Bush adotta la politica estera di Obama

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“Si tratta di un passo nella direzione giusta”. Ecco come ha commentato Barack Obama l’accordo fra George Bush e il premier Nuri al Maliki di stabilire un “orizzonte temporale” per il ritiro delle truppe americane dall’Iraq. Come si sa già Obama ha promesso il ritiro delle truppe americane entro sedici mesi una volta che lui sarà eletto presidente. Il suo avversario alle elezioni di novembre, John McCain, aveva affermato invece che il ritiro anticipato potrebbe rafforzare al Qaeda ed equivarrebbe ad alzare bandiera bianca.
         Perché dunque ha cambiato idea Bush? In parte perché Maliki aveva già indicato che l’idea del ritiro era matura. Inoltre le prossime elezioni provinciali hanno spinto il premier iracheno a fare dei passi verso “l’indipendenza” del suo Paese. Quindi nella sua recente intervista alla rivista tedesca Der Spiegel Maliki ha ribadito che il piano del ritiro di Obama è buono anche se ha spiegato che lui non si intromette nelle elezioni americane.
         La svolta di Bush verso il ritiro è stata naturalmente un passo che legittima la politica estera di Obama offrendogli un voto positivo in un’area che lo vede indietro paragonato a McCain. I sondaggi rivelano infatti che il candidato repubblicano è visto dagli americani come molto più preparato in affari internazionali. Ciò si spiega in parecchi modi soprattutto dal fatto che McCain è al Senato da oltre 22 anni ed ha anche un passato da eroe avendo sofferto per quasi sei anni in una prigione di Hanoi durante la guerra del Vietnam.
         L’esperienza internazionale di Obama esiste ma si basa negli anni di infanzia passati in Indonesia ed i suoi contatti limitati con parenti in Kenya. Per rimediare al suo “deficit” di esperienza in politica internazionale Obama ha completato un viaggio durante il quale si è incontrato con i leader dell’Afghanistan, Iraq,  Giordania, Israele, Gran Bretagna, Francia e Germania. L’idea era di “imparare” e constatare in prima persona la situazione nel Medio Oriente ed allo stesso tempo di presentarsi con un’immagine “presidenziale”. Il viaggio di Obama in un certo senso consisteva di una risposta alle critiche rivoltegli da McCain per non avere visto direttamente la situazione in Iraq ed in Afghanistan.
         Obama non ha visitato l’Iran ma anche qui Bush sembra dargli una mano. La Casa Bianca ha inviato il sottosegretario di Stato William Burns in Svizzera per partecipare a un colloquio diretto con rappresentanti iraniani. Anche qui il passo di Bush riflette l’idea di Obama di dialogare con amici ma anche con nemici onde trovare terreno comune e risolvere potenziali crisi prima di arrivare alle armi.
         L’altro suggerimento di Obama di inviare più truppe in Afghanistan è anche stato accolto dall’amministrazione Bush. Leader militari americani hanno affermato che bisogna inviare più soldati per affrontare la crescita del potere dei Talebani.
         La reazione di McCain all’idea del ritiro delle truppe dall’Iraq è stata di giustificarla con il progresso avvenuto in Iraq  mediante l’aumento delle truppe americane l’anno scorso, la famosa “surge”. Anche McCain deve dichiarare vittoria ma in realtà le notizie internazionali non sono incoraggianti per il candidato repubblicano per non parlare poi di quelle nazionali. Il suo condirettore della campagna presidenziale, il Senatore Phil Gramm, si è dimesso dopo avere dichiarato che la recessione economica americana non esiste e che gli americani sono diventati “una nazione di piagnoni”.
         La svolta a “sinistra” di Bush e del governo iracheno ha causato disturbi che hanno spinto la Casa Bianca a spingere per un dietro-front. Un comunicato del governo iracheno ha infatti detto che Maliki è stato frainteso in quanto alla sua approvazione sul ritiro delle truppe americane. Secondo il portavoce iracheno, Der Spiegel non ha tradotto correttamente le parole del primo ministro iracheno. Ciò è strano dato che l’interprete dell’intervista lavora per Maliki. Un passo indietro per Bush dunque. In ogni modo con sei mesi ancora in carica Bush è già “lame duck”, anatra zoppicante. Obama invece sembra già assaporare  il profumo della vittoria.