Tradizione & Comunicazione

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La questione linguistica in Italia ha radici profonde, che affondano nell’animo del popolo intero.

Dai primi abitatori della Tuscia ad oggi, il paese non ha mai saputo interagire col mondo esterno, né (quasi per compensazione) coi suoi figli. La repubblica dei Cesaroni porta in casa l’idioma di Trilussa, ma a Como il comune offre servizi telefonici in italiano, inglese e dialetto. Ed è subito boom di chiamate, contatti, richiesta di servizi. Personalizzare, sotto il naso di una società che vorrebbe appiattire e uniformare persino la fantasia comunicativa, sembra una trovata di genio. Tuttavia, è solo sana tradizione, una cura rivitalizzante per la memoria di un passato che non va cancellato, poiché è grazie ad esso che il futuro impara a camminare. E noi con lui. L’onorevole tuttologo che sostiene che a Villafranca, nel risorgimento, i patrioti si sparavano addosso perché non si capivano a vicenda, dovrebbe riprendere in mano i libri di storia e colmare le proprie lacune. Non tutto ruota attorno a Roma; le strade portano anche altrove. L’italiano è sbarcato con le valigie di cartone, la pummarola fra i denti, i “santini” di mammà in tasca e le toppe pure sui calzini nelle Americhe, in Eurasia, negli angoli più sperduti del globo che il nuovo trend sia esterofilo può anche starci, ma di tanto in tanto qualcuno ricordi agli intellettuali che non basta una laurea (sudata, conferita per cognome o comprata) per fare un buon cervello. Gli antichi, per comprendersi, si ingegnavano; a noi, quel che più spaventa, è la fatica di pensare.