I tre inverni della paura, Giampaolo Pansa, Rizzoli, pp.567

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Ci voleva nuovamente lo scrittore e giornalista Gianpaolo Pansa per  poter leggere  un romanzo storico, bello e capace di trasmettere delle realtà che per più di sessant’anni hanno avuto difficoltà a trovare lo spazio giusto nella carta stampata. Nei libri storici e soprattutto nei testi scolastici è infatti poco lo spazio dedicato al periodo di confusione esploso dopo il famoso 8 settembre 1943, se non altro per evidenziare la positività delle azioni partigiane. Però la realtà è ben lontana dall’essere individuata solo come una serie di linee parallele o linee perpendicolari e per dirla con un, ormai, vecchio spot pubblicitario, non può essere “o così o pomì”, infatti esistono anche le linee curve, ovvero non è possibile ridurre la realtà solo alla visione di chi ha vinto un conflitto. Proprio nei conflitti, poi, le situazioni di disordine prendono il sopravvento e ad approfittarne spesso sono quelli che, in un modo che sarebbe illegale nella normalità, ma è possibile nell’anormalità, cercano di trarne qualche beneficio. Non è inusuale che in guerra il potente di turno approfitti della superiorità momentanea per poter eliminare un nemico, diventato tale in quel frangente perché oggetto di un’idea di vendetta, che a volte ha origini precedenti allo stesso conflitto. Del resto anche molte cacce medievali e moderne all’eretico o alle streghe venivano utilizzate come strumento di vendetta. Un nostro ex Presidente del Consiglio una volta ha coniato il felice periodo, se non altro per la verità del pensiero, “Il potere logora chi non ce l’ha”. In effetti tra il 1943 e il 1946, in Italia, chi non aveva il potere delle armi e del numero poteva diventare la vittima di chi il potere in quel momento lo esercitava. Senza voler togliere nulla al valore di tanti italiani, eroi, che hanno combattuto e anche perso la vita per liberare la nostra patria dagli oppressori nazi-fascisti, bisogna ammettere che la realtà è complessa e che non è possibile identificare tutti i cittadini che avevano la tessera del partito fascista come i “cattivi di turno”, come è vero che in alcune squadre partigiane erano presenti degli assassini, e in tanti, in quegli anni, anche estranei alla politica, hanno perso la vita, persino nell’immediato dopo guerra. Nel romanzo di Pansa compare una visione obiettiva della realtà di quel periodo, ma non solo: attraverso la storia verosimile di una ragazza che si scontra con la brutalità della guerra, s’intravvede la dimensione della realtà agraria-borghese del tempo ed emergono i sentimenti dei personaggi, gli stessi sentimenti cha hanno provato tanti italiani che hanno vissuto la Seconda guerra mondiale.