Presidenziali Usa: fattore razziale Bradley?

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Nell’elezione per governatore della California del 1982 il candidato democratico Tom Bradley era dato vincitore secondo i sondaggi. L’avversario repubblicano George Deukmejian riuscì invece a rosicare la vittoria. Sembra che una parte non insignificante di cittadini aveva dichiarato l’intenzione di votare per Bradley, il candidato afro-americano, rifiutando di ammettere idee razziste. Una volta entrati nella cabina elettorale decisero di votare la loro “coscienza”. Nacque “l’effetto Bradley” che continua ad emergere in non poche elezioni americane.
         Il razzismo esiste ancora negli Stati Uniti come ha anche suggerito Barack Obama nel suo già noto discorso sulla questione razziale parecchi mesi fa a Filadelfia. Obama in quell’occasione aveva  rivelato persino alcune tendenze razziste di sua nonna, una bianca, la quale aveva confessato di avere provato paura quando camminava sul marciapiede e vedeva alcuni giovani afroamericani.
         Ovviamente non si tratta di razzismo come aveva suggerito Jeremiah Wright, l’ex pastore di Obama, il quale si era bloccato alle idee del razzismo tradizionale visibile. Obama riconosce che i problemi razziali esistono ancora ma non sono visibili ad occhio nudo. Ciononostante sono sempre presenti.
         L’annuncio  politico di John McCain nel quale paragona Obama ad una star  simile a Paris Hilton e Britney Spears rappresenta questo tipo di nuovo razzismo. La presenza di due donne bianche ed un uomo nero non può che stuzzicare la paura dell’uomo bianco che lo schiavo entri nella sua casa e gli rubi la moglie. L’analisi è sottile ma in politica molto funziona per mezzo di immagini e suggerimenti. In questo senso l’annuncio è molto efficace  per le sue sfumature razziali che mettono da parte il messaggio principale che vorrebbe sottolineare i dubbi sulle capacità di Obama di essere presidente.
         Obama ha molte difficoltà a difendersi da questi attacchi “razziali” e deve cercare di spostare il discorso su un altro livello, quello delle idee politiche. Ma McCain ha già capito  che le sue speranze di vittoria devono basarsi sulle emozioni dato che gli americani, stanchi di otto anni di politica del Partito Repubblicano, sono in cerca di un cambiamento. Infatti  quando gli elettori rispondono alla domanda se preferiscono un candidato democratico o uno repubblicano il partito di McCain perde sonoramente. I sondaggi sulle preferenze personali di Obama e McCain rivelano però solo una leggera preferenza per Obama.
         Ciò si spiega in parte con la preferenza dei voti dei bianchi  e in certo senso quelli degli afro-americani. I bianchi preferiscono McCain con un margine del 15% mentre Obama riceve quasi il 90% dei consensi degli afroamericani. Secondo un sondaggio il 10% dei bianchi non voterebbe per Obama a causa del colore della pelle del candidato. Quindi la questione razziale potrebbe essere significativa.
         Ciononostante il tentativo di Bill Clinton di ridurre Obama a un “semplice” candidato afro-americano stile Jesse Jackson era già fallito dall’inizio delle elezioni primarie in Iowa. Obama aveva dimostrato che era riuscito a creare una coalizione che va al di là del bianco e nero. Quindi sarebbe superficiale dire che l’elezione  presidenziale sarà decisa dal colore della pelle. Aggrapparsi semplicemente alle differente razziali sarebbe controproducente.
         Ecco perché gli attacchi personali che cercano di creare dubbi su un candidato o l’altro diventano un’arma indispensabile. Sfortunatamente gli attacchi negativi funzionano dato che una buona percentuale degli americani non presta attenzione e decide per chi votare basandosi su informazioni completamente false. Per esempio, il 12% degli americani crede erroneamente che Obama sia musulmano.
         Nel 1963 Martin Luther King disse che sognava un mondo in cui i suoi quattro figli  sarebbero “giudicati non dal colore della loro pelle ma dal loro carattere”. Dopo quarantacinque anni si avvererà questo sogno? Con la conquista della nomina del Partito Democratico Obama ha già fatto storia. Se gli americani gli aprono le porte della Casa Bianca a novembre anche loro faranno storia e si potrà parlare dunque dell’irrilevanza delle questioni razziali.
 

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Domenico Maceri (dmaceri@gmail.com), PhD della Università della California a
Santa Barbara, è docente di lingue a Allan Hancock College, Santa Maria,
California, USA.  I suoi contributi sono stati pubblicati da molti giornali
ed alcuni hanno vinto premi dalla  National Association of Hispanic
Publications.