Dura Lex Sed Lex?

0
1004

Lo scontro fra il presidente del Consiglio e le toghe, finisce con un risultato a sorpresa ma non troppo. Il Senato approva il ribattezzato emendamento salva-premier, che congela per un anno solare i processi per i reati commessi fino al giugno 2002, e in aula va in scena la protesta di Italia Dei Valori e Pd. O meglio, fuori dall’aula. Infatti, i senatori dei due partiti sono usciti dall’arena di palazzo Madama prima dell’assenso alla disposizione. Centosessanta i voti a favore, undici solo i contrari, e Di Pietro annuncia già un referendum per stroncare subito la follia. “La corruzione in atti giudiziari di un Premier", dice, "è il reato a più alto allarme sociale”, ma se per il Cavaliere è ancora un’ipotesi, per molti altri (nel passato più remoto e in quello recente) è una triste realtà. La malerba ha radici profonde, occorre estirparla andando a fondo, senza fermarsi a fotografare la situazione, mettendo in naftalina ogni intervento. Il decreto (in)sicurezza, insomma, scontenta tutti, perché se da un lato inasprisce le pene per i pirati della strada e affronta di petto la questione immigrazione, sulla sponda opposta riapre il conflitto col CSM, sceso in campo per esprimersi su quest’utopia selvaggia. Gli opinionisti e la realtà quotidiana dicono che agli italiani, del processo Mills, importa quanto il due di picche a poker, e la leadership del Silvio nazionale non è in discussione. Il risultato delle urne in Sicilia è chiaro e compatto: vedere per credere. Eppure c’è una corrente contraria che percorre lo stivale, ed è la mancata salvaguardia del dialogo istituzionale con Veltroni e le forze della vecchiaprimarepubblica, con la fetta di popolazione che bada più al decoro e alla forma, che non alla sostanza. Il governo ha i numeri per farlo, e l’opposizione è sinora un entità fantasma, un alito di vento nella bufera: l’Economist ha stroncato pesantemente la condotta politica del centrosinistra, vittima dell’oltranzismo, del tributarismo e di una secolare immobilità ideologica. Non ce ne siamo accorti soltanto noi. Per quanto tempo il lavoro dei magistrati verrà ricusato, al di là di ogni simpatia personale? Se il dibattimento in corso, secondo il paternoster di Arcore è un tentativo di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, per quale motivo la magistratura si sarebbe esposta allo stesso palcoscenico? È storia che risale al diritto e all’epoca romana: cui prodest?