Alcune riflessioni sulle conseguenze del no irlandese

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Venerdì 13 giugno, giorno in cui dallo spoglio delle urne irlandesi è via via emerso il temuto no, sarà davvero ricordato come il venerdì nero dell’Europa in cui si è arrestato il processo di integrazione? E’ concepibile e fattibile andare avanti lasciandosi l’Irlanda alle spalle, quasi che in democrazia 1% dei cittadini debbano non pesare a fronte di un restante 99%? Vi è un legame indissolubile tra i precedenti no francesi e olandesi (paesi fondatori) che fotografa un trend comune dell’opinione pubblica europea? Davvero l’Europa è stata burocratica, fredda, distante dai suoi cittadini minacciando le loro identità nazionali e locali?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi cui molti analisti, esponenti politici e rappresentanti delle istituzioni stanno cercando di trovare risposte. La maggior parte esprime seria preoccupazione, consapevole dei problemi che apre il no irlandese. E’ un po’ come tagliare i copertoni di una macchina che si sta preparando ad una corsa difficilissima con concorrenti agguerriti su una pista accidentata e piena di curve. Basti pensare solo ad alcune delle sfide che ci stanno di fronte su cui solo un’Europa politicamente forte e coesa può sperare di incidere: gestione del commercio mondiale con maggiori regole sociali e ambientali e reciprocità, controllo dei flussi migratori, sicurezza alimentare ed energetica e concorrenza delle economie emergenti per accaparrarsi le materie prime, cambiamenti climatici e crescita della disuguaglianza e della povertà estrema.

Alcuni invece sembrano quasi sollevati dal no, come se quest’Europa fosse un peso da scrollarsi di dosso per poter continuare a fare finta che il mondo sia meno complesso e che tutto si possa gestire e risolvere dal cortile più o meno grande di casa propria.

Qualche considerazione ci permettiamo di farla anche noi. Tutti gli Stati europei hanno il diritto di prendere posizione sul nuovo Trattato secondo le modalità previste dai rispettivi ordinamenti nazionali per le ratifiche. Quindi è auspicabile che il processo di ratifica vada avanti. Non si tratta di lasciare fuori l’Irlanda, anzi, appare prioritario ascoltare e cercare di capire le preoccupazioni e le istanze espresse dai suoi cittadini, che non necessariamente vogliono un’Europa ridotta e più debole. E, se possibile, venire incontro a queste preoccupazioni in buona parte condivise da tanti altri cittadini europei. E’ innegabile che vi sia un senso di paura, acuito da un trend economico in rallentamento. Ma è essenziale far capire che l’Europa che già c’è, costruita oltre cinquant’anni fa con lungimiranza, rafforzata con tenacia dalla politica e dai popoli – e non certo da una presunta casta di burocrati autoreferenziale – funziona e sta già proponendo delle soluzioni a molte delle preoccupazioni degli europei. Quindi non si tratta di fermarsi, ma di accelerare l’attuazione di quelle proposte politiche che possono dare risposte concrete, che è poi il valore aggiunto che tutti noi cittadini ci aspettiamo dall’Ue.

Qualsiasi partito o uomo politico può legittimamente sfruttare una crisi per cercare di aprirsi la strada verso un mercato di voti potenziale, magari forzando su alcuni timori e fornendo informazioni non totalmente esatte su come funziona realmente l’Europa. Bisogna però essere pienamente consapevoli che in questo momento servono soprattutto proposte credibili e un metodo efficace per affrontare i problemi interni ed esterni che l’Europa si trova di fronte. Le riforme approvate a Lisbona possono avere limiti e difetti, ma prima di rallegrarsi per una presunta morte del nuovo Trattato, bisognerebbe sapere che esso è stato voluto da tutti i capi di Governo (ossia dal massimo livello di rappresentatività politica), anche perché rafforza la democraticità dell’Europa (per il vero già molto democratica) aumentando ulteriormente il ruolo del Parlamento europeo, quello dei parlamenti nazionali e anche quello diretto dei cittadini attraverso la possibilità di presentare proposte di legge.

Come ha ricordato oggi Geremek in un’intervista sul Corriere, l’Europa rappresenta ancora oggi una straordinaria rivoluzione. E’ un dono prezioso che ci hanno lasciato grandi uomini che avevano lottato per la libertà e la democrazia. E che avevano capito che gli Stati europei dovevano smettere di scontrarsi per accaparrarsi materie prime e risolvere i propri problemi a scapito dei vicini, ma unire le forze per affrontare e risolvere insieme problemi comuni. Questa è la semplicità, la grandezza e la modernità del cuore dell’idea d’Europa per cui, nel rispetto della diversità e delle identità nazionali e locali, ci si dà un metodo per lavorare insieme. E’ l’unico metodo che finora ha funzionato per affrontare i problemi che emergono in modo sempre più drammatico nel mondo globale. E’ un metodo da rafforzare e di cui dobbiamo essere fieri.

Carlo Corazza
Direttore della Rappresentanza a Milano