Adolph Hitler è stato salvato dalla penicillina?

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Sembra paradossale, ma la penicillina può essersi resa complice di milioni di morti. Nel lontano 1944 l’antibiotico potrebbe aver salvato la vita nientemeno che ad Adolph Hitler dopo che lo stesso era rimasto ferito a causa dello scoppio di una bomba introdotta nella sala riunioni di Rastenburg, la famosa “Tana del lupo”, il Quartier Generale tedesco immerso nella tetra foresta di Gierloz situata nella Prussia orientale. Baracche di legno, bunker di cemento, postazioni antiaeree, stazioni radio ed un intreccio di vialetti si alternavano nel perimetro della piazzaforte. L’ordigno micidiale l’aveva depositato il colonnello antinazista Claus von Stauffenberg, l’organizzatore ed esecutore dell’attentato al Fuhrer avvenuto per l’appunto nel 1944 e precisamente il 20 luglio alle dieci di mattina (operazione Valkiria). Se il farmaco non fosse stato ancora scoperto e reso disponibile per curare individui affetti da infezione, la seconda guerra mondiale avrebbe potuto terminare già in quell’anno. Sarebbe questa l’opinione dell’inglese Milton Wainwrigh, uno studioso dell’Università di Sheffield che si interessa di un particolare aspetto della microbiologia, quello della sua storia. Il ricercatore britannico ha riportato le sue avvincenti conclusioni sulla rivista New Scientist. I dettagli della ricerca in questione sono stati successivamente stampati nel 2004 sulle pagine del Prospectives in Biology and Medicine (Hitler’s Penicillin. Vol. 47, n° 2, Pag. 189).  

Il von Stauffenber aveva disinvoltamente deposto la sua borsa con l’ordigno esplosivo sotto un massiccio tavolo di quercia posto al centro della sala riunioni. Le finestre dell’ambiente erano aperte e le pareti di legno e non di cemento hanno depotenziato i rovinosi effetti dell’esplosione. Hitler ha riportato un trauma emorragico ad un braccio e numerose altre lesioni provocate dalle schegge del legno polverizzato dalla deflagrazione. Il tiranno nazista è uscito mal concio dalla sala riunioni con i capelli ed i pantaloni tutti sbruciacchiati. Altri hanno riportato ferite più gravi ed alcuni sono morti per lo scoppio devastante bella bomba accuratamente occultata. Per evitare che le ferite si infettassero, facendo correre all’infermo il rischio di una setticemia, il medico del Fuhrer dottor Theodore Morrell gli avrebbe prontamente somministrato, il condizionale in questi casi è d’obbligo, massicce dosi di penicillina. 

Leggendo il diario di Morrell il dottor Wainwrigh è stato colpito dalla parola penicillina. Il medico tedesco non solo ne conosceva i benefici effetti antibatterici, ma soprattutto dichiarava di averne a disposizione per poter curare i suoi pazienti qualora questi avessero manifestato i segni inequivocabili di un processo settico (D. Irving. I diari segreti del medico di Hitler. Edizioni Clandestine, 2007). Chi aveva fornito al Morrell il farmaco antimicrobico? Nel 1944 gli unici ad avere a portata di mano la penicillina pura in forma iniettabile erano gli americani. Poiché si trattava di curare un degente che si chiamava Hitler, non è pensabile che il dottor Morrell abbia usato una penicillina non purificata, come ad esempio quella, terapeuticamente poco efficace, che allora si produceva in piccole dosi anche in Germania ed in Cecoslovacchia. 

Secondo il Wainwrigh due sono state le possibili strade che la penicillina americana ha percorso prima di arrivare nelle siringhe del dottor Morrell destinate a perforare i glutei atrofici di Adolph Hitler. Poteva, ad esempio, essere stata sequestrata agli aviatori yankee caduti prigionieri dei tedeschi. I piloti USA avevano nelle loro borse di pronto soccorso dosi di antibiotico pronto per l’uso da utilizzare proprio a scopo profilattico nel caso fossero stati feriti dal fuoco nemico o in seguito a traumi provocati dall’abbattimento dei velivoli che li trasportavano o che pilotavano loro stessi. Alternativamente il farmaco poteva provenire da un paese neutrale, come la Spagna, a cui gli alleati elargivano, a scopo umanitario, ogni sorta di ben di Dio e quindi anche presidi terapeutici ed attrezzature medicali. Il Morrel potrebbe essere entrato in possesso della penicillina pura prodotta negli Stai Uniti attraverso canali diplomatici in quanto tra Hitler ed il Caudillo Francisco Franco esistevano taciti rapporti di collaborazione reciproca. Anche il Professor Cesare Frugoni, insigne cattedratico romano di Medicina Interna, in qualche caso ha utilizzato la penicillina che gli avevano fornito gli spagnoli. Ciò si evince dalla lettura delle sue memorie scritte in tempo di guerra (1940-1945). 

Il “Macellaio di Praga”, Reinhard Heydrich, uno scagnozzo nazista responsabile di crimini efferati, è morto proprio per una setticemia causata dalla sovrainfezione delle ferite che aveva riportato in seguito allo scopio di un auto bomba. E’ ovvio che il dottor Morrel si sia prodigato per evitare che il Fuhrer morisse per lo stesso processo patologico. Le sue numerose ferite erano, infatti, potenzialmente a rischio e la complicazione setticemica è una delle cause più frequenti di morte negli individui vulnerati da proiettili o da ordigni esplosivi. E’ opinione corrente che i molti farmaci usati dal medico nazista non facessero altro che deteriorare la già pericolante salute del tiranno tedesco. Gli estratti ormonali, i composti polivitaminici, gli psicofarmaci e le anfetamine somministrate al Fuhrer non sortivano l’effetto desiderato, anzi sembravano che ne peggiorassero le condizioni generali. La sua postura era curva, un tremore continuo scuoteva il suo braccio destro, il suo colorito cutaneo era terreo ed uno sguardo allucinato caratterizzava la sua grottesca espressione. Nel 1944, l’infermiera personale del Fuhrer lo definiva “debole e tremante” (www.corriere.it. Reperibile per via telematica). Se è vero che la penicillina ha salvato la vita ad Adolph Hitler, la sua immeritata fiducia nei confronti dello mago-stregone dottor Morrell trova una giustificazione che in questo caso era ben motivata.

Lo storico Franco Cardini ricorda il rapporto che intercorreva tra Hitler e il suo medico personale. La fiducia che il Fuhrer accordava al Morrell non stava tanto nei risultati positivi (?) delle cure a base di preparati fitobotanici, ma nel fatto che il despota tedesco diffidava della scienza accademica moderna, cioè della scienza cosiddetta ufficiale. In questo il tiranno ha certamente risentito della cultura tardo-romantica che lo spingeva a coltivare la passione per l’Oriente, per la magia, per l’esoterismo e a distaccarsi dal razionalismo e dall’idea di modernità. Per certi versi, dice il Cardini, “a modo suo, Hitler era un mistico” (www.lastoriasiamonoi.rai,it. Reperibile per via telematica).

Dopo il fallito attentato, Claus von Stauffenberg è stato arrestato e fatto fucilare, assieme agli altri congiurati, nella stessa notte del 20 luglio 1944. L’esecuzione è avvenuta nel cortile del Bendlerblock, sede del Comando Supremo dell’Esercito tedesco a Berlino. Hanno detto che prima di essere ucciso, lo Stauffenberg ha gridato: “Lunga vita alla Germania libera”. Su ordine di Hitler, tutti i membri delle famiglie dei colpevoli dovevano essere eliminati: ciò ha determinato l’arresto, la deportazione e l’uccisione di molti innocenti che avevano la disgrazia di avere lo stesso nome, anche senza essere parenti, dei congiurati. Per quanto riguarda la famiglia von Stauffenberg, il fratello maggiore, Berthold, è stato pure lui giustiziato. La moglie dello Stauffenberg, Nina, ed i suoi quattro figli (la donna era incinta della quinta figlia, Konstanze, che è nata il 17 gennaio 1945 a Francoforte sull’Oder. La sventurata era in quel momento in prigionia) sono stati arrestati dalle SS. I quattro figli sono stati messi, sotto falso nome, in un orfanotrofio ubicato nella Bassa Sassonia. Fino alla fine della guerra, Nina è stata tenuta prigioniera in Sud Tirolo. Liberati dall’arrivo delle truppe alleate, tutti i membri della famiglia von Stauffenberg hanno potuto finalmente riunirsi dopo la fine del conflitto.