Il conflitto israelo-palestinese

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La data del 6 marzo 2008 sfortunatamente entrerà nella storia del conflitto israelo-palestinese.  Giovedì 6, infatti, alcuni estremisti palestinesi hanno attaccato una scuola rabbinica sita a Gerusalemme ovest, sparando contro gli studenti, con un bilancio di nove morti e una quarantina di feriti. Probabilmente gli attentatori, forse due, avrebbero dovuto farsi esplodere, ma un possibile incidente nel loro piano, un detonatore difettoso, deve aver spinto i terroristi ad una soluzione con i mitra. L’attentato, rivendicato dalla Brigata degli uomini liberi della Galilea, s’inserisce così nella spinosa situazione che vede contrapposti Israele e i guerriglieri palestinesi, al centro di un conflitto che ha origini più lontane della mancata nascita dello stato palestinese del 1947.


In realtà il problema degli arabi palestinesi, presenti in Palestina dal 637 e poi sottomessi ai turchi fino al 1917, s’intreccia con la storia degli ebrei, espulsi dalla loro terra dai tempi della dominazione romana e costretti a rifugiarsi in un’Europa non troppo conciliante. Dopo secoli di persecuzioni e discriminazioni, gli ebrei, con il movimento sionista di Theodor Herzl, chiedono il ritorno nei territori palestinesi, per fondare lo stato d’Israele, appoggiati dalla Gran Bretagna, con la Dichiarazione Balfour, che dal 1917 riconosce le aspirazioni del popolo ebreo, ma con la tutela delle “minoranze arabe” della popolazione palestinese, il 95% del totale. Così, dalla fine del XIX secolo gli ebrei del movimento sionista acquistano terreni dagli arabi, creano delle fattorie, e si aggiungono a quella minoranza di popolazione ebrea che già risiedeva in Palestina.

Dal 1920 fino al 1939 gl’immigrati ebrei aumentano e si scontrano con la popolazione araba. In Europa, però, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, gli ebrei vengono perseguitati e uccisi in modo sistematico dai nazisti, che macchiano la Storia mondiale con l’Olocausto.


Anche per riparare ai milioni di ebrei morti per mano nazista, le Nazioni Unite approvano un piano di spartizione, il 29 novembre 1947, con l’assegnazione del 56% del territorio di Palestina agli ebrei. Lo stato d’Israele viene proclamato il 14 maggio 1948, i palestinesi rifiutano la ripartizione e il 15 maggio scoppia la guerra arabo-israeliana, con la partecipazione dei vicini paesi arabi, Egitto, Libano, Giordania, Siria e Iraq, in aiuto dei palestinesi. Israele reagisce e conquista più dei tre quarti del mandato, compreso il settore occidentale di Gerusalemme. La striscia di Gaza e la Cisgiordania con la parte orientale di Gerusalemme vengono occupate, invece, dall’Egitto e dalla Giordania e i palestinesi non realizzano la nascita del proprio stato.


Se nel 1947 nei territori occupati due anni dopo dagli israeliani risiedono più di 850.000 arabi e 600.000 ebrei, in seguito al conflitto del 1948 circa 750.000 profughi palestinesi si spostano verso Gaza e i paesi arabi confinanti. Nel contempo l’immigrazione di molti ebrei, dai paesi europei e dagli stati arabi confinanti, e leggi apposite, come quella per l’acquisizione dei beni dei profughi palestinesi, creano le condizioni per uno stato israeliano a maggioranza ebraica. I rifugiati palestinesi, invece, non vedono l’applicazione del diritto, riconosciuto dall’ONU dal 1948, al rientro in patria, permanendo in precarie condizioni di vita, origine di situazioni conflittuali, aggravate da un rapido incremento demografico palestinese, sia in Israele che nei campi profughi, con gli stessi arabi dei paesi ospitanti e lo stato ebraico.


Nel 1956, dopo la nazionalizzazione egiziana del Canale di Suez, Israele, Francia e Inghilterra si accordano per riprendere il controllo del canale. Israele invade il Sinai e Francia e Inghilterra inviano una forza apposita nei territori occupati, ma gli Stati Uniti, l’URSS e l’ONU prendono posizione sospendendo le ostilità israelo-franco-inglesi e chiedendo il ritiro di tutte le truppe tra il 1956 e il marzo 1957.


Nel maggio 1967, dopo nuovi scontri lungo i confini israeliani e quelli dei paesi arabi, l’Egitto blocca l’accesso d’Israele al Mar Rosso. Israele, allora, reagisce attaccando Egitto, Giordania e Siria e nel breve tempo di sei giorni occupa la striscia di Gaza, il Sinai, la Cisgiordania, la parte orientale di Gerusalemme e le alture del Golan. Nonostante la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, n° 242 del 22 novembre 1967, interpretata diversamente nelle trascrizioni del testo inglese e francese, che alla base dei trattati di pace poneva la restituzione dei territori occupati, Israele procede all’annessione di Gerusalemme est e alla colonizzazione dei territori cisgiordani con insediamenti israeliani.


Il 6 ottobre, nel giorno della festività ebraica del Kippur, del 1973, la Siria e l’Egitto, dimostrando una maggiore preparazione militare rispetto ai precedenti conflitti, attaccano Israele, inizialmente colta di sorpresa. Nuovamente con l’intercessione dell’ONU si raggiunse una tregua, con la conseguente riapertura del Canale di Suez e la restituzione di una parte del Sinai all’Egitto, che passa interamente a questo, dopo gli accordi di Camp David del 17 settembre 1978, entro il 1982. Sugli altri fronti arabi, invece, una restituzione dei territori occupati risulta più difficile, anche in seguito all’annessione, nel 1981 da parte israeliana, della regione del Golan.


Intanto le tensioni con i guerriglieri palestinesi non si allentano e Israele, dalla creazione di una fascia di sicurezza al confine con il Libano nel 1978, passa all’attacco e all’invasione di questo paese dal 1982 fino al ritiro delle forze armate nel 1985, restituendo la fascia di sicurezza sottratta solo nel maggio 2000.


Nel 1974 con il vertice arabo di Rabat, l’OLP, Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che diventa membro della lega araba nel 1976, viene riconosciuto come rappresentante ufficiale del popolo palestinese. Dalla fine del 1987 i palestinesi dei territori occupati, per protestare contro il rifiuto d’Israele a riconoscere uno Stato palestinese, reagiscono con uno stato di guerriglia, l’Intifada, “la guerra delle pietre”, riportando il problema israelo-palestinese all’attenzione internazionale.


Mentre nel 1988 l’OLP proclama la nascita dello Stato di Palestina, con gli accordi di pace del 1991 Israele registra dei progressi per la risoluzione delle tensioni con gli stati arabi, ma non con gli stessi palestinesi. Nel 1993, a Washington, Israele e Palestina si riconoscono reciprocamente e firmano una dichiarazione per un processo di pace teso verso la costituzione di uno Stato palestinese e una situazione di sicurezza per Israele. Ma i continui rifiuti dei palestinesi e i ripetuti atti terroristici minano il processo di pace.


Dal 2002 si ha una recrudescenza del conflitto con un aumento degli attentati terroristici per opera di kamikaze arabi e le risposte dell’esercito israeliano, che spesso in maniera indiscriminata reagisce con l’apertura del fuoco nei centri abitati dei profughi.


La guerriglia per opera di moderni kamikaze, giovani che decidono di uccidersi per la causa palestinese, diventa frequente e negli ultimi due anni si registrano numerosi attentati: 13 gennaio, 25 febbraio, 12 luglio, 26 ottobre, e 5 dicembre 2005, 19 gennaio e 17 aprile 2006, 29 gennaio 2007. Molti tra la popolazione israeliana e quella palestinese vogliono la pace, ma purtroppo la strategia del terrore dei meno concilianti incalza ancora.