L’Europa non vuole diventare un super Stato ma fare bene le cose per cui serve

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In questi giorni mi è capitato di leggere alcune affermazioni di esponenti politici da cui sembrava emergere il timore di un’Europa in cerca di continui trasferimenti di sovranità come una sorta di grande burocrazia lontana – anche geograficamente – dai cittadini che vuole espandere i propri poteri non si sa bene perché.

Sono profondamente convinto che questa visione dell’Europa, che è emersa talvolta anche in altri Stati membri, spesso in occasioni di dibattiti legati alla ratifica – anche per via referendaria – dei Trattati europei, è frutto di paure e pregiudizi in buona parte infondati.

E’ innegabile che il processo di integrazione europea si basi su importanti trasferimenti di sovranità a livello comunitario. Ma questi trasferimenti non sono legati alle ambizioni di una specie di mostro burocratico assettato di sovranità popolare, ma di un metodo moderno e vincente per affrontare la realtà e la sua crescente complessità: se da solo come regione o Stato nazionale non sono in grado di risolvere un problema che è comune anche ad altre regioni e Stati, allora devo trovare un metodo per affrontarlo e risolverlo collaborando con chi ha il mio stesso problema. E questo metodo comune è proprio la grande invenzione dei padri fondatori del processo comunitario grazie al quale gli Stati nazioni europei sono usciti dalle loro contrapposizioni storiche anche legate al controllo di mercati e materie prime considerate vitali; Questo metodo, al di la di ogni retorica, ha garantito pace, stabilità, democrazia e benessere all’Europa negli ultimi 50 anni.

In altre parole, i trasferimenti di sovranità sono serviti ad avere il primo mercato al mondo fondato su libertà economiche, regole di concorrenza e norme e standard armonizzati, una politica commerciale comune che ci consente un peso che nessun singolo stato si sognerebbe di avere e una politica ambientale, di lotta ai cambiamenti climatici e dell’energia che non avrebbe alcun senso fare a livello nazionale (se non altro perché le emissioni e l’acqua non si fermano ai confini); per cui il peso negoziale dell’EU in questi settori è un’arma indispensabile per tutelare gli interessi dei nostri cittadini. Potrei fare altri facili esempi. Ma è vero che se si applica con rigore il principio di sussidiarietà – per cui le cose vanno fatte al livello decisionale più appropriato e, solo se necessario per raggiungere alcuni risultati, a livello sopranazionale – vi sono politiche (come ad esempio quella agricola) che sono state trasferite in tutto o in parte a Bruxelles per decisioni politiche e non perché fosse realmente indispensabile una competenza esclusiva europea.
E altre competenze, come quelle relative alla politica estera e di sicurezza o al controllo delle frontiere e dell’immigrazione, dove le competenze comuni sono limitate ed insufficiente per ottenere i risultati che molti cittadini europei – almeno secondo i nostri eurobarometri  – si aspetterebbero da una vera azione comunitaria.

Naturalmente il trasferimento di più o meno competenze a Bruxelles si basa su decisioni politiche e sovrane di ciascun Stato membro. Ma dal momento che l’UE si occupa di un problema comune, cerca di trovare soluzioni comuni con un metodo assolutamente democratico, in cui la decisione finale spetta al Parlamento europeo, eletto da noi cittadini a suffragio universale, e al Consiglio dei Ministri, dove siedono rappresentanti dei nostri Governi.

Quindi non un super Stato con competenze irragionevoli ma un fantastico (e indispensabile) strumento, unico metodo finora efficace, moderno e democratico, per gestire i problemi della globalizzazione.

Carlo Corazza