Lettera al presidente NAPOLITANO

0
1173

 Una cosa, in particolare, mi piace del Presidente Giorgio Napolitano: il riconoscimento che i panegiristi del “tutto va bene” non sono meno deprecabili degli ipercritici del “tutto va male”. Al punto in cui stanno le cose, quello che importa è non enfatizzare il dibattito sulle questioni di principio.  A lungo andare diventerebbe accademico e ozioso. Sul principio, cioè sulla necessità di ragionare e di discutere degli affari del Paese, siamo, pressappoco, tutti d’accordo. Lasciamo, quindi, buttare sul tappeto, di volta in volta, gli argomenti di esame suggeriti dalle circostanze e dalle necessità a chi ha qualcosa di serio da dire, soprattutto se la sua illuminata parola ci giunge dal colle del Quirinale. Poiché i Capi di Stato non provengono ope legis dalla carriera, tra loro ed il personale subalterno la solidarietà non sempre si afferma intera e feconda come dovrebbe essere in un Nazione democratica. Se i primi lavorano instancabili a diffondere intorno a se, con la propria opera istituzionale, fiducia e consenso, ai secondi sovente non dispiace farsi fomite (dal latino “esca”) di scetticismo e di malcontento. I migliori suggerimenti consigliati dall’alto vengono non di rado sterilizzati strada facendo o addirittura snaturati in omaggio all’intima persuasione che il subordinato non rischia nulla, essendo inamovibile e al coperto da quelle responsabilità che, viceversa, il Capo dello Stato ricerca e affronta, doverosamente, in pieno e con scrupolosa diligenza. Non è più il tempo allorchè dalle rive del Tevere la capitale e gli uffici erano emigrati a Ravenna e bisognava galoppare vari giorni ventre a terra sulle selci pulite della Flaminia e valicare le inospitali pendici del Catria per risalire fino alle verdi paludi dell’Esarcato. Non è più necessario percorrere, a ritroso, l’itinerario degli antichi romei convenuti ad limina Apostolorum. Un buon consiglio o un utile esortazione chiunque la può trovare, in tempi reali, dopo aver varcato il portone presidiato dai Corazzieri. Non siamo più ai tempi della Roma del Belli e del Pannini: una Roma riottosa ed inquieta pronta ad accalcarsi, ossequiante, dietro le carrozze dei Cardinali e ad innneggiare al Papa-Re. Roma ospita oggi diversi milioni di abitanti. A dispetto degli sciami di popolo, miserandae plebis examina, direbbe Paolino di Nola, ci vuol poco ad accorgersi che non c’è alcun vuoto lasciatovi dall’esodo del principale responsabile della gestione della cosa pubblica.

Napolitano al termine della recente visita in Cile ha detto: “Bisogna compiere uno sforzo per comprendere le ragioni di disaffezione e di disincanto, e per gettare un ponte di dialogo soprattutto con le nuove generazioni. Sentiamo che c’è una difficoltà di comprensione della politica: c’è il distacco, c’è anche un elemento di pregiudizio, sia chiaro, nei confronti della politica, abbondantemente inoculato anche da cose che si leggono qua e là e che rappresentano il Parlamento, diciamo, come una specie di corporazione di fannulloni avidi. Se questo è il Parlamento, forse ci sarà chi penserà, voglio sperare, non l’autore di quegli articoli, che il Parlamento tanto vale chiuderlo. Bisogna reagire a questi fenomeni che un tempo si sarebbero chiamati di qualunquismo, comunque di assoluta incomprensione del ruolo delle istituzioni democratiche, e bisogna, naturalmente, da parte della politica, o più concretamente di chi fa politica, in qualsiasi schieramento, compiere uno sforzo per comprendere le ragioni di disaffezione, di disincanto e per gettare un ponte di dialogo, di comunicazione soprattutto con le giovani generazioni”.

Noi non vogliamo la romantica, discussa ed effimera ancorchè eroica, mazziniana e garibaldina Repubblica del 1849, bensì vogliamo la Repubblica dei nuovi Gracchi, la Repubblica dell’Europa liberata dall’estremismo di destra come da quello di sinistra, dal disordine liberale come dalla cappa di piombo bolscevica. Nella polvere abbagliante che il vento di Marzo alza sulle trafficate strade dell’Urbe, noi desideriamo riaprire le finestre, spazzare i cortili e le scale, riordinare gli uffici, popolare le anticamere e risvegliare i dormienti. Una sera, ne siamo certi, sul Corso e in via Nazionale, al Tritone e in via del Plebiscito noi metteremo fuori i lumi. Non saranno i moccoli spensierati e servili dei carnevali romani di cent’anni fa, dei tempi d’oro dell’attendismo guelfo, ma i lumi che abbiamo messo fuori a Milano all’indomani della battaglia del Piave. Quella sera,

I tempi nostri mettono a dura prova la pazienza di ogni uomo. Di pazienza noi ne abbiamo parecchia e dell’esercitarla ne abbiamo fatto una virtù quotidiana che a qualcuno potrà apparire immodesta, una sorta di fervore ascetico. L’ascetismo non è un’inclinazione riservata al clero: anche i laici, talvolta, possono sentirvisi chiamati o, se non chiamati, sospinti o, se non sospinti, costretti. Spero che Napolitano non senta il desiderio di andarsene. Un desiderio che ci sorprende non abbia mai preso mano a un uomo il quale ben più di noi, umili personaggi del coro, ha avuto campo di cimentare la propria pazienza con l’incomprensione, la malafede e l’ingratitudine dei suoi stessi connazionali. Ciononostante tiene duro, dopo tanti e così cocenti disinganni, trovando, forse, la forza di resitere al solo pensiero di quel che sarebbe il destino della gente se egli cessasse di occuparsene e di farsene il dovuto carico.

Potrà la situazione mutare con l’avvento di tempi migliori? Verrà mai il giorno che gli interessi della cosa pubblica, questo obiettivo trascendente ma necessario, prevarranno, nella nostra coscienza, sugli interessi personali? Lo ignoro. Una cosa su cui, comunque, non dovrebbe esserci dubbio è che nessuno di noi ha il diritto di essere settario finchè l’essere settari significhi non essere italiani. Presidente non si abbassi a piccole vendette e a spigolose ritorsioni: de minimis non curat praetor. I lestrieri delle Pontine aspettavano che la piena della Teppia invadesse le loro lande e cacciasse in fuga le cavalle e i bufali, dopo aver annegato i vitelli nella mota. Ma i lestrieri avevano nel sangue la divorante paralisi della febbre malarica. Gli italiani non hanno nel sangue altra febbre se non l’odio di parte, un morbo contro cui non vale medicina e per il quale non c’è rimedio efficace. O forse uno ci sarebbe: ma chi l’ha proposto è finito male, impiccato per i piedi a piazzale Loreto. Nessuno è profeta in Patria. Capita, talora, di mandare a morte un accusato e di abbassare gli occhi al suo passaggio per evitar di guardarlo. Quell’abbassare gli occhi è a suo modo, per il reprobo, un riconoscimento ed una gratificazione. Davanti ad un siffatto spettacolo asteniamoci generosamente dal dire quello che ha detto un personaggio di Molière: “Tu l’as voulu, Georges Dandin!”. Facciamo appello, piuttosto, a quel che ci resta di cuore affinchè i più derelitti e i più lontani amanti del nero sentano che le loro lacrime sono anche le nostre, anche se noi non siamo nostalgicamente coinvolti. Si unisca, Presidente Napolitano, a questa umile supplica proveniente dalla gente che popola le città disseminate tra le Alpi e il Lilibeo, come da chi, sudando, coltiva i campi che si allungano da Maestro a Scirocco tra i filari dei vigneti e i muretti di pietra lavica. Non ci costringa a scegliere il diritto d’asilo, ad eleggere il nostro domicilio sotto la tonaca del frate e a dire con ficcante ironia: “Timeo danaos et dona ferentes”. Ci lasci, soprattutto, sperare che quel che è perduto non sia perduto per sempre. Ci lasci allungare una mano senza dover toccare la parete. Noi la smetteremo di contare sulla pietà altrui in un’epoca in cui solo chi incute rispetto è risparmiato da chi gli sta di fronte. Otterremo la fiducia dei diffidenti e ci libereremo dall’ostilità degli oppositori. Glielo promettiamo sulla parola, Signor Presidente, su quella dell’onore.