Da un fungo e dalle biotecnologie un nuovo farmaco per prevenire le metastasi

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Su Nature Biotechnology La lodamina è stata messa a punto a partire da una muffa che, per caso, ha contaminato cellule in laboratorio. Le ricerche durate 20 anni

Un farmaco sviluppato grazie alle biotecnologie e con il contributo casuale di un fungo, che ha contaminato un esperimento, potrebbe essere una nuova terapia efficace contro diverse forme di tumore.
Il farmaco, chiamato lodamina, è stato messo a punto nel corso di uno degli ultimi studi condotti da Judah Folkman, il ricercatore statunitense, scomparso nel gennaio 2008, che fu il padre delle terapie basate sull’angiogenesi, mirate ad «affamare» il tumore frenando la crescita dei vasi sanguigni che lo nutrono. La lodamina è appunto un inibitore dell’angiogenesi, su cui Folkman e colleghi hanno lavorato per 20 anni. La novità del momento è che, sviluppato in forma di pillola, il farmaco può essere assunto senza effetti collaterali, secondo quanto dichiarato dai ricercatori sulla rivista Nature Biotechnology. La produzione della molecola è stata affidata alla SynDevRx, un’azienda biotech privata di Cambridge, nel Massachusetts.
Dagli esiti dei test condotti su topi da laboratorio, il farmaco funziona contro varie forme di tumore, compreso il carcinoma del seno, dell’ovaio, della prostata, il neuroblastoma, il glioblastoma e i tumori dell’utero. Concorre a bloccare i tumori primari e previene la loro diffusione, secondo quanto dichiarato da Ofra Benny e colleghi, del Children’s Hospital di Boston e dell’Harvard Medical School, che hanno inoltre spiegato: «Con la formulazione orale, la pillola raggiunge prima il fegato, mostrandosi nei topi particolarmente efficace nel prevenire lo sviluppo di metastasi epatiche, comuni a molti tipi di cancro e spesso associate ad una prognosi peggiore».
La lodamina deriva da uno dei più potenti agenti inibitori dell’angiogenesi, conosciuto come TNP-470 e isolato da un fungo chiamato Aspergillus fumigatus fresenius. La sua scoperta da parte dei ricercatori di Harvard era stata del tutto casuale: mentre erano intenti a cercare di far crescere cellule endoteliali, che rivestono i vasi sanguigni, la muffa ha intaccato le cellule e ha impedito la crescita dei vasi sanguigni più sottili, i capillari.
Ma il TNP-470, sviluppato in Giappone nel 1990 con il contributo della Takeda Chemical Industries, aveva effetti collaterali pesanti, agiva sul sistema nervoso centrale, provocando depressione, vertigini e altri malesseri. Inoltre era complicato da somministrare e richiedeva un’infusione costante, tanto che i laboratori lo lasciarono perdere. Benny e colleghi, però, continuarono a lavorarci su, fino a che, grazie alle nanotecnologie, le cose non sono cambiate.
I ricercatori hanno attaccato due polimeri a forma di pon-pon alla molecola, proteggendola dagli acidi dello stomaco. Il farmaco così modificato, chiamato lodamina, viene assorbito dall’intestino e va dritto alle cellule tumorali. In questo modo, sempre su animali, ha mostrato di contrastare melanoma e tumore del polmone, apparentemente senza effetti collaterali. Nelle cavie trattate con lodamina, fegato e milza hanno mantenuto un aspetto apparentemente normale e libero da malattia.
«Non ci saremmo attesi un risultato così marcato, in modelli animali di tumori così aggressivi» ha dichiarato Benny. Il farmaco, secondo i ricercatori, potrà essere utile anche per altre patologie caratterizzate da una crescita abnorme di vasi sanguigni, come la degenerazione maculare senile.
Donatella Barus Corriere
30 giugno 2008