona per ogni clima e vincolato da una mentalità dispotica utile soltanto al gioco del Partito a cui apparteneva, sopravvalutava le proprie qualità morali ed il proprio sentire di comunista ortodosso non accorgendosi, per l’attivismo posto in essere, di sconfinare nel settarismo infecondo, nel dogmatismo paralizzante e nel parassitario dottrinarismo. Ardente di passione rivoluzionaria, ma contenuto nel dimostrarla, intransigente con se stesso e, soprattutto, nei confronti degli altri, con aria di tollerante superiorità coglieva infallibilmente le condizioni per lui vantaggiose e le sfruttava a puntino senza guardare in faccia a nessuno.

Pur badando alla sostanza, era sempre attento all’apparenza e ciò rifletteva bene il suo carattere refrattario a dubbi o a esercizi meditativi. Convinto di essere un uomo integerrimo, i principi da cui era animato si ammantavano di una severità quasi minacciosa. Alla fisionomia che lo contrassegnava riusciva senza sforzo a far corrispondere una adeguata determinazione nell’arte di esercitare il comando. Era abilissimo nell’impadronirsi delle situazioni, recitando la parte a lui più conveniente con una inesauribille vitalità che appariva curiosa in un soggetto dall’apparenza fredda e compassata. Modello di statuaria compostezza, raramente si trincerava dietro a “ordini superiori”, ma, altrettanto raramente, assumeva posizioni che non davano affidamento: al suo fianco la bandiera rossa con la falce ed il martello non era soltanto simbolica. Perciò non faceva aperta e coraggiosa ammenda degli archetipici aforismi di cui si avvaleva per convincere chi gli stava davanti, sospettoso.


A dispetto dei suoi detrattori, si sentiva sicuro di vincere ogni confronto e non riusciva mai a mascherare questa presuntuosa baldanza, una nota caratteriale che lo contraddistingueva, prendendo gusto al dispetto che essa suscitava in coloro che gli muovevano critiche ed obiezioni, inaspriti da alcune capricciose caparbietà testimonianti la sua recidiva vocazione autoritaria. Amaro, scettico, in alcuni casi diabolico, ma non iniquo, parco nei gesti e ferrigno nell’azione, credeva in se ciecamente ed era, forse, l’orgogliosa certezza della propria supremazia a rendere più severi i giudizi degli avversari e meno obiettivo il loro biasimo. Con facezia agrodolce, si considerava un uomo superbo che non aveva l’ingenuità di mostrare agli altri le velleità da cui era condizionato il suo intransigente comportamento.

Avendo un’innata capacità di dominio, reputava di aver sempre ragione e quando i fatti sembravano contraddirlo riusciva spesso con abili sofismi a prendere su di essi una rivincita dialettica, alternando la freddezza di una logica serrata agli appelli sentimentali più accorati. I rapporti con gli altri non erano di tipo confidenziale e mai improntati a quella cordialità che da calore allo spirito e libertà al pensiero ed alla parola. Era compatto e monolitico tanto nelle convinzioni quanto nella loro applicazione. La durezza del Lampredi verso gli altri si sposava con una abnegazione spartana in sintonia con i canoni rivoluzionari coevi (il materialismo marxista ulteriormente sovietizzato da Lenin). Il connaturato snobismo antropologico e la sicumera di chi crede di essere infallibile lo portavano a ritenere che l’amicizia fosse solo un peso ingombrante, foriera al più di scarse, di illusorie e di fittizie gratificazioni. Infatti, ad una ancestrale diffidenza, Guido coniugava, con cattiveria, una ristrettezza faziosa fra le più maldestre di quegli anni. Pronto a trovare varchi nella bolsaggine altrui, protetto dalla corazza del suo scetticismo ed orgoglioso come i pitagorici dopo la scoperta che la radice quadrata di due è un numero irrazionale, impugnava con destrezza l’arma pungente della critica verbale e l’affondava al momento opportuno senza alcuna pietà, disposto a fermarsi, tacendo, solo quando si trovava di fronte ad un qualcosa che per lui era sacrilego.

Tendendo una trappola agli ignari, si barcamenava con gli estranei affidando alla sottigliezza dei suoi discorsi la propria prevenzione ed all’uso intensivo ed estensivo della parola il suo dialogare che opponeva frammenti di verità a dissimulate bugie di comodo. Aveva, tuttavia, la coscienza del dovere, la costanza dell’esempio, la volontà sovrapposta all’istinto, il rispetto delle forme ed il senso integrale dell’ordine, qualità che se si ritrovano riunite in una sola persona la elevano ben al di sopra dell’anonima e scialba mediocrità. Ciò gli permetteva di temperare con una certa spregiudicatezza la protervia del colonnello Valerio, restio a morigerare autonomamente le insane pulsioni vendicative che lo spingevano a strafare.


Nel Lampredi il passionale ed il razionale si ostacolavano continuamente senza riuscire mai a fondersi in un’armonia superiore. La sua espressività statica era la conseguenza evidente di un meticoloso esercizio di autocontrollo, in lui naturale, dal quale dipendeva la irreprensibile condotta che volutamente ostentava. Tetragono alle critiche ostili, con una gravità quasi minacciosa andava in collera facilmente dinnanzi a coloro che la fedeltà nei suoi confronti non faceva ciechi e che il suo predominio sugli altri non poteva rendere muti. Un difetto di cui si mostrava compiaciuto come se le sue innegabili virtù, di cui era logico vantarsi, avessero scarso peso e poca importanza. Prototipo dell’uomo impassibile ai traviamenti, tranciante nei giudizi, epidermico ed impulsivo sia nelle simpatie che nelle antipatie, era pronto ad emettere sentenze ed a evocare scenari futuribili dove per primeggiare occorrevano massicce dosi di scaltrezza, di genialità e di pervicace ostinazione. L’avversione ad ogni compromesso, il decisionismo e la fermezza, che non di rado diventava ferocia possessiva, lo rendevano volitivo ed aggressivo, sempre sicuro della bontà delle proprie scelte. Stoico ed altero aveva un’oratoria senza enfasi, uno sguardo fisso e coercitivo, nonché un portamento baldanzoso che, a volte, poteva sembrare irriverente.

Rigido, calmo, distaccato e gelidamente cortese, si comportava sovente con la superbia di quelli che ricostruiscono il prima con il senno del poi, alterando fatti e circostanze ed ingigantendo alcune apparenze per sminuirne altre che sono a loro non congeniali. Era crudele con chi si era reso colpevole di qualche mancanza, poco benevolo con coloro che lo aiutavano senza pretendere ricompense. Gli stalinisti del Partito definivano Guido uomo d’altri tempi, gran signore, compagno solidale, fedele e rigoroso.


Così un giornalista comunista si esprime, non può fare altrimenti, quando parla del Lampredi: “Ed ecco qualche tardivo “esperto” dei tenebrosi misteri del comunismo internazionale sforzarsi di presentare “Guido” non solo come uomo del Comintern, ma addirittura come un agente della CEKA, la polizia politica dei tempi di Lenin, quando Aldo Lampredi era probabilmente più o meno un bambino. Ai tempi di Stalin la polizia politica si chiamava Ghepeu e NKWD. Ebbene, Aldo Lampredi io l’ho conosciuto bene, anche se ero soltanto un ragazzo. Sul finire del 1944 si trovava Padova. “Guido” era stato inviato insiemme ad altri per costituire il “Triumvirato insurrezionale veneto” e per rioganizzare le fila del PCI e del comando partigiano. Venne più volte, per incontri clandestini, a casa mia. Poco prima dell’insurrezione fu richiamato da Longo A Milano. Ebbi poi l’occasione di conoscerlo meglio. Nel 1946, dopo le elezioni per la Costituente ed il referendum monarchia-repubblica, la Federazione del PCI di Padova entrò in crisi con le dimissioni del suo Segretario, il partigiano friulano Amerigo Clocchiatti, e di parecchi altri funzionari. E Aldo Lampredi fu mandato di nuovo a Padova, per riorganizzare, non più nelle condizioni di clandestinità, le file del partito, scosse da un pessimo risultato elettorale. Padova fu una delle pochissime provincie del Nord in cui al referendum vinse la monarchia. “Guido” aveva intorno a sé così pochi elementi che non trovò di meglio che affidare a me, appena diciassettenne, la direzione de Il Lavoratore, il settimanale della Federazione. Ci lavoravo al pomeriggio, quando uscivo da scuola. Lampredi, ex operaio fiorentino, era un uomo mite, colto, capace, che seppe farsi benvolere da tutti. Ricordo un’assemblea nel salone della Federazione, in Corso Umberto I, durante la quale si commosse fin quasi alle lacrime nel parlare dei sacrifici della lotta di liberazione e dello stato di crisi in cui veniva a trovarsi in quel momento l’organizzazione del PCI. Parlare di Lampredi come un tenebroso personaggio, feroce agente della CAKA sovietica, non è solo un insulto alla sua memoria, ma un’offesa all’intelligenza di chi si presta a divulgare simili invenzioni e di che ha la sventura di ascoltarle” (www.romacivica.net. Reperibile per via telematica).


Oltre a Massimo Caprara, anche Marcello Staglieno, nel suo libro dal titolo: Arnaldo e Benito. Due fratelli (Mondadori, 2003), ritiene il Lampredi, etichettato come ascetico e altero militante rivoluzionario DOC, controllato nei gesti e sobrio nel portamento, un probabile esecutore del Duce. Leo Valiani ha espresso più volte il dubbio che siano stati altri e non l’Audisio ad uccidere il capo del fascismo. In base ad una confidenza fattagli da Luigi Longo, il senatore ha affermato che Guido, una mano armata dell’Internazionale Comunista, era stato l’esecutore materiale della sentenza di morte, emessa dal CNLAI, che pendeva inesorabilmente sulla testa di Mussolini (M. Di Belmonte. L’assassinio di Mussolini. Libro telematico, 2008, fncrsi.altervista.org). Davanti al cancello di villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra, il Lampredi, l’uomo dall’impermeabile bianco, aveva una pistola Beretta calibro 9 mm corto (matricola n° 778133). Non si sa con precisione se sia stata anche questa una delle armi che hanno ucciso il Duce. Molto probabilmente, Guido o altri, hanno utilizzato quella pistola per colpire il dittatore alla nuca o al cuore come si fa quando si vuole sparare sulla moribondo fucilato il definitivo colpo di grazia. Pare che il Lampredi abbia donato l’arma ad Alfredo Mordini (Riccardo), il capomanipolo dei partigiani dell’Oltrepò pavese che accompagnavano l’Audisio nella sua “storica” missione (A. Bertotto. Mussolini estremo. Gino Rossato Edizioni, 2007). Il Mordini avrebbe donato la pistola ad un suo amico, un tale di nome Piero Boveri (F. Bernini. Così uccidemmo il Duce. C. D. L. Edizioni, 1998; P. Maccarini. Claretta e Ben. La fine. Edizioni Guardamagna, 2005). Sembra che la vedova Boveri abbia donato la pistola al Museo Storico di Voghera che, da quel momento, 1983, la espone al pubblico (P. L. Baima Bollone. Le ultime ore di Mussolini. Mondadori, 2005).

Per complicare le cose c’è chi ha affermato che l’arma del Lampredi non era un pistola Beretta calibro 9 mm, ma bensì un’altra, di cui non si sa la marca, avente però un calibro 7,65 mm (F. Giannantoni..“Gianna” e “Neri”: Vita e morte di due partigiani comunisti. Mursia, 1992). Il giornalista e comandante partigiano Paolo Murialdi ha detto che quell’arma (la Berretta) non era una di quelle utilizzate, il 28 aprile 1945, dal commando comunista davanti allo “fatidico” cancello di villa Belmonte (O. Ciai, P. Coppola. Il mitra che uccise Mussolini dal partigiano Valerio a Tirana. www.repubblica.it. Reperibile per via telematica). Questi, tuttavia, sono solo granelli di polvere se paragonate alle macroscopiche incertezze che circondano ancora la morte di Benito Mussolini. “Per usare una celebre frase del grande Tommaso Besozzi a proposito del bandito Giuliano e delle rivelazioni sulla sua fine, anche per Mussolini si può dire: <Di sicuro c’è solo che è morto> ” (S. Bertoldi. Piazzale Loreto. BUR, 2001). Ulteriori precisazioni: sembra che sia stato il Lampredi a decidere autonomamente (non ci credo) di portare i cadaveri dei fascisti uccisi a Dongo a piazzale Loreto (A. Lampredi. La fine del Duce. L’Unità, 23 gennaio, 1996) e pare sia stato Guido, spacciatosi come generale medico della sanità del Corpo Volontari della Libertà, ad impedire (ci credo) che, il 30 aprile 1945 all’Obitorio milanese di via Ponzio, vennisse effettuata l’autopsia sul cadavere di Claretta Petacci. Probabilmente non doveva emergere nulla che potesse inficiare il racconto “ufficiale” sulla fucilazione del Duce, quello rilasciato a caldo il 29 aprile dal colonnello Valerio, il fumantino Walter Audisio, e pubblicato in fretta e furia sul quotidiano comunista l’Unità. Un primo canovaccio su cui si sarebbero basate tutte le altre ricostruzioni “storiche” avallate dal Partito Comunista. Un coacervo di inesattezze, approssimazioni, bugie col timbro, plateali voltafaccia e gratuito pressapochismo. (G. Pisanò. Gli ultimi cinque secondi di Mussolini. Il Saggiatore, 2004).

Il mistificatore per eccellenza è, infatti, il colonnello Valerio. Nelle sue poliedriche e raffazzonate versioni dei fatti di Giulino di Mezzegra, scambia le strade in salita per quelle in discesa e le macchine per autocarri, si fa accompagnare da chi non c’era, colloca a valle una macchina che, invece, stava a monte, confonde un caseggiato imponente con una casetta incastonata nella montagna, definisce di legno le scale che sono fatte di pietra, moltiplica per due i colpi di mitra, vede crescere l’erba sull’asfalto, qualifica come sdrucito uno stivale palesemente rotto, lascia intendere che i cadaveri sono in grado di camminare da soli, racconta che le camere con finestra erano senza, colloca panchine di pietra dove non ci sono mai state e descrive come disabitata una villa occupata da sfollati che prendevano aria sul terrazzo. A loro avrebbe detto: “Ritirarsi, ritirarsi”. Oltre al cancello di villa Belmonte probabilmente Valerio non è mai andato. Va bene che di smargiassate se ne sono sempre sentite, ma grosse come queste mai. Esse superano perfino quella di un certo imperatore romano che aveva detto in Senato di aver il giorno innanzi sposato la luna, nonché l’altra del Baiardo, un negromante medioevale, il quale si vantava di essere stato lui ad aver fatto costruire la Via Lattea per potersi recare più comodamente al Santuario di San Giacomo di Galizia. Ciononostante il PCI ha proposto di insignire Valerio con la massima onorificenza militare: la medaglia d’oro. Cade in acconcio a questo proposito ricordare che l’Imperatore Caligola ha nominato console il suo cavallo Incitatus, mentre Carlo II d’Inghilterra ha conferito il brevetto di cavaliere ad una lombata di porco.