Attivo dal 2001, viene effettuato su base rigorosamente volontaria

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Alla luce dell’attuale dibattito politico, il Capo Missione in Italia dell’OIM – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, Peter Schatzer, ha scritto una lettera al Ministro degli Esteri Franco Frattini sui risultati dell’utilizzo del test del DNA nei casi di ricongiungimento familiare,

procedura attiva in Italia dal 2001 per i cittadini somali ed estesa nel 2005 a tutte le altre nazionalità, nel quadro di un progetto realizzato dall’OIM in collaborazione con il Ministero degli Esteri.

 

Già attualmente il test può essere suggerito dai Consolati italiani a tutti quei migranti che non hanno altri modi di provare la relazione di parentela con i propri familiari nei paesi di origine o transito, o quando la documentazione prodotta risulta incompleta o inaffidabile.

 

Il ricorso al test è, in ogni caso, caratterizzato da una rigorosa volontarietà: con esso si intende offrire al migrante un’alternativa alla procedura standard, garantendo sia il pieno esercizio del diritto all’unità familiare sia un’efficace contrasto all’immigrazione irregolare.

 

Nella lettera Schatzer ha sottolineato il fatto che tale procedura, svolta in stretta collaborazione con gli uffici OIM e le Rappresentanze Consolari italiane nei paesi di origine, ha un effetto deterrente nei confronti di possibili tentativi di abuso ed è uno strumento efficace nel contrasto alla tratta di esseri umani, considerato che quello del ricongiungimento è un ambito che coinvolge per lo più minori.

 Il Capo Missione OIM ha fornito al Ministro Frattini alcuni dati riguardanti il progetto: in 7 anni oltre 6.000 persone si sono sottoposte al test, che ha accertato il vincolo di parentela di 5.680 persone mentre, viceversa, ha stabilito l’infondatezza di 354 richieste. Una percentuale minoritaria, a conferma della trasparenza dell’esercizio del diritto al ricongiungimento familiare, che rappresenta oggi circa il 25% degli ingressi regolari. Esperti confermano che l’unità del nucleo familiare contribuisce a stabilizzare la presenza dei migranti nonché la loro integrazione.  

Nonostante il test non possa risolvere positivamente tutti i casi – in alcune culture infatti il concetto di famiglia è «allargato» e va oltre il mero rapporto filiale – l’OIM sottolinea  che, senza questo programma volontario, per un gran numero di famiglie sarebbe stato impossibile ricongiungersi.