La Relazione Di Emma Marcegaglia

0
1189

Il nuovo numero uno di Confindustria, Emma Marcegaglia, nella sua relazione agli industriali del 22 maggio, presenta una fotografia economica della situazione italiana. È un’analisi dettagliata e capillare del nostro paese all’interno del contesto europeo. Ottimista, nonostante lo scenario difficile. L’impegno che intende assumersi è quello di contrastare la logica del declino, ritrovando la strada della crescita e dello sviluppo. “Così lavoreremo insieme per riprendere il cammino della crescita, puntando su investimenti, innovazione, occupazione” – afferma decisa – per far fronte a un “eccesso di burocrazia, di spesa pubblica, di pressione fiscale da una parte e scarsa produttività, insufficiente investimento in ricerca e formazione dall’altra”. C’è bisogno di un’azione basata su quattro pilastri: una società aperta e integrata nel sistema internazionale; uno Stato migliore; l’investimento in capitale umano; l’elaborazione di una strategia che contemperi le esigenze di crescita con i vincoli energetici e ambientali. Un punto centrale della sua relazione riguarda la consapevolezza che la crescita economica sia il vero bene comune. “La malattia dell’Italia si chiama crescita zero. Il ritorno alla crescita, ad una crescita sostenuta, deve essere il nostro vero obiettivo strategico”. Ecco un numero che sintetizza i costi elevati di questa bassa crescita. Il PIL italiano è aumentato dello 0,9% in meno all’anno nella decade 1997-2007; se fosse cresciuto come il resto di Eurolandia sarebbe oggi di 151 miliardi più alto (una perdita che si innalza a 225, se consideriamo il gap accumulato dal 1992). Occorrono riforme di varia natura, a partire da quella della contrattazione, ormai ferma al 1993, quando c’era ancora la lira e la globalizzazione muoveva i primi passi. La neopresidente degli industriali dà enfasi alla contrattazione di secondo livello, che potrebbe coniugare meglio retribuzione e produttività, alleggerendo così il contratto nazionale. “Sta al coraggio dei loro leader impiegare questa forza a favore del cambiamento, del benessere, delle opportunità per i giovani”. Certamente, la riforma della contrattazione dovrà riguardare anche il pubblico impiego, che ha “inspiegabilmente ottenuto negli ultimi anni incrementi retributivi più che doppi rispetto al settore privato, senza alcun aumento di efficienza”, per non parlare dell’elevato tasso di assenteismo, un autentico scandalo nazionale.  Anche le pensioni costituiscono uno dei temi trattati nelle linee guida della sua Presidenza. Secondo la Marcegaglia, devono essere garantiti un reddito e una formazione adeguati. In Italia, a differenza di altri paesi europei (e non), circa il 60% della spesa sociale serve a coprire il rischio di vecchiaia, essendo l’età media pensionabile bassa, e il pensionamento anticipato di 3 anni rispetto alla media OCSE. Tale età andrebbe indicizzata all’aumento della speranza di vita. Orbene, nel Bel Paese questo squilibrio non permette di destinare la spesa sociale a sostegno del reddito di chi ha perso il posto di lavoro (un terzo della media europea), né a sostegno della famiglia.   “Con questo squilibrio a favore delle pensioni, abbiamo rinunciato a quella grande risorsa che è l’occupazione femminile. C’è uno slogan efficace che riassume la questione: troppe donne a casa, troppe culle vuote, troppi bimbi poveri” – afferma questa donna tenace, mamma di una bimba di 5 anni, – “dobbiamo avere più donne al lavoro e un welfare più a favore della famiglia e dell’infanzia”. Basti pensare che in Italia è attivo solo il 47% delle donne in età lavorativa, percentuale che per il Mezzogiorno scende al 31%. Se l’occupazione femminile si muovesse secondo i tassi europei, il PIL sarebbe più alto di quasi il 7%.

Solo con un forte recupero di produttività, ciò che in questi anni è mancato alla nostra economia, sarà possibile conciliare crescita e occupazione, competitività e incremento dei salari: tutti obiettivi essenziali per il Paese. Un primo segnale è già stato dato dal Governo, riscuotendo il favore della primadonna al vertice degli industriali: la detassazione degli straordinari e dei premi variabili.

Ora si aspettano segnali forti anche in tema di pressione fiscale, di gran lunga superiore alla media europea. “Quella sulle imprese va abbassata” – ci spiega, – “il prelievo effettivo sugli utili d’impresa risulta il più alto d’Europa. E’ un chiaro invito a non investire da noi, in un mondo dove i sistemi fiscali rappresentano un importante elemento competitivo fra paesi”. Urge combattere l’evasione e l’elusione fiscale, che sottraggono alle casse dello stato oltre 90 miliardi l’anno.  Ma non è solo la pressione fiscale a rendere l’Italia meno competitiva, è anche la burocrazia. “Sono centinaia le opere e gli stabilimenti incredibilmente in attesa di autorizzazione”. La burocrazia, di fatto, costituisce uno dei principali ostacoli agli investimenti in Italia. Serve un’operazione di snellimento, una sommaria semplificazione. In sostanza, ridurre il numero delle leggi, eliminare le incertezze di interpretazione e il carico di regole spesso contraddittorie e incomprensibili.  Uno Stato più efficiente passa anche attraverso un progetto di federalismo capace di valorizzare le potenzialità dei territori, attrarre investimenti e talenti, aprendosi alla competizione e aumentando il livello di efficienza. In Italia, il decentramento ha incrementato le spese delle amministrazioni locali, senza mettere un freno a quelle delle amministrazioni centrali. Come non condividere l’affermazione “Un percorso insostenibile”? E’ indispensabile un taglio di spesa che elimini duplicazioni, sovrapposizioni e sprechi di varia natura, nonché un’efficiente distribuzione delle competenze a cui vanno commisurate le fonti d’entrata. Sarebbe utile accentrare la gestione delle grandi reti nazionali di energia, trasporto e comunicazione, demandando invece a regioni e provincie quella di molti servizi pubblici come scuole, trasporti locali, servizi per l’immigrazione e l’integrazione. Ulteriore linfa merita il programma di privatizzazioni e liberalizzazioni.

 

L’Unione Europea, secondo la leader di Confindustria, dovrà impegnarsi nel proporre una credibile politica agricola comunitaria, un programma di sicurezza energetica ed uno industriale. Bisogna aprire i mercati dei servizi, aumentare gli investimenti nelle tecnologie digitali e in quelle energetiche, nelle reti infrastrutturali e nell’ambiente. Il primo può essere catalizzato da pochi grandi progetti: il nucleare di nuova generazione, la mobilità, il risparmio energetico, le tecnologie ambientali. Se da un lato il ritorno al nucleare sarà tema di ampie discussioni, non si potrà non condividere l’idea di interventi coordinati per i cambiamenti climatici, impedendo che chiunque inquini a piacimento. Da ultima, ma solo in ordine cronologico, la Marcegaglia pone la questione del Mezzogiorno, ritenendo la risoluzione della crisi – economica, civile e istituzionale – indispensabile per una ripresa durevole della crescita dell’Italia. Il Sud in sé ha enormi potenzialità, e potrebbe diventare un volano di crescita per l’intero Paese. Le cifre possono illuminare. Il PIL per abitante è al Sud pari al 57% di quello del Nord: portarlo allo stesso livello delle regioni settentrionali nell’arco di quindici anni comporterebbe una crescita annua del 6% per l’area, e tre milioni di nuovi occupati. Tra il 2007 e il 2014 l’Unione Europea metterà a disposizione 100 miliardi di euro per investimenti nelle zone in ritardo di sviluppo del nostro paese. L’impegno da assumere è evitare di disperderli, verificandone attivamente la destinazione.   In sintesi, ciò di cui ha bisogno l’Italia, secondo la patron degli industriali: – Di uno Stato fondato su principi di equità ed efficienza. Maggiore mobilità sociale, più competizione e solidarietà nei confronti delle classi disagiate, rispetto dei diritti e tutela dei cittadini; libertà di impresa, giustizia e certezza del diritto, legalità, lotta all’evasione, buona istruzione. Un paese che vuole crescere deve investire nella formazione, nella scuola e nell’università. Innalzare l’istruzione ai livelli dei migliori paesi aumenta nel medio periodo il reddito pro capite del 15%.Di uno Stato leggero e rigoroso, una pubblica amministrazione agile e funzionante, vicina ai cittadini e alle imprese, inflessibile contro chi viola le regole e danneggia la comunità. – Di una società basata sulla meritocrazia, dove siano date a tutti le medesime opportunità, e dove l’anzianità di carriera non risulti il discriminante per la remunerazione. – Di una scuola pensata per gli studenti. Di una sanità pensata per i malati. Di uffici pubblici pensati per le esigenze dei cittadini – Di una politica fedele alla sua missione, senza ingerenze inopportune.  

«Sarà il nostro programma di Governo», ha detto il Presidente del Consiglio. I cittadini hanno diritto e dovere di auspicare che non siano soltanto parole.