LE PRESIDENZIALI AMERICANE VISTE DALL’ITALIA

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Il lungo viaggio verso la Casa Bianca: Hillary Clinton e Barack Obama Emanuela  Medoro

Pochi mesi fa Hillary Rodham Clinton, tantissimi anni di vita politica attiva nel partito democratico americano, senatrice per lo Stato di New York, sembrava la candidata certa del suo partito alle prossime elezioni presidenziali americane.

Ma la prima vittoria di Barack Obama, quella in Nord Carolina, con una grandissima maggioranza ottenuta col voto di neri che per la prima volta nella loro storia si sono recati alle urne, provocò qualche lacrimuccia di Hillary in pubblico. Allora lei chiese il voto alle donne. Poi c’è stata una gara all’ultimo voto fra i due contendenti, lei ha avuto tanti voti di donne ed uomini, ed ha vinto in Stati a maggioranza bianca. Non sono bastati, e la gara con Barack Obama si è recentemente conclusa  con la sua definitiva sconfitta.

Vale la pena fermarsi un po’ a riflettere sull’ultima vicenda  politica di questa donna, nata nel 1947, coraggiosa e determinata, tra i primi avvocati d’America, scaltra e navigata in politica come poche altre. Con un discorso, il 7 giugno, ha tirato le somme della sua più recente esperienza politica ed ha ringraziato i suoi sostenitori e sostenitrici. Ha citato, in particolare, i nomi di alcune di queste donne, giovani e meno giovani, dalla ragazzina di 13 anni alla donna di 88 che, nata quando il voto delle donne ancora non esisteva, l’ha votata in una casa di riposo, mentre era in fin di vita; ha ricordato anche la donna che le ha afferrato la mano e  le ha detto piangendo: “Che volete fare per darmi l’assicurazione malattie? Ho tre lavori e non posso  permettermi di pagare l’assicurazione”.

Gente invisibile per il  presidente degli ultimi sette anni, secondo lei. Rivolgendosi a tutti costoro, ha ricordato che lei è entrata in questa gara per una sua vecchia convinzione: che il servizio pubblico deve aiutare la gente a risolvere i problemi . Ed anche a realizzare sogni. Una battaglia questa da continuare, ora, insieme a Barack Obama. Segue un elenco di mete da perseguire e raggiungere insieme, un abbozzo di programma elettorale:

1. Un’economia che dia a tutti l’opportunità di lavorare e che il lavoro sia retribuito in modo da provvedere agli studi dei figli, alla casa ed alla pensione, un’economia che assicuri una prosperità largamente diffusa e condivisa.

2. Sistema sanitario che garantisca cure a tutti, di alta qualità, con spese sostenibili. Una battaglia da continuare fino a che ogni americano sarà assicurato, senza eccezioni e senza scuse.

3. Difesa dei diritti civili, dei diritti sul lavoro, delle donne, di tutti per porre fine ad ogni forma di discriminazione. Fornire ogni forma di aiuto alle famiglie.

4. Porre fine alla guerra in Iraq ed affermare la leadership americana con la forza dei valori piuttosto che con quella delle armi, per affrontare  povertà, genocidi e terrorismi.

 

In attesa che questi buoni propositi divengano proposte di provvedimenti concreti, riporto un’ultima osservazione di Hillary, rilevante per il cammino delle donne e per l’integrazione razziale: “Il punto centrale di questa competizione è che io e Obama abbiamo dato una risposta positiva a due domande che spesso ci venivano poste: “Può una donna essere comandante in capo degli USA? Può un afro americano essere presidente?” (…) Comunque vadano le cose, il Senatore Obama ed io, insieme, rappresentiamo una pietra miliare per il progresso della democrazia americana (…) non sono più accettabili limiti di sesso o pregiudizi razziali nel ventunesimo secolo”.

Una breve riflessione per concludere. La corsa verso la Casa Bianca continua, e lei ha perso. Ha perso una gara in cui sembrava imbattibile. Durante la campagna elettorale avrà certamente commesso degli errori, difficili da capire e valutare a tanta distanza, ma un errore sì, lo può capire chiunque. Si tratta della troppo esplicita presenza accanto a lei dell’illustre consorte, Bill Clinton, otto anni alla Casa Bianca. Inevitabilmente, accanto a lui, nella memoria di tutti, compare un’ombra. L’ombra di un’altra donna, 25 anni, nata e cresciuta in California, figlia di un influente dirigente del partito democratico, universitaria stagista alla Casa Bianca: Monica Lewinsky.

Ombra particolarmente pesante, un macigno, nell’America che, appena quattro secoli fa, ebbe i Puritani come padri fondatori.

L’Aquila, 19 giugno 2008.