La Gran Bretagna e l’Europa: dentro o fuori

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«I britannici abbiano il coraggio di chiedersi: il Regno Unito deve rimanere nell’Unione europea oppure deve uscirne? E se la risposta sarà a favore dell’Europa, gli anti-europeisti tacciano per sempre».

Inizia così l’intervista che Nick Clegg, il leader del partito Liberal Democratico inglese ha rilasciato a Francesca Morandi per la nostra newsletter di oggi.
Un’ intervista interessante in questa settimana pre-elettorale italiana per almeno due motivi.
Primo, chi la rilascia è a capo di un partito importante in Europa (in termini di voti i liberali inglesi non sono troppo lontani dai due partiti che tradizionalmente si alternano al numero dieci di Downing Street, i laburisti e i conservatori) e ha quarant’anni, più o meno l’età dei vari Clinton, Blair, Aznar o Zapatero quando sono diventati presidenti o primi ministri nei loro Paesi, o di Milliband, attuale ministro degli esteri della Regina.
Secondo, si parla d’Europa, trattando in termini forti (“in or out”) il tema del futuro dell’Unione, che dalla campagna elettorale in corso in Italia è del tutto assente.
Uno dei luoghi comuni sulle elezioni è che “in campagna elettorale non si parla di politica estera perché o non interessa o fa perdere voti”.
Ma l’Europa non è politica estera: le norme del Trattato hanno prevalenza su quelle nazionali, e oggi è un dato di fatto che la dimensione europea è quella che incide più profondamente sull’economia, sull’ambiente, sull’immigrazione, sull’agricoltura, sulla concorrenza delle imprese. Quindi è politica interna. La ratifica italiana del Trattato di Lisbona è per ora nel frigorifero del Parlamento. Sarebbe opportuno che il nuovo Parlamento la tirasse fuori subito dopo le elezioni, assieme allo champagne augurale per la nuova legislatura.
Una pronta e massiccia ratifica italiana potrebbe aiutare anche Mister Clegg e i suoi colleghi inglesi a dire “in”.
Matteo Fornara
Rappresentanza a Milano

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«Il Regno Unito si chieda: fuori o dentro all’Europa?» Il presidente dei liberali Nick Clegg: un referendum e poi avanti con coerenza

«I britannici abbiano il coraggio di chiedersi:  il Regno Unito deve rimanere nell’Unione europea oppure deve uscirne? E se la risposta sarà a favore dell’Europa, gli anti-europeisti tacciano per sempre». È questa la cruciale domanda sulla quale dovrebbero interrogarsi i Sudditi di Sua Maestà, secondo Nick Clegg, presidente dei Liberali democratici britannici, il terzo partito nel Parlamento della Gran Bretagna dopo i laburisti e i conservatori.

«Al posto che perdere tempo in inutili dibattiti dove si critica costantemente l’Ue nel suo lavoro quotidiano, la nostra nazione dovrebbe andare dritto al cuore del problema e risolverlo una volta per tutte».

Presidente Clegg,  si riferisce alla proposta del suo partito dichiedere ai cittadini se il Regno Unito dovrebbe continuare a stare nell’Ue?

«Certamente, pensiamo infatti che sia necessario un dibattito di fondo per chiarire a noi stessi
se vogliamo continuare ad aderire all’Unione europea oppure vogliamo lasciarla. È un giustificato dibattito a conclusione del quale si potrebbe legittimamente ipotizzare un referendum. Considerando inoltre che un confronto sull’argomento non è affrontato dall’inizio degli anni Settanta, è il momento di parlare seriamente di Europa e, giunti a una decisione, procedere con coerenza».

La Gran Bretagna è spesso considerata “euroscettica”, lo è davvero?

«C’è una piccola minoranza dei britannici che è genuinamente a favore dell’Ue e c’è una piccola minoranza dei britannici che è decisamente contro l’Ue. Credo, tuttavia, che la vasta maggioranza dei cittadini non sia né scettica né simpatizzante ma semplicemente indifferente. Infondo è un atteggiamento comprensibile perché per molte persone l’Unione europea appare come un’entità  lontana, che non tocca la loro vita quotidiana e dunque non ne sono particolarmente interessati».

A questa indifferenza contribuisce la mancanza di informazione?

«Ciò che diffondono giornali e televisioni nel Regno Unito non rispecchia la realtà di quanto fa l’Europa e dunque non ritengo che si faccia un’informazione adeguata in materia. Ritengo però che nessuno si debba aspettare che l’Ue sia amata e idealizzata dalla gente perché è troppo distante dalle loro preoccupazioni principali. Inoltre i cittadini non possono comprendere discussioni complesse come quelle relative al processo costituzionale europeo. Penso semplicemente che i britannici dovrebbero guardare all’Europa come ad una istituzione legittima, necessaria e desiderabile che aiuta la nostra nazione ad affrontare problemi di ampia portata come quelli legati alla globalizzazione».

Qual è la più grande paura dei britannici che guardano all’Unione europea?

«La paura è quella di una perdita di controllo. Nel Regno Unito è diffusa una visione secondo la quale se il nostro Paese condivide la propria sovranità con l’Ue, finirà per perdere le redini del proprio destino. Sono profondamente in disaccordo con questa prospettiva che andrebbe capovolta: credo infatti che la nostra adesione all’Unione europea ci fornisca tutti gli strumenti per controllare quello che accade attorno a noi, in Europa e nel mondo, più di quanto potremmo fare se il nostro potere si limitasse ai confini nazionali. A fronte di questioni come il commercio internazionale, l’economia globalizzata, il terrorismo e l’ambiente, abbiamo oggi più potere di intervento grazie al fatto che facciamo parte dell’Unione europea».

Il processo comunitario sta proseguendo con la ratifica del Trattato di Lisbona, che ha sostituito la Costituzione europea. All’inizio di marzo il Parlamento britannico ha bocciato la proposta di tenere una consultazione popolare sulla ratifica del Trattato. Come commenta il risultato del voto?

«Penso che sia stata la decisione giusta poiché il Trattato di Lisbona non richiede un referendum, in quanto, a differenza di altri trattati europei, introduce cambiamenti modesti. Inoltre crediamo che in una democrazia rappresentativa dovremmo usare lo strumento referendario solo se la questione è di un peso tale da richiederlo, se il quesito è facilmente comprensibile ai cittadini e se è possibile  rispondere con un “sì” o con un  “no”. Il Trattato di Lisbona non adempiva alcuna di queste condizioni».

Nel suo partito, i Liberali democratici, sono emerse divisioni dopo l’ordine da lei impartito ai suoi parlamentari di non sostenere con il proprio voto l’emendamento dei Tory favorevole al referendum. Cosa è accaduto?

«La maggioranza dei Liberali democratici, incluso il sottoscritto, considerava errato l’emendamento suggerito dai conservatori. Come ho già evidenziato, siamo convinti che il Trattato di Lisbona non introduce modifiche di portata tale da richiedere un referendum. Non si tratta di una Costituzione ma di un trattato internazionale che è, tra l’altro, molto più modesto se paragonato al Single European Act o al Trattato di Maastricht, che fu negoziato e ratificato senza una consultazione popolare. Una minoranza di 13 parlamentari liberaldemocratici su un totale di 63 si è dichiarata in disaccordo perché riteneva che il Trattato di Lisbona dovesse essere sottoposto a un referendum, ma una vasta maggioranza era contraria alla consultazione. Contrasti simili sono affiorati in tutti e tre i partiti britannici. Le divisioni più ampie si sono registrare tra i conservatori, il cui partito è profondamente diviso tra alcuni parlamentari che sono a favore dell’Unione europea e una larga maggioranza che sta diventando ostile all’idea di Europa nel suo complesso. Penso che questa maggioranza di conservatori sarebbe oggi pronta a votare per il ritiro della Gran Bretagna dall’Ue. Nel mio partito, invece, le divisioni non sono state tra coloro che sono a favore o contro l’Unione europea ma tra coloro che volevano il referendum sul Trattato di Lisbona e coloro che si opponevano. Molti dei miei parlamentari che hanno votato a favore dell’emendamento dei Tory, credono fortemente nel progetto europeo».

Secondo i sondaggi l’88% dei britannici chiedeva un referendum sul Trattato di Lisbona. Come interpreta questo forte segnale proveniente dai cittadini, di partecipare al processo di ratifica?

«C’era un forte desiderio di un referendum ma non credo che la reale richiesta fosse quella di una consultazione sul Trattato di Lisbona. Immaginiamo  che ci fosse stato un referendum, come chiedevano i conservatori, e che la maggioranza dei cittadini britannici avesse rifiutato la ratifica. L’ipotetico scenario sarebbe stato di grande delusione per i cittadini che, il giorno dopo il loro “no” al Trattato, si sarebbero sentiti traditi perché avrebbero realizzato che, in realtà, il rifiuto del Trattato di Lisbona non avrebbe cambiato di molto la posizione della Gran Bretagna nell’Ue. Questo perché il Trattato si limita a rafforzare l’assetto istituzionale attuale dell’Europa senza cambiamenti radicali. Credo che il Trattato sarà alla fine approvato ma gli europeisti non dovrebbero aspettarsi che l’Ue  trasformi in breve tempo le sue istituzioni e i suoi poteri in senso più comunitario, il processo sarà lungo».


Francesca Morandi

European Course of Contemporary Art Curators