Europa e Stati Uniti alla ricerca di una maggiore sintonia sulla lotta ai cambiamenti climatici

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Come rilevato nell’intervista allo Special Envoy USA a Bruxelles Clayland Boyden Gray, Europa e Stati Uniti hanno vari problemi comuni con uguale interesse a unire le forze e collaborare per tentare di risolverli… Tra questi resta in primo piano la sicurezza di approvvigionamento energetico e la lotta ai cambiamenti climatici.

Una delle cose che negli ultimi anni ha maggiormente toccato l’opinione pubblica europea rispetto ai più che buoni rapporti con gli USA, è stata proprio una diversa filosofia di azione in questo settore. Malgrado i notevoli progressi nella collaborazione tra Europa e America avvenuta negli ultimi 4 anni e, il riavvicinamento delle due sponde dell’Atlantico su numerosi dossier, su clima ed energia queste divergenze si sono forse un po’ attenuate, ma rimangono nella sostanza.

Volendo sintetizzarle e semplificarle al massimo, gli USA, che non hanno mai ratificato il Trattato di Kyoto ponendo come condizione un impegno da parte dei paesi emergenti quali India e Cina, non credono troppo in vincoli obbligatori e in targets da raggiungere e rispettare entro determinate date. L’Europa è invece convinta che senza questi impegni non si riesca a mobilitare le necessarie energie e risorse per avviare quei processi di mutamento nel modo di produrre, importare e consumare energia indispensabili per incidere su riscaldamento del pianeta, alti costi dei combustibili fossili e sicurezza di approvvigionamento. L’Europa mette poi una maggiore enfasi sul carattere di vera e propria rivoluzione industriale e tecnologica che può convenire anche se portata avanti unilateralmente in quanto capace di creare vantaggi competitivi per l’economia europea nel medio lungo periodo.

Non si tratta di stabilire chi ha torto o ragione ma di capire – dai risultati ottenuti finora – se la strategia USA, come affermato nella sua intervista lo Special Envoy USA, è stata davvero più efficace di quella UE.

E’ innegabile che negli ultimi anni, anche sulla spinta delle politiche di alcuni suoi Stati con una forte tradizione ambientalista, come la California, gli USA stiano ponendo in essere politiche per un maggiore risparmio ed efficienza energetica e l’incentivo delle fonti rinnovabile. Ma è altrettanto vero che analizzando i dati risulta che l’Europa si è mossa prima e con più efficacia. Per cui gli USA continuano ad avere un livello di emissioni pari a circa ¼ di quelle dell’intero pianeta (con una popolazione che non arriva al 5%) mentre l’Europa ha un trend di contenimento che, pur avendo una popolazione di quasi il doppio di quella USA, le consente di non superare i 2/3 delle emissioni americane.

L’impegno unilaterale che i leader europei hanno assunto nel marzo 2007 a Berlino è stato un segnale politico forte, potenzialmente capace – se portato avanti con convinzione e con risorse adeguate – di rivoluzionare il problema dell’energia con una politica energetica, ambientale e per la competitività integrate. Come noto, l’azione europea si basa su obiettivi chiari e su un calendario preciso per ridurre l’impiego di combustibili fossili, promuovere il risparmio energetico e sviluppare le fonti di energia alternative da realizzare entro il 2020: risparmio energetico riducendo i consumi del 20%; aumento del 20% dell’uso di energie rinnovabili; aumento ad almeno il 10% della quota dei biocarburanti nel consumo totale; riduzione di almeno il 20% delle emissioni di gas a effetto serra; un mercato interno dell’energia che porti benefici reali e tangibili a consumatori e imprese; migliore integrazione della politica energetica dell’UE con altre politiche, come l’agricoltura e il commercio; intensificazione della collaborazione a livello internazionale.

Naturalmente, al di là della doverosa assunzione di responsabilità di fronte a rischi sempre più tangibili di alterare in modo irreparabili gli equilibri dell’ecosistema, i nostri cittadini ed operatori economici si aspettano anche una politica che non penalizzi l’Europa sul mercato globale, compatibile con gli obiettivi di crescita e di maggiore occupazione che sono al centro delle preoccupazioni dell’UE.

Qualora l’azione europea resti troppo solitaria, non è difficile immaginare crescenti pressioni, anche da parte dell’opinione pubblica interna, per un richiamo forte alla reciprocità e ad una maggiore responsabilizzazione anche da parte di altre economie, emergenti e non, responsabili della maggior parte delle emissioni presenti e future del pianeta.

Carlo Corazza