Ossezia e Fratelli di (Troppo) Sangue

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Guerra fredda e parole di fuoco, fra USA e Russia è tutto daccapo. Ogni tanto ci cascano, i governicchi del Partito del Conflitto, e sfornano trame che la storia ripete da secoli. Anche stavolta la battaglia infuria lontano dai centri del potere, dove migliaia di civili e soldati senza nome lasciano sul campo un’orma leggera, in attesa di una patria e una gloria che nessuno gli perdonerà. Nonostante le ripetute riunioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la crisi fra Georgia e Ossezia sembra ancora in equilibrio su un filo di lana. E attorno sfrecciano proclami taglienti come cesoie. Per alcuni giorni la Francia, attuale presidente dell’Unione Europea, ha lavorato a una bozza di risoluzione per scongiurare un massiccio intervento militare, e garantire nel contempo l’integrità del territorio georgiana; in pari la Nato, sollecitando proprio il presidente russo Medvedev, ha cercato di premere sull’interruttore della ragione. I risultati non sono, ad ora, né incoraggianti, né sconfortanti. In un colloquio telefonico col segretario generale dell’Onu Ban-Ki-Moon, il delfino di Putin ha confermato la volontà di adottare una strategia non belligerante, che preveda il ritiro delle truppe russe e di quelle georgiane in breve tempo, a patto di una seria tavola rotonda intorno alla situazione in Ossezia del Sud. Il testo presentato al Palazzo di Vetro durante la riunione dei Quindici, però, non ha incontrato il favore dell’ambasciatore russo Vitaly Ciurkin, che alla bozza di Parigi contesta di non rispecchiare chiaramente i sei punti del piano di pace sottoscritto dal suo presidente e da Sarkozy. Dopo sei fumate nere, dunque, di comune (dis)accordo, l’assemblea ha deciso di non mettere al voto il testo. Così, gli Stati Uniti puntano il dito su quelle truppe schierate in forze, sul loro celerissimo arrivo e sul presunto, lentissimo ritiro. La situazione è grave anche sotto l’aspetto umanitario, dichiara Matthew Bryza, responsabile del Dipartimento di Stato per il Caucaso, che ritiene “inaccettabile il tentativo di rimuovere un governo democraticamente eletto”. Ma la miccia è innescata, e Mosca non tarda a ribattere che Washington sostiene a distanza un regime criminale. Non sarebbe la prima volta. Se davvero la storia si ripete, è opportuno che tutte le parti si impegnino a fondo per dare una svolta decisiva alla questione. La distanza dai riscontri è tutt’ora siderale, ma il governatore della regione georgiana di Gori ha confermato l’esodo graduale dei soldati e dei posti di blocco dalle città. Sul campo resta lo spettro delle vittime, morti e feriti, immolati a un insulso esercizio di sopraffazione.