Politica estera: parlare con amici e nemici?

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Il popolo americano ha ogni ragione di “dubitare la capacità di giudizio” del senatore Barack Obama. Ecco come John McCain, il candidato repubblicano alla presidenza, ha descritto il suo eventuale avversario all’elezione nel mese di novembre del 2008.
         McCain si riferiva al suggerimento di Obama di volere incontrarsi con il gruppo Hamas considerato da molti come terrorista. Troppo innocente, secondo il  senatore dell’Arizona, dati i molti nemici che bisogna fronteggiare in un mondo pericoloso.
         McCain naturalmente cercava di colpire il senatore dell’Illinois nel suo “punto” debole, la sua “inesperienza” in questioni internazionali. In questo rispetto il recente discorso del Presidente Bush al Knesset serviva da appoggio a McCain.  Il residente attuale della Casa Bianca ha deplorato il piano di Obama di “dialogare” con terroristi e radicali una volta divenuto presidente.
         Obama non ha chiarito che parlerebbe con Hamas ma McCain invece l’aveva considerato una buona idea due anni fa. Il senatore dell’Arizona aveva detto nel 2006 che il dialogo degli Stati Uniti con Hamas era “inevitabile”. La fonte è un’intervista concessa a James Rubin, giornalista e commentatore della Sky News.
         McCain ha smentito le parole di Rubin dicendo che la sua posizione su Hamas non è mai cambiata e che non si “incontrerebbe né negozierebbe” con organizzazioni terroriste. Ovviamente tutto sta nella definizione del nome terrorista. Secondo McCain ciò includerebbe anche la nazione dell’Iran ai cui leader lui non parlerebbe.
         Obama ha detto che è importante parlare non solo con gli amici ma anche con i nemici. Ha ragione. Gli esempi più chiari di leader americani che hanno dialogato con stati nemici includono sia presidenti del partito democratico ma anche di quello repubblicano. John F. Kennedy dialogò con Nikita Kruscev nel 1962-63 e così facendo evitò una possibile catastrofe durante la crisi  dei missili in Cuba. Richard Nixon fece il suo memorabile viaggio in Cina nel 1972. E naturalmente Ronald Reagan, malgrado avere etichettato l’Unione Sovietica come l’impero del male, non si rifiutò di dialogare con i leader sovietici.
         George Bush ha invece scelto l’aggressione nel caso di Saddam Hussein spiegando agli americani che il leader iracheno era un pericolo perché possedeva armi di distruzione massiva che intendeva passare a gruppi terroristici. Ora si sa che un dialogo onesto avrebbe potuto risparmiare la guerra in Iraq che continua tuttora e secondo McCain potrebbe continuare per altri cent’anni. Ovviamente nessuno rimpiange l’eliminazione di Saddam Hussein, ma gli Stati Uniti non possono permettersi di eliminare tutti i dittatori del mondo.
         L’idea di Obama del dialogo persino con i nemici sembra dunque la strada a seguire ed usare la forza come ultimo ricorso. Quando McCain attacca Obama e cerca di etichettarlo debole con i terroristi si tratta solo di spaventare gli americani. Ecco come lo ha spiegato il senatore dell’Illinois il quale ha quasi vinto la nomina del suo partito. L’uso della paura dei terroristi ha funzionato con Bush anche se dopo cinque anni di guerra gli americani si sono accorti che sono stati truffati. Adesso tutti hanno aperto gli occhi e il conflitto iracheno è favorito solo da una piccola parte degli americani.  
         Obama ha detto parecchie volte che eleggere John McCain  significa un terzo mandato per George Bush. Le idee politiche di McCain non differiscono molto da quelle dell’attuale residente della Casa Bianca. La continuazione della guerra in Iraq, il costo del petrolio a più di 125 dollari e un’economia in recessione sono i risultati di otto anni di Bush.
         La logica sembra ovviamene favorire Obama e i sondaggi attuali rivelano che il candidato democratico sconfiggerebbe il repubblicano. Ma i repubblicani cercano quasi sempre di vincere le elezioni mediante le emozioni. La paura è senza dubbio uno dei loro strumenti. Ecco cosa ha detto Obama. Ma secondo il candidato democratico “non funzionerà quest’anno”. Sapremo a novembre se ha ragione quando gli americani andranno alle urne.